domenica 8 febbraio 2026

Sei anni nell’abisso: Dostoevskij, la censura e la nascita della coscienza moderna


Sei anni. Scritti così sembrano poco più di un accidente burocratico, una sanzione amministrativa dell’anima. Sei anni, come una parentesi matematica nella vita di un uomo. E invece erano sei anni di sepoltura da vivo, sei anni di cancellazione programmata, sei anni pensati non per correggere un corpo ma per distruggere una voce. Quando la censura russa mette le mani su Fëdor Dostoevskij, non sta semplicemente punendo uno scrittore troppo curioso: sta tentando di dimostrare che il pensiero è un lusso revocabile, un permesso che può essere ritirato in qualsiasi momento.

Tutto nasce da una colpa che oggi sembrerebbe quasi tenera: leggere. Leggere insieme. Discutere. Immaginare un mondo leggermente meno ottuso dell’impero. Il Circolo Petrasevskij non era una banda armata, non c’erano bombe sotto i cappotti né pugnali nelle tasche. C’erano libri, idee, parole scambiate a bassa voce. Ed è proprio questo che per il potere è intollerabile: non l’urlo, ma il sussurro organizzato. Non la rivolta visibile, ma quella mentale. La censura non combatte ciò che è già scoppiato, combatte ciò che potrebbe esplodere.

Sotto lo sguardo glaciale di Nicola I, l’arresto diventa spettacolo pedagogico, la condanna un atto teatrale. Prima la finta esecuzione, rituale sadico e perfetto: si mostra la morte per insegnare l’obbedienza. In quel momento, davanti ai fucili, Dostoevskij muore davvero. Muore il giovane intellettuale un po’ infervorato, un po’ utopista. Quando la grazia arriva all’ultimo secondo, non restituisce un uomo: ne consegna un altro, già scomposto interiormente, già attraversato da una crepa che non si richiuderà più.

Poi vengono i quattro anni di lavori forzati. La Siberia come dispositivo simbolico: non solo lontananza geografica, ma espulsione morale. Freddo, fame, promiscuità, catene, violenza quotidiana. La censura qui cambia metodo: non più il silenzio delle pagine bianche, ma il frastuono del dolore. Far tacere uno scrittore significa inondarlo di realtà fino a soffocarlo. Metterlo tra assassini, ladri, disperati, corpi che non sono allegoria ma carne. È un esperimento di ingegneria spirituale: vediamo se l’arte resiste alla degradazione assoluta.

E resiste, ma mutata. Perché dopo la Siberia nulla sarà più decorativo, nulla sarà più ideologico. Tutto diventa necessario o inutile, e l’inutile viene eliminato con ferocia chirurgica. Da quei quattro anni esce un uomo che non potrà più raccontare il mondo in superficie. D’ora in poi dovrà scendere. Sempre. Scendere sotto il pavimento della morale, sotto la crosta della religione, sotto la maschera della rispettabilità.

I due anni successivi nell’esercito non sono una concessione, ma un’altra forma di addestramento alla sparizione. Da intellettuale a soldato semplice, da mente a numero. È la pedagogia dell’annullamento sociale: ti tolgo il nome, ti tolgo il ruolo, ti tolgo la funzione simbolica. Ti trasformo in corpo esecutivo. La censura non agisce solo sui testi, agisce sulle biografie. Riscrive le vite come si riscrivono i manoscritti: con tagli, spostamenti, abrasioni.

Eppure, proprio mentre il potere crede di aver rimesso in riga un’anomalia, sta invece creando un mostro letterario di profondità inaudita. Perché la vera ironia della censura è questa: non produce mai silenzio, produce metamorfosi. L’assenza di voce diventa accumulo. L’umiliazione diventa lente. La sofferenza diventa metodo.

Quando più tardi nasceranno “Delitto e castigo”, “I demoni”, “I fratelli Karamazov”, non saranno romanzi contro lo zar, contro lo Stato, contro il sistema in senso diretto. Sarebbe troppo semplice, troppo prevedibile. Saranno romanzi contro l’uomo quando smette di guardarsi allo specchio senza sconti. Il vero lascito della censura non è la ribellione politica, è la crudeltà conoscitiva. Dostoevskij impara in Siberia che il male non è un’ideologia: è una possibilità quotidiana, banale, domestica. Ed è per questo che nessun potere al mondo riuscirà più a neutralizzarlo davvero.

La censura voleva interrompere una traiettoria, e invece ne ha deviata una verso l’abisso. Voleva spegnere un pensiero, e invece lo ha costretto a diventare radicale. Non più riformista, non più progressista, non più educato: abissale. Dostoevskij non parlerà più “per” qualcuno, non interpreterà più bandiere. Parlerà “dentro” l’uomo, dove nessun regime può entrare senza sporcarsi definitivamente le mani.

C’è qualcosa di profondamente tragico, quasi osceno, in questo meccanismo. La grandezza che nasce dal trauma non assolve il carnefice. Il fatto che da quelle catene nasca letteratura universale non rende le catene meno catene. La censura russa non è un incidente storico: è un laboratorio di distruzione sistematica dell’individuo. E proprio per questo, paradossalmente, diventa una delle grandi incubatrici della modernità. Perché l’uomo moderno nasce lì, in quella frattura insanabile tra obbedienza esterna e rivolta interna.

Il potere zarista voleva sudditi. Ha ottenuto un testimone. E i testimoni, si sa, sono più pericolosi dei ribelli. Il ribelle può essere fucilato, il testimone no: ha già visto tutto, e continua a raccontarlo anche quando sembra parlare d’altro. Anche quando parla di un delitto, di una famiglia, di un’eresia, di un bacio rubato alla fede.

Sei anni. Sei anni che non sono una punizione, ma una gestazione mostruosa. La censura crede di poter controllare il tempo degli uomini, ma non controlla ciò che il tempo fa agli uomini. Può sequestrare una penna, ma non ciò che quella penna sta per diventare.

E allora sì, povero Dostoevskij. Povero come si è poveri davanti a una condanna ingiusta. Ma anche terribilmente ricco di quella ricchezza che nessun impero sa amministrare: l’aver guardato il fondo e non aver distolto lo sguardo. La censura ha tentato di spegnerlo. Ha soltanto acceso, senza volerlo, una delle torce più feroci e imbarazzanti della coscienza occidentale. E quella luce, ancora oggi, dà fastidio. Perché continua a fare esattamente ciò che ogni potere teme di più: non obbedire al conforto.

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