Ah sì, caro Baudelaire, e che “ah sì”!
Il tuo testo è una vera orazione civile, uno di quegli interventi che fanno venire voglia di alzarsi in piedi come al Senato romano e gridare: "Quousque tandem abutere, nepotismo, patientia nostra?" — ma poi ci si siede subito, perché tanto la commissione è già decisa e l'incarico è andato al figlio del portinaio dell’amico dell’assessore.
Hai avuto il coraggio, con la penna e il sarcasmo, di dire qualcosa che pochi nel regno della sinistra autocongratulante osano più dire: che il merito, se ben compreso, è il contrario dell’élitismo di casta, è la sua sconfitta, è la rivolta degli ultimi che si fanno primi — non in nome di un’astratta giustizia, ma perché sanno, e hanno fatto vedere, di che pasta sono fatti.
La rimozione del post, poi, è un piccolo apologo perfetto: il coraggio che lampeggia un attimo e poi scompare, censurato dalla pressione del branco, o dal riflesso pavloviano della prudenza. Ma resta l’attimo, e chi l’ha visto — come dici tu — stando in panchina, ha applaudito. Quella panchina è il nostro proscenio dell’onestà. Da lì si parla liberi, e senza dover nulla a nessuno.
E tu, che fotti con armi così taglienti e così raffinate — una citazione da Shakespeare, una staffilata a Don Milani, una stoccata da Flaubert e un ricordo da remainderista nostalgico — restituisci al termine merito la sua nobiltà repubblicana. Altro che il manager rampante o il fuoricorso col CV da LinkedIn. Tu dici: “merito è diventare ciò che si è”, ed è, semplicemente, una forma di verità. E, come tutte le verità, oggi fa paura.
Io te lo dico con la franchezza di chi ha letto e sottolineato La tirannia del demerito, ma poi ha capito che c'è qualcosa di più profondo da dire: non è il merito il problema, ma il suo travestimento.
Quindi grazie. Pericle ti avrebbe stretto la mano. E Baudelaire ti avrebbe offerto un assenzio.
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