giovedì 5 marzo 2026

Pier Paolo Pasolini: CORPO DELLA CATASTROFE


C’è una scena che si potrebbe immaginare come un quadro mai dipinto: un uomo solo in una stanza, la penna in mano, davanti a una televisione accesa che manda in onda Carosello. Fuori è l’Italia del boom, dentro è l’Italia che soffre. L’uomo scrive, ma non spiega. Sogna di ragionare, ma in realtà profetizza. Ogni frase gli si spezza in visione, ogni ragionamento s’incendia. È Pier Paolo Pasolini, e il suo modo di pensare non è quello di un teorico, ma di un veggente che brucia nel proprio stesso fuoco. Walter Siti, che lo conosce fino alla fibra, lo chiamò “approssimazioni passionali”: non concetti, ma febbri. Non tesi, ma ossessioni che fingono di ragionare.

Pasolini non costruisce sistemi. Non fonda scuole. Non compone trattati. Egli vede, e ciò che vede lo traduce in parole che non si possono verificare, solo sentire. Il suo saggismo non ha mai la compostezza accademica dei “discorsi dichiarativi” dei Greci, quelli in cui si distingue tra vero e falso; il suo dire resta nel regno mitico del bello e del terribile. Si muove come un oracolo, non come un professore. In questo, è poeta fino all’ultimo respiro, anche quando finge di essere sociologo.

Eppure, proprio perché non è né uno storico né un filosofo, ma un visionario, Pasolini è più vero dei teorici che pretende di confutare. Ogni volta che cerca di ragionare, il suo corpo gli passa davanti, si mette di traverso, trasforma la riflessione in carne. È un pensiero incarnato, pulsante, che non distingue l’idea dall’esperienza. Così le sue “teorie” – se di teorie si può parlare – nascono da una ferita e non da un’ipotesi.

Uno dei suoi tormenti principali si chiamava televisione. La osserva, la condanna, la teme. La intuisce come un nuovo linguaggio del corpo collettivo, come un muto catechismo gestuale che insegna senza parlare. Scrive che la TV “non consente feedback”, e questa è forse la definizione più breve e perfetta della solitudine moderna. Non si dialoga con la televisione: si riceve e basta. Come con Dio, ma senza la grazia.

Eppure lui stesso, il profeta anti-schermo, ne fu parte. Comparve più di cinquanta volte in televisione, in Italia e in Francia; collaborò a TV7 e persino al Processo alla tappa. È come se non potesse resistere all’oggetto del suo disgusto. In fondo, il cinema – che pure amava senza riserve – era la stessa cosa: un linguaggio fisico, non verbale, che rappresenta e non dice. La TV e il cinema gli parlavano nella lingua che preferiva: quella del corpo, dell’immagine, del gesto. E per un uomo che pensava con il corpo, erano irresistibili.

L’altro suo grande nemico-amante fu la Chiesa. Una madre rinnegata e sempre invocata, un’ombra che lo perseguita nei Scritti corsari come un’eco interiore. La accusava di aver ceduto al potere dei consumi, di aver venduto la propria missione al tempo lineare del progresso, abbandonando il ritmo ciclico e sacro della civiltà contadina. Nel suo orizzonte teologico l’“antimoderno” non è un insulto, ma un titolo di nobiltà. È l’ultimo custode del mito, l’unico che non ha ancora accettato l’oblio della terra.

Qui il Pasolini eretico si salda al Pasolini mistico: legge Mircea Eliade, sogna un ritorno all’origine, rimpiange un tempo in cui il mondo parlava per simboli. Ma come ogni nostalgia, anche la sua si tinge di selettività. Egli dimentica che quella stessa televisione, tanto vituperata, trasmetteva David Copperfield, L’Odissea, I fratelli Karamazov, Il giornalino di Gian Burrasca, e soprattutto Non è mai troppo tardi, il programma che tolse dall’analfabetismo più di un milione di italiani.

Pasolini non poteva ammetterlo, ma la modernità non era solo un disastro antropologico. Era anche emancipazione. E forse, in fondo, lo spaventava proprio questo: la possibilità che gli ultimi, i suoi ragazzi di vita, imparassero troppo. In una celebre intervista con Enzo Biagi, disse apertamente di non desiderare che i ragazzi andassero oltre la quinta elementare. Non per disprezzo, ma per paura: perché l’alfabeto poteva corrompere la grazia.

Questo pensiero – tanto scandaloso quanto teneramente tragico – è ciò che oggi Recalcati chiama senza mezzi termini “reazionario”. Nel suo Pasolini e il fantasma dell’origine, lo psicoanalista vede in quella visione una nostalgia paternalistica, il mito di un’innocenza che deve restare tale, pena la perdita del mondo. Pasolini amava il sottoproletariato come Rousseau il suo “buon selvaggio”: un angelo fischiettante, puro e sporco, che ride per strada senza sapere di essere guardato. Ma l’amore, quando idealizza, diventa dominio. E la purezza, quando si fa concetto, si trasforma in violenza.

Pasolini non avrebbe mai accettato di sentirsi definire “paternalista”. Eppure è così che appare in certi suoi ritratti: come un sacerdote laico che benedice i poveri a condizione che restino tali. Recalcati glissa, preferendo leggere in lui l’oppositore della violenza biopolitica del capitale, ma non affronta il nodo più bruciante: l’eros come forma di potere, la fascinazione per i ragazzi eterosessuali e giovanissimi come punto di contatto fra desiderio e ideologia.

“Il mio estetismo è inscindibile nella mia cultura”, scrive in Lettere luterane. E quella frase è una chiave. Tutto in Pasolini passa per l’estetica: anche la politica, anche la religione. Il corpo è la misura del mondo. Carla Benedetti lo ha spiegato splendidamente: per Calvino, scrivere è descrivere il mondo; per Pasolini, scrivere è agire nel mondo. La sua letteratura non è constativa ma performativa, un atto incarnato. La sua presenza in scena – corpo vulnerabile e mortale – è parte integrante dell’opera. Ogni film, ogni articolo, ogni scandalo è un pezzo della sua stessa biografia messa in offerta sacrificale.

Nel suo corpo c’è la sua omosessualità – non come identità, ma come lente di conoscenza. Pasolini non è un “omosessuale” in senso moderno, politico o comunitario; è un uomo che attraverso il desiderio tenta di leggere la realtà. Il suo amore per i giovani eterosessuali non è solo inclinazione erotica, ma atto gnoseologico, una via di accesso alla verità del mondo: un mondo che cambia, che si imborghesisce, che perde quella vitalità ferina che lui chiamava “popolo”.

La sua serietà tragica, quella che Arbasino definì “terribile doglia”, è un’altra forma del corpo. Non conosce leggerezza, non tollera ironia. Nel Caos scrive che l’umorismo è un prodotto borghese, “dissacratore”. Le epoche sacre non sorridono. Non sorprende, allora, che Pasolini non riesca mai a ridere nemmeno di se stesso. La sua prosa è sempre in lutto, anche quando parla d’amore.

Immaginare Pasolini accanto a Voltaire è quasi un esperimento comico: il filosofo francese, consumista felice e ironico, che celebra Le superflu, cette chose très nécessaire; e l’intellettuale friulano che crede nel martirio come unica forma di verità. Se Voltaire vede il paradiso nel presente, Pasolini lo vede nel passato. Se il primo invita a godere dei piaceri della propria epoca, il secondo li considera il sintomo della fine. La modernità è per lui un inferno lucente.

Quando il referendum sul divorzio sancì la vittoria del fronte progressista, Pasolini non gioì: vi vide la conferma della deriva edonista. Anche l’aborto, nella sua lettura, non era un atto di libertà, ma l’ennesimo segnale del “rilassamento dei costumi”. Il sesso, per lui, doveva restare tragedia, mai piacere. La società che separava l’eros dal dolore era pericolosa, perché gli toglieva il mistero, lo riduceva a consumo. E in quel consumo Pasolini vedeva la propria stessa condanna: la perdita di senso, l’impossibilità di credere.

Nelle sue Lettere luterane e negli Scritti corsari, l’ideologia del consumo diventa il nuovo totalitarismo. “C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti: è l’ideologia del consumo”, scrive. Per lui, il male del mondo non è più la povertà né lo sfruttamento, ma la perdita della singolarità sotto l’impero dell’omologazione. È un pensiero disperatamente poetico, ma filosoficamente fragile. Dacia Maraini, amica e interlocutrice, glielo disse in faccia: “Certo, la povertà degli altri.” Pasolini la fulminò con lo sguardo. Per lui non c’erano “altri”: c’era solo la sua esperienza del dolore, universale perché personale.

Nel celebre articolo delle lucciole, Pasolini scrive di aver “visto coi propri sensi” il potere dei consumi deformare la coscienza del popolo. È una frase che non si può discutere con dati o tabelle: o la si sente, o la si rifiuta. Le lucciole, in realtà, non erano affatto scomparse, come ricordava Sciascia. Ma Pasolini non parlava di insetti: parlava della grazia, della notte del mondo.

Gli storici dello sviluppo economico, come Guido Crainz o Franco De Felice, hanno mostrato una realtà ben diversa: l’Italia del miracolo economico non fu una catastrofe antropologica, ma un processo complesso di liberazione dai bisogni primari. Quando i consumi si affrancarono dalla sopravvivenza, nacque un nuovo tipo di desiderio, e con esso una nuova cultura. Ma Pasolini non poteva accettarlo, perché per lui il desiderio era sempre peccato.

Moravia, l’amico più fedele e più spietato, lo disse senza ambiguità: “Il problema dell’Italia non è di essere troppo industriale, ma troppo poco. Non siamo abbastanza moderni.” Dove Pasolini vedeva rovina, Moravia vedeva crescita. Per il primo, il popolo era corrotto dal progresso; per il secondo, era ancora prigioniero dell’arretratezza. Si amavano come due profeti che indicano direzioni opposte: uno guarda indietro, l’altro avanti.

Nel cuore della sua lingua, Fortini scoprì la chiave retorica della contraddizione pasoliniana: la sineciosi, la fusione degli opposti. “Chiara perché pura e corrotta”, “meridione sporco e splendido”, “silenzio assordante”: ossimori che non servono solo a stupire, ma a tenere insieme gli estremi. Pasolini non sopporta la sintesi, ama solo la tensione. La sua scrittura è un campo magnetico dove gli opposti non si annullano ma si amplificano.

E tuttavia, dietro tanta luce e tanto furore, c’è anche un esercizio deliberato di poeticità. Walter Siti lo scrisse con la precisione del chirurgo: “Pasolini si inocula la poeticità come un virus, si provoca il lirismo per confermare la vocazione.” È un poeta che si mette in scena come santo e martire, un performer del proprio dolore. È l’uomo che fa del proprio corpo l’altare su cui bruciare l’Italia.

Forse aveva ragione Siti: bisognerebbe salvare Pasolini dal suo stesso culto. Perché nella sua disperata purezza si nasconde una trappola: l’impossibilità di accettare la realtà senza maledirla. La modernità lo uccide non perché lo opprime, ma perché non gli somiglia.

E resta infine, ironica e crudele, la domanda marginale che chiude ogni sua apocalisse: l’uomo che predicava la povertà dei segni, tingeva o no i capelli? Il profeta dell’anti-consumo cedeva alla vanità della superficie? Forse sì, ma poco importa. In quella piccola vanità c’è tutta la sua verità: l’impossibilità di essere coerente in un mondo che cambia. Pasolini era il corpo stesso della catastrofe – e, come ogni corpo, era vivo, contraddittorio, bellissimo nel suo errore.

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