mercoledì 4 marzo 2026

Pier Paolo Pasolini, “Io so”: la coscienza del potere e il progetto di "Petrolio"

1. Premessa: un romanzo come atto d’accusa

Quando Pier Paolo Pasolini, in un celebre articolo del 14 novembre 1974 pubblicato sul “Corriere della Sera”, dichiarò «Io so. Io so i nomi dei responsabili di ciò che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di colpi di Stato istituiti a protezione del potere)», non lanciava soltanto una provocazione giornalistica: stava mettendo in gioco la sua stessa vita, assumendo il ruolo di un intellettuale che non si limita ad analizzare la società, ma la incrimina apertamente. L’eco di quell’articolo non è mai cessata, perché esso rappresentava una denuncia senza appello del rapporto oscuro tra politica, economia, poteri occulti e violenza stragista in Italia.

È proprio in questa tensione che prende forma Petrolio, l’opera che Pasolini concepì come il suo testamento politico e letterario. Un romanzo “mostro”, incompiuto, frammentario, di oltre seicento pagine nel dattiloscritto originale, pensato come un ibrido tra narrativa, saggio politico, visione allegorica e documento storico. Petrolio doveva raccontare il potere non solo come categoria astratta, ma attraverso la figura di un manager dell’ENI, Carlo, alter ego di una borghesia corrotta e trasformista, in cui confluiscono i temi della sessualità, della violenza economica e della complicità tra Stato e criminalità.

2. Il “caso Mattei” e il nodo Cefis

Per comprendere appieno il contesto in cui Petrolio si situa, è inevitabile ripercorrere uno degli episodi centrali della storia economica e politica italiana del dopoguerra: la morte di Enrico Mattei, presidente dell’ENI, il 27 ottobre 1962, in un misterioso incidente aereo nei pressi di Bascapè. Mattei aveva rappresentato l’ipotesi di un’Italia capace di competere sul piano energetico con le grandi compagnie petrolifere internazionali, le cosiddette “Sette Sorelle”, e di costruire una politica estera autonoma, dialogando direttamente con Paesi produttori del Terzo Mondo, dall’Iran all’Algeria.

Quell’autonomia era percepita come un ostacolo dagli interessi statunitensi e anglosassoni e come una minaccia interna da chi, all’interno dell’apparato italiano, preferiva un ruolo subordinato agli equilibri della NATO e del capitalismo occidentale. La morte di Mattei, a lungo archiviata come incidente, è stata riletta da molti come un assassinio politico, una tesi rafforzata dalle indagini più recenti e da testimonianze emerse negli anni Settanta e Ottanta.

L’ascesa di Eugenio Cefis, figura chiave dell’ENI e successivamente presidente di Montedison, si colloca proprio nella fase successiva alla morte di Mattei. Cefis rappresentava una linea di gestione molto diversa: più discreta, più allineata agli interessi della grande finanza internazionale, ma anche più permeabile a un sistema di relazioni opache, che toccavano i vertici politici, logge massoniche (come la P2 di Licio Gelli), ambienti mafiosi e strutture parallele di potere.

3. Petrolio come controinchiesta letteraria

In questo quadro, Petrolio appare non solo come un’opera letteraria, ma come una vera e propria controinchiesta, una forma di resistenza culturale contro l’omertà istituzionale. Pasolini, che aveva già affrontato la società dei consumi e l’omologazione culturale ne Il caos e in opere cinematografiche come Teorema e Salò o le 120 giornate di Sodoma, sceglie di spingersi oltre: penetrare l’oscurità del potere reale, raccontare le trame che legano industria, politica e criminalità.

Non è un caso che nella sua indagine confluiscano elementi di saggistica e narrativa sperimentale: il romanzo è frammentario, costruito su “Appunti” numerati, che alternano scene di sesso estremo, descrizioni della metamorfosi fisica del protagonista (Carlo che si sdoppia in due identità, simbolo della scissione morale del potere), e note d’archivio sul mondo dell’energia e della geopolitica. È un’opera volutamente incompiuta, perché lo stesso autore, assassinato nel novembre 1975, non ebbe il tempo di concluderla.

4. Arbasino, Fratelli d’Italia e il dialogo tra scrittori

Un elemento di particolare interesse, spesso trascurato, riguarda i presunti dialoghi e scambi intellettuali tra Pasolini e Alberto Arbasino durante la fase di elaborazione di Petrolio. Secondo alcune testimonianze, Pasolini avrebbe condiviso con Arbasino le proprie intuizioni sulle dinamiche del potere economico e politico italiano, confrontandosi su tematiche quali la trasformazione del capitalismo nazionale, l’ingerenza dei poteri internazionali e il ruolo ambiguo della borghesia industriale.

Arbasino, scrittore poliedrico e ironico, noto per il suo stile barocco e per l’acume critico, avrebbe recepito alcuni di questi stimoli nella terza stesura di Fratelli d’Italia, testo fondamentale per comprendere le mutazioni antropologiche e culturali dell’Italia repubblicana. La questione rimane in gran parte ipotetica, poiché mancano documenti diretti che confermino l’influenza pasoliniana, ma l’ipotesi è suggestiva: due scrittori di differente sensibilità (uno radicale, l’altro mondano, quasi aristocratico) impegnati a rappresentare lo stesso Paese nel momento del suo passaggio dalla civiltà contadina alla modernità consumista.

Questo elemento sottolinea come Pasolini non fosse isolato, ma inserito in una rete di intellettuali che, pur con differenze di stile e di giudizio, percepivano la stessa crisi sistemica. Il dialogo, reale o presunto, con Arbasino contribuisce a restituire la complessità di Petrolio come fenomeno culturale: non solo un romanzo, ma un campo di forze intellettuali che attraversava la narrativa e la saggistica italiana degli anni Settanta.

5. L’edizione Siti-Careri: un nuovo Petrolio?

Nel 2022 Garzanti ha pubblicato un’edizione profondamente rivista di Petrolio, curata da Walter Siti (da sempre punto di riferimento per gli studi pasoliniani) e Matia Careri. Questo lavoro ha comportato un incremento significativo del materiale disponibile: oltre ottocento pagine, arricchite da più di centotrenta appunti, documenti, e riprese dai dattiloscritti originali.

La nuova edizione non si limita a riproporre il testo, ma lo riorganizza e lo contestualizza: gli apparati critici permettono di cogliere meglio il progetto pasoliniano, le sue ambizioni e i suoi limiti. In particolare, emergono con maggiore chiarezza i riferimenti alla morte di Mattei e alla figura di Cefis, nonché le connessioni con l’universo politico e mafioso italiano dell’epoca.

Siti, già curatore delle opere complete di Pasolini, affronta Petrolio con un atteggiamento duplice: da un lato, rispetto filologico; dall’altro, consapevolezza della natura “aperta” e frammentaria dell’opera. Il risultato è un testo che permette nuove letture, anche alla luce delle più recenti inchieste giornalistiche e storiche. Non a caso, la ricezione critica ha oscillato tra chi ha visto in questa edizione una legittimazione definitiva di Petrolio come “grande romanzo incompiuto” del Novecento e chi, invece, ha sottolineato il rischio di un eccesso di intervento editoriale su un testo che Pasolini non ebbe il tempo di definire.

6. Le inchieste parallele: Zecchi, Oddo-Antoniani, Pietra, Giovannetti

Per affrontare il nodo politico di Petrolio è indispensabile considerare anche alcune opere giornalistiche e storiografiche che, negli ultimi anni, hanno riaperto il dibattito sul caso Mattei e sui legami tra economia, poteri occulti e criminalità.

Simona Zecchi, con L’inchiesta spezzata di Pasolini (Ponte alle Grazie, 2020), ha ricostruito con scrupolo le indagini parallele che lo scrittore stava conducendo al momento della sua morte. Il testo mostra come Pasolini avesse raccolto informazioni su una rete di corruzione e su rapporti opachi tra politica e imprenditoria, un lavoro che probabilmente lo espose a rischi concreti.

Anche L’Italia nel petrolio: Mattei, Cefis, Pasolini e il sogno infranto dell’indipendenza energetica (Feltrinelli, 2022) di Giuseppe Oddo e Riccardo Antoniani rappresenta un tassello fondamentale. L’opera documenta come il progetto di Mattei per un’Italia energeticamente indipendente sia stato ostacolato da pressioni internazionali e interne, fornendo un quadro geopolitico che aiuta a comprendere la rilevanza di Petrolio non solo come romanzo, ma come testo politico.

A queste opere si affianca il Mattei di Italo Pietra, definito da Giorgio Bocca “il cardinale Mazarino di Enrico Mattei”: un ritratto prezioso di una delle figure più enigmatiche della Prima Repubblica. Infine, il lavoro di Giovanni Giovannetti, fotografo e giornalista, completa questo panorama: un autore capace di far emergere, attraverso immagini e documentazione, la dimensione umana e politica dei protagonisti, tra cui Maria Giudice, figura storica di straordinaria rilevanza sindacale e familiare dell’autore stesso.

7. La struttura di Petrolio: un romanzo-mondo incompiuto

Petrolio si presenta come un romanzo “a frammenti”, organizzato in 136 Appunti numerati, ciascuno dei quali costituisce un microcosmo autonomo. Questa struttura modulare, già di per sé atipica per il romanzo italiano del secondo Novecento, nasce dalla volontà di Pasolini di costruire un testo che potesse funzionare sia come opera narrativa sia come archivio aperto di materiali eterogenei: scene di vita quotidiana, riflessioni saggistiche, visioni oniriche, elementi autobiografici e documentazione politica.

La trama di fondo segue le vicende di Carlo, un dirigente dell’ENI che subisce una metamorfosi sessuale e morale. Il personaggio si sdoppia in due figure speculari, Carlo e Carlo II, incarnazioni di due identità opposte ma complementari: una borghese, rispettabile, incardinata nel potere economico e sociale; l’altra degradata, carnale, immersa in esperienze sessuali estreme. Questo sdoppiamento non è un semplice espediente narrativo, ma il nucleo simbolico dell’opera: il potere stesso è un’entità bifronte, capace di presentarsi come legittimo e razionale, ma intrinsecamente corrotto e pervaso da pulsioni distruttive.

L’incompiutezza del romanzo non va considerata un limite, bensì parte del suo senso. Petrolio non è un edificio architettonico terminato, ma un cantiere: Pasolini lascia volutamente aperti i percorsi interpretativi, come se l’opera stessa fosse un’inchiesta permanente. In questo senso, il romanzo può essere letto come una forma di “letteratura d’archivio”, un testo che include al suo interno materiali non letterari (documenti, dati, ipotesi politiche) e li trasforma in narrazione.

8. Il simbolismo del doppio e la sessualità come chiave del potere

Uno degli aspetti più sorprendenti di Petrolio è l’uso della sessualità come metafora politica. Il protagonista attraversa esperienze estreme: rapporti sessuali di gruppo, pratiche di dominazione e sottomissione, travestimenti e metamorfosi fisiche. Tali scene, apparentemente scandalistiche, hanno in realtà un ruolo centrale nella visione pasoliniana: il potere, nella sua forma più pura, è un atto di possesso e di consumo dell’altro, non diverso da quello che avviene nel rapporto sessuale quando è vissuto come dominio.

Il tema del doppio, che percorre l’intero romanzo, rappresenta la scissione dell’individuo moderno: da un lato, l’identità pubblica, ordinata, conforme alle regole del sistema; dall’altro, l’identità nascosta, ossessionata dal desiderio e dalla violenza. Questa scissione non riguarda solo il protagonista, ma l’Italia stessa degli anni Settanta, divisa tra modernizzazione economica e degrado morale, tra proclamata democrazia e pratiche eversive.

Pasolini non giudica la sessualità in sé, ma ne denuncia la mercificazione. Nei suoi Appunti emergono frequenti connessioni tra il sesso e l’economia: la prostituzione diventa il simbolo di una società in cui tutto, compreso il corpo, può essere oggetto di scambio e di potere. Questa visione rispecchia una costante della poetica pasoliniana, già presente nei film Accattone, Mamma Roma e soprattutto in Salò o le 120 giornate di Sodoma, dove il sesso è allegoria della violenza del potere fascista e capitalista.

9. Il “mistero Petrolio”: politica, letteratura, verità

La pubblicazione postuma di Petrolio e la sua natura incompiuta hanno alimentato un alone di mistero intorno all’opera. Alcuni hanno ipotizzato che Pasolini fosse vicino a rivelazioni scomode sul caso Mattei e sui rapporti tra Stato, industria e poteri occulti, e che queste rivelazioni siano collegate al suo omicidio. Sebbene tali tesi non abbiano mai trovato conferme definitive, esse restano parte integrante della ricezione dell’opera.

Il “mistero Petrolio” non riguarda solo le possibili informazioni contenute nel dattiloscritto, ma la stessa scelta di Pasolini di collocare la sua ultima grande opera dentro uno spazio liminale tra romanzo e inchiesta. Petrolio è letteratura, ma è anche una forma di giornalismo estremo, in cui la finzione diventa strumento per rivelare ciò che la realtà tende a nascondere.

10. L’attualità di Petrolio

Oggi, a distanza di cinquant’anni dalla morte di Pasolini, Petrolio continua a interrogarci. Le dinamiche di potere che lo scrittore aveva intravisto — l’intreccio tra politica, economia globale, apparati deviati e criminalità organizzata — sono tutt’altro che scomparse. Anzi, l’attuale fase storica, segnata da crisi energetiche, conflitti geopolitici e crescente disuguaglianza sociale, sembra confermare la lucidità delle sue intuizioni.

Dal punto di vista letterario, Petrolio anticipa forme di scrittura ibrida oggi molto diffuse, che mescolano narrativa, saggio, autobiografia e documentazione. In questo senso, Pasolini non è solo un autore del suo tempo, ma un precursore di linguaggi e forme che hanno trovato pieno sviluppo decenni dopo. L’interesse per l’edizione Siti-Careri e per le opere giornalistiche parallele dimostra che Petrolio non è un reperto del passato, ma un testo vivo, capace di generare ancora dibattito, domande e ricerca.

Conclusione
Petrolio non è un romanzo come gli altri, né lo è mai stato. È un’opera-laboratorio, una testimonianza letteraria di un intellettuale che aveva scelto di guardare il potere negli occhi, di decifrarne i codici più oscuri e di rappresentarli in forma narrativa. Il suo carattere incompiuto, lungi dall’essere una debolezza, ne è forse la forza: Petrolio non offre una verità definitiva, ma invita alla ricerca continua, proprio come un’inchiesta interrotta che altri devono raccogliere e portare avanti.

Il “mistero Petrolio” dunque non è un enigma da risolvere una volta per tutte, ma una domanda rivolta a ciascuno di noi: cosa siamo disposti a vedere del potere che ci governa? E, come Pasolini, siamo pronti a dire “Io so”?

Petrolio non è soltanto l’ultimo, immenso tentativo di Pier Paolo Pasolini di decifrare i rapporti di forza che hanno segnato l’Italia del suo tempo; è un gesto di coraggio intellettuale e, insieme, un lascito morale che non cessa di interpellarci. La sua forma incompiuta e disarticolata non va interpretata come una debolezza, ma come una scelta – o meglio, come la conseguenza inevitabile di un progetto talmente ambizioso da sfuggire alle forme canoniche della narrativa tradizionale. In questo senso, Petrolio è l’opera di un intellettuale che decide consapevolmente di contaminare i generi: romanzo, documento d’inchiesta, mito politico, allegoria sessuale, cronaca giornalistica, visione profetica. Tutto convive nello stesso organismo testuale, senza mai trovare un punto d’equilibrio definitivo, perché ciò che Pasolini mette in scena è il movimento stesso del potere, la sua capacità di sfuggire a ogni tentativo di fissazione, di assumere sembianze mutevoli, persino contraddittorie.

Il senso profondo di Petrolio sta forse proprio in questa apertura strutturale: un’opera che non si chiude, che non consegna un significato ultimo, ma che anzi si offre come strumento di indagine perpetua. Chi affronta la lettura di Petrolio si trova davanti a un testo che esige partecipazione critica, che richiede di farsi co-autore dell’interpretazione, di attraversare zone di ambiguità e di sospensione. È un libro che non consola, che non rassicura, ma che destabilizza, perché ci pone davanti a una verità scomoda: il potere non è solo nei palazzi della politica o nei vertici dell’economia, ma penetra nelle vite private, nei corpi, nelle relazioni più intime. Per questo la sessualità, nelle sue forme più estreme e ambigue, è così centrale nell’opera: non come compiacimento, ma come strumento di conoscenza, come lente attraverso cui osservare la corruzione e la disgregazione morale di un’intera società.

Leggere oggi Petrolio significa confrontarsi non solo con un’Italia ormai storica, quella degli anni Settanta, segnata dal terrorismo, dalle stragi di Stato, dai complotti e dalle logge deviate, ma anche con un’Italia ancora presente, in cui i rapporti tra economia, politica e poteri occulti continuano a generare zone d’ombra, opacità istituzionali, conflitti di interesse irrisolti. È impossibile non vedere in Petrolio un’anticipazione dei temi che oggi definiamo globalizzazione, finanziarizzazione della vita economica, intreccio perverso tra apparati pubblici e interessi privati. Se Pasolini, attraverso il personaggio di Carlo e la sua scissione morale e sessuale, rappresentava la crisi antropologica dell’uomo contemporaneo, oggi quella crisi è divenuta un’esperienza collettiva, amplificata dalle nuove tecnologie e da una rete di poteri sempre più transnazionali e opachi.

Eppure, nonostante la distanza storica, Petrolio resta un testo vivo. La recente edizione curata da Walter Siti e Matia Careri non ha fatto che confermare questa vitalità: Petrolio è un laboratorio aperto, un’opera che stimola continuamente il confronto critico, che suscita nuove domande a ogni generazione di lettori. Il suo stesso “mistero”, alimentato dalle ipotesi sul collegamento tra la sua stesura e l’omicidio di Pasolini, funziona come catalizzatore di un dibattito che travalica i confini della letteratura per investire la politica, la storia e la società. Non sappiamo se Petrolio contenesse davvero rivelazioni esplosive o se, più semplicemente, fosse il tentativo disperato di un intellettuale di costruire un’allegoria totale del potere contemporaneo; ciò che sappiamo è che quel tentativo, pur incompiuto, ha lasciato un segno indelebile nella nostra cultura.

Forse è proprio questo il “mistero Petrolio”: non un enigma da risolvere una volta per tutte, ma una sfida permanente. È un’opera che non si lascia archiviare né nella letteratura, né nel giornalismo, né nella politica, perché appartiene a tutti questi ambiti e li travalica. Ci interroga ancora, con la stessa urgenza con cui Pasolini pronunciava il suo «Io so», costringendoci a chiederci cosa siamo disposti a vedere e a dire del potere che ci governa. La sua lezione non è quella di un maestro che offre risposte, ma di un testimone che ci lascia domande: scomode, necessarie, vitali. Ed è per questo che, mezzo secolo dopo, Petrolio non è un libro “finito”, ma un libro “da finire”, un compito che ricade su ogni lettore e, più in generale, su ogni cittadino che non voglia rinunciare a capire la realtà in cui vive.


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