sabato 21 marzo 2026

Abitare l’algoritmo: corpo, alterità e identità in “Il Sé digitale” di Vittorio Gallese

Il digitale non è più una protesi della nostra vita: è il suo ambiente. Non è un semplice strumento che accendiamo e spegniamo, ma uno spazio che abitiamo, spesso senza rendercene conto. È da questa consapevolezza che prende avvio "Il Sé digitale" di Vittorio Gallese, un saggio che affronta la trasformazione dell’identità nell’epoca dell’intelligenza artificiale evitando tanto l’allarmismo quanto l’entusiasmo ingenuo.

Gallese non entra nel dibattito tecnologico dalla porta dell’innovazione, ma da quella dell’esperienza. La sua formazione neuroscientifica – legata alla scoperta dei neuroni specchio – lo conduce a una tesi che attraversa tutto il libro: la mente è incarnata. Comprendere non significa elaborare simboli in modo astratto, ma attivare nel corpo una risonanza con ciò che percepiamo. L’altro non è un oggetto distante da analizzare, ma una presenza che risuona in noi attraverso meccanismi profondamente radicati nella nostra struttura neurobiologica.

Questa concezione incarnata della soggettività è il punto di partenza per interrogare la mediazione tecnologica. Se l’identità nasce e si struttura nella relazione corporea con l’altro, cosa accade quando quella relazione è filtrata da schermi, algoritmi, piattaforme? 

Non si tratta, per Gallese, di stabilire se il digitale sia autentico o artificiale. La questione è più sottile: riguarda la qualità dell’esperienza.

Le tecnologie digitali non eliminano il corpo; lo riconfigurano. Le interfacce non sono superfici neutre, ma dispositivi che modulano la percezione, il ritmo dell’attenzione, la modalità con cui riconosciamo emozioni e intenzioni. Quando interagiamo con un assistente virtuale o con un agente conversazionale capace di simulare empatia, non siamo davanti a una semplice macchina. Siamo immersi in una forma di alterità programmata. E qui si apre uno dei nodi più stimolanti del libro.

L’alterità digitale è ambigua. Può apparire familiare, persino accogliente. Gli algoritmi sono progettati per anticipare preferenze, per adattarsi ai nostri gusti, per offrire risposte calibrate. Ma questa stessa capacità di adattamento riduce lo spazio dell’imprevisto. L’altro, nella sua irriducibile differenza, è ciò che ci sorprende, che resiste, che non coincide con le nostre aspettative. Se la relazione diventa progressivamente predicibile, anche la struttura del Sé rischia di trasformarsi.

Gallese non formula accuse, ma pone domande esigenti. In un ambiente governato dalla logica della profilazione e dell’ottimizzazione, che ne è della nostra vulnerabilità incarnata? La soggettività non è un insieme di dati, ma un processo dinamico che si costituisce nell’interazione sensibile con il mondo. Se l’ambiente digitale tende a rendere i comportamenti leggibili e anticipabili, esso interviene indirettamente anche sulla formazione dell’identità.

Uno degli aspetti più convincenti del libro è l’insistenza su una “estetica radicale” dell’esperienza. Estetica nel senso originario del termine: riflessione sul sentire. Per Gallese, la questione non è soltanto politica o economica – pur restando tali dimensioni fondamentali – ma riguarda la qualità della percezione. Come cambia il nostro modo di abitare il tempo? Come si modifica l’attenzione in un contesto di stimolazione continua? In che misura la relazione mediata conserva o perde intensità corporea?

Il digitale, suggerisce l’autore, non va demonizzato né celebrato. Va compreso come ambiente che co-configura il nostro modo di essere. Lo schermo non è una finestra trasparente sul mondo, ma una soglia attraverso cui il mondo ci raggiunge. Questo spostamento concettuale è decisivo: non siamo esterni alla tecnologia, ma intrecciati a essa. L’identità contemporanea non può più essere pensata come pura interiorità, separata dalle infrastrutture tecniche che ne modellano l’esperienza.

La forza del saggio sta proprio nell’equilibrio tra rigore scientifico e apertura filosofica. Gallese dialoga implicitamente con la fenomenologia, con la filosofia della mente e con la teoria dei media, senza mai trasformare il testo in un esercizio accademico autoreferenziale. La scrittura è densa ma controllata, esigente ma chiara. Non cerca effetti retorici, e proprio per questo acquista autorevolezza.

Certo, il libro richiede attenzione. Non offre slogan né soluzioni immediate. Ma questa lentezza è coerente con il suo oggetto. In un’epoca caratterizzata dalla velocità e dalla frammentazione dell’attenzione, proporre un’analisi articolata della soggettività è già una forma di resistenza culturale.

Alla fine della lettura, ciò che rimane non è una condanna del digitale, ma una consapevolezza più acuta della sua profondità antropologica. Non si tratta semplicemente di nuove tecnologie, ma di una trasformazione delle condizioni dell’esperienza. Il Sé digitale non è un’entità distinta dal Sé incarnato: è la sua configurazione contemporanea.

Il merito maggiore del libro consiste forse proprio in questo: mostrare che la questione decisiva non riguarda l’intelligenza delle macchine, ma la qualità della nostra esperienza mentre le costruiamo e le utilizziamo. Se sapremo mantenere viva la dimensione corporea della relazione, se sapremo custodire l’imprevedibilità dell’incontro, allora il digitale potrà essere uno spazio di ampliamento dell’esperienza. Se invece ridurremo la soggettività a profilo e comportamento anticipabile, rischieremo di smarrire proprio ciò che ci rende umani.

"Il Sé digitale" è un libro necessario. Non perché offra risposte definitive, ma perché formula la domanda nel modo corretto: non cosa fanno le tecnologie, ma che cosa stiamo diventando attraverso di esse. Ed è una domanda che riguarda tutti, non solo gli specialisti.

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