mercoledì 18 marzo 2026

“Volto come scena del mondo”. Il teatro della mutazione, la carne dell’immagine e l’iconoclastia queer nelle opere visive di Ivan Cattaneo


C’è un preciso momento, nella storia dell’arte e nella biografia di ciascun artista, in cui il volto umano smette di essere una rappresentazione e diventa un campo di battaglia. Un territorio simbolico ed emotivo in cui la pelle, gli occhi, la bocca, i lineamenti stessi non sono più meri segni riconoscibili ma iniziano a vibrare come superfici mobili, instabili, performative. Quel momento coincide spesso con una crisi – personale, storica, linguistica – che spalanca le porte a una metamorfosi radicale. È precisamente in questa soglia che si collocano le opere visive di Ivan Cattaneo, artista totale, corpo cantato e pensato, figura mobile e molteplice che – in questa serie di lavori – sembra voler fare esplodere tutto ciò che, per convenzione, è stato ridotto a “ritratto”. Qui il ritratto diventa rito, il volto si fa paesaggio in fiamme, maschera e reliquia, scena aperta e profanazione.

Nell’universo figurativo che Cattaneo costruisce – con un linguaggio che mescola la ferocia dell’espressionismo alla precisione chirurgica del collage, l’ironia dadaista alla liturgia queer della maschera – il volto umano non è più restituito nella sua identità, ma nella sua pluralità possibile. Ogni opera è un tentativo di portare alla luce non un’identità, ma una molteplicità: ciò che abita sotto la pelle, ciò che sfugge al nome, ciò che il trucco e il fotoritocco tentano da sempre di controllare e rassicurare. In queste immagini, il volto si smargina, esplode, implode, si distorce, si frantuma e poi si ricompone come un’icona sacrilega, come un’ostia impazzita.

La potenza visiva di questi lavori risiede in una tensione irrisolta e costantemente rilanciata tra attrazione e repulsione, tra erotismo e grottesco, tra glamour e disfacimento. Il collage – tecnica principe del lavoro di Cattaneo – non è qui semplice assemblaggio ma forma di pensiero. L’atto di incollare, sovrapporre, ferire, cucire, tagliare diventa un gesto critico, un’azione sulla realtà delle immagini. Immagini che, nella nostra cultura visiva iperprodotta, iperfiltrata, iperstandardizzata, hanno perso ogni capacità di sorpresa. E che qui invece – grazie alla forza cruda del segno e della materia – riacquistano uno statuto ambiguo, pericoloso, affascinante.

Il volto come “icona queer” è al centro di tutta la ricerca: non più maschera identitaria, ma soglia che apre al desiderio, alla contaminazione, all’ibridazione. Occhi femminili ritagliati da riviste patinate, labbra carnose e siliconate, porzioni di pelle lucida e uniformata dai filtri digitali vengono violentemente riconfigurate da tratti pittorici che graffiano, deformano, dissacrano. Cattaneo lavora come un chirurgo dadaista o un visagista impazzito: rifà il volto non per abbellirlo ma per renderlo altro, per strapparlo alla sua funzione identificativa e consegnarlo alla libertà dell’informe. In questo senso, ogni volto è una mutazione, una fuga, un sogno erotico e antropologico insieme.

Non è difficile, osservando questi lavori, sentire la presenza di una genealogia implicita: Francis Bacon, certo, per l’uso del volto come carne psichica e sensoriale; ma anche Hannah Höch, pioniera del fotomontaggio femminista e queer, o Claude Cahun, in cui l’autoritratto diventa costante performance di fluidità. C’è anche l’ombra (o la luce accecante) di Cindy Sherman, ma rovesciata: laddove Sherman usava se stessa per diventare altro, Cattaneo usa l’altro per diventare ogni volta un sé diverso, molteplice, scisso, ricombinato.

In altre opere, una dimensione parallela prende il sopravvento e il volto si fonde con tratti animali, il gioco si fa ancora più inquietante, più favolistico e feroce. Le orecchie da coniglio, i nasi da faina, gli occhi da gufo, le pelurie artificiali che si insinuano tra i tratti umani creano una galleria postumana, un bestiario psichico, una tribù immaginaria in cui l’umano e il non umano, il soggetto e l’oggetto, il maschio e la femmina collassano in una nuova figura: il mutante. Ma questo mutante non è un mostro da laboratorio, è piuttosto una divinità giocosa, una maschera di carnevale barocco, un sogno lisergico che riscrive il corpo come scena rituale.

Cattaneo, da artista-performer qual è, porta sulla superficie visiva tutta la complessità della propria esperienza scenica. Ogni volto è una scena, ogni dettaglio un gesto teatrale. La pittura e il collage diventano linguaggi performativi, strumenti per evocare un corpo che non è mai solo corpo ma anche parola, movimento, suono, storia, memoria, dissidenza. Il queer, in questa ottica, non è un tema ma una postura esistenziale e formale: è la capacità di stare nel mezzo, di abitare l’ambiguità, di far esplodere le cornici identitarie. Ed è anche una sfida iconografica: come restituire oggi, nell’epoca della standardizzazione algoritmica, un volto che non sia un marchio, ma un enigma?

La risposta di Cattaneo è radicale: si prende il volto, lo si espone alla lacerazione e al desiderio, lo si reinventa come mostro sacro. Queste opere sono, in fondo, icone. Ma non più icone da venerare. Sono icone da attraversare, da abitare, da disinnescare e insieme ricreare. Il sacro che emanano è il sacro del travestimento, della metamorfosi, della non-riducibilità del desiderio.

A ben vedere, ciascuna immagine può essere letta come una liturgia queer, un rituale che ha perso la sua chiesa ma non il suo fuoco. E questo fuoco brucia proprio nel centro del volto, laddove una volta si pensava risiedesse l’anima. Cattaneo ci dice: l’anima non è là. L’anima è nel taglio, nell’eccesso, nella superficie stessa che – continuamente ridefinita – diventa ciò che di più vero possiamo permetterci.

I volti di Ivan Cattaneo non si limitano a fissarci: ci braccano. Escono dalla tela come se fossero presi in una danza stregata, una possessione rituale a metà tra lo sciamanesimo e il cabaret. Lì dove ci aspetteremmo simmetria e rassicurazione, ecco che l’occhio scivola fuori asse, la bocca si sbilancia, il naso si fonde in una macchia cromatica. È un volto che non si fa riconoscere, e in questo sta la sua rivolta. In un tempo in cui l’identità passa da una scansione facciale, Cattaneo inventa il volto irriconoscibile, come se stesse sabotando l’algoritmo, come se dipingesse per rendere il proprio ritratto indecifrabile ai droni della sorveglianza. L’asimmetria è politica. L’ambiguità è liberazione. E il trucco, da semplice ornamento, diventa gesto di guerriglia.

Ci sono immagini che ci guardano come gli ex amanti: con pietà, ma senza perdono. Le opere di Cattaneo appartengono a questa specie di immagini. Hanno la frontalità ieratica di una pala d’altare, ma qualcosa non torna: una sbavatura, un’anomalia, una luce troppo rosa, troppo glitterata. Lì dove ti aspetti l’aureola, trovi un teschio in tulle. Lì dove la Vergine dovrebbe chinare lo sguardo, trovi una creatura che ti fissa con l’occhio lucido del travestito prima di entrare in scena. Queste immagini sono icone queer, reliquie laiche di un culto impossibile: quello della bellezza oltre il genere, oltre la carne, oltre la norma. Sono santi senza chiesa, madonne profane, martiri senza croce. Ma hanno ancora l’aura. Un’aura glitterata, impudica, erotica. Come se il sacro fosse stato portato a ballare in un club.

C’è qualcosa di animale che s’insinua nei volti. Qualcosa che scivola sotto la pelle, nei tratti che si stirano, si allungano, si muovono come se il volto fosse ancora vivo, ancora in divenire. Un guizzo felino, un muso canino, una lingua che sporge a metà tra il feticismo e la favola. Queste figure sembrano nate da un sogno di mutazione, un’utopia di identità fluide, dove il corpo umano è solo una tappa. Come se ogni volto fosse il ritratto di una creatura che ancora non esiste, ma che forse verrà: ibrida, postumana, sacra e animalesca. Non più uomo né donna, né gatto né mostro, ma qualcosa che unisce tutto questo in un’espressione che parla al nostro inconscio più remoto. Queste immagini non rappresentano, evolvono.

Guardare questi volti è come entrare in una casa degli specchi dove ogni riflesso è un’altra versione dello stesso soggetto. Un occhio che torna, una bocca che ripete un sorriso, una cicatrice che si fa segno ricorrente. Tutto ci dice che Cattaneo è ovunque, disseminato in ogni volto, come un attore che non sa più quale parte sta recitando. L’autoritratto non è più un singolo gesto, ma un atto continuo, un’opera in mille variazioni. È come se il pittore si fosse frantumato in frammenti iconici, e ogni pezzo contenesse un’eco della sua presenza. Ma nessuno è definitivo. L’identità qui è una stanza con più uscite, un travestimento perpetuo, un Sé che non vuole mai coincidere con se stesso. Un autoritratto moltiplicato all’infinito, come un mantra visivo.

Il trucco, in queste opere, è più che pigmento: è grafia, è pensiero scritto sulla pelle. Le linee tracciate attorno agli occhi non sono solo eyeliner: sono calligrafie, tracciati, geografie dell’invisibile. Ogni volto diventa una mappa da decifrare, un rebus iconico, un poema visuale. Cattaneo dipinge come si scrive un’epistola d’amore o un testamento: con la cura del dettaglio e il rischio della confessione. E in questo, somiglia ai performer sacri del XX secolo: a Leigh Bowery con i suoi volti impacchettati, a Lindsay Kemp che si truccava come per incarnare l’angelo e il demonio insieme. Truccarsi è raccontarsi, ma al contrario. È dire l’indicibile, è travestire la verità fino a renderla più vera.

C’è una bellezza distrutta in questi volti. Una grazia che sa di crepe, come nelle statue che si reggono nonostante le fratture. Nessun volto è intatto. Tutti sono un po’ rotti, un po’ disegnati male, un po’ disfatti. Ma proprio in questa imperfezione si sprigiona una luce: la luce del fallimento ostinato, dell’errore abbracciato, del maquillage che cola ma non smette di brillare. È un’estetica queer della rovina splendida, dove si celebra ciò che è storto, anomalo, “sbagliato”. Ogni volto è un monumento alla non-normalità. Una festa per i reietti, per i mostri gentili, per le creature che nessuna categoria sa nominare. Come nelle immagini più struggenti di Derek Jarman, anche qui l’icona resiste, perché non vuole guarire.

E così, davanti a queste opere, non si può semplicemente “guardare”. Si deve entrare. Entrare nella scena. Entrare nel volto. Farsi spettatori e attori insieme. Perché in fondo, lo sappiamo, il volto dell’altro è sempre il nostro. Ma trasfigurato, desiderato, rifiutato, temuto, amato. E in questa tensione – squisitamente teatrale, drammaticamente pittorica – risiede la forza dirompente dell’opera visiva di Ivan Cattaneo.


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