Il suo universo letterario si popola di personaggi ai margini: adolescenti ambigui, orfani spirituali, vagabondi, vecchie attrici disfatte, giovani maschi belli e crudeli, fratelli incestuosi, padri falliti e madri possessive. La sua lingua, scarnificata fino all’osso, è segnata da una tensione continua tra lirismo e crudezza, tra silenzio e allucinazione. In Purdy, il linguaggio è sempre sulla soglia dell’interruzione, e l’oscillazione tra eloquenza e reticenza diventa una strategia di resistenza contro la codificazione morale e letteraria. Tale reticenza è deliberata: lo scrittore non mira alla rappresentazione dell’indicibile per scioccare o trasgredire, ma per rivelare la fragilità della forma stessa, il suo essere insufficiente di fronte all’enigma dell’essere umano. Le sue frasi brevi, talora smozzicate, il lessico apparentemente semplice e povero, sono gli strumenti di un’economia retorica tanto sobria quanto letale.
Nel corso della sua lunga carriera, Purdy è stato oggetto di violente oscillazioni di fortuna editoriale e critica. Autore di romanzi, racconti, testi teatrali e lettere (molte delle quali anonime e dallo stile pungente), ha spesso incontrato l’ostilità del mercato editoriale e dei lettori più convenzionali. 63: Dream Palace (1957), romanzo già emblematico del suo stile frammentato e onirico, fu pubblicato in Inghilterra solo dopo la censura di una singola parola — “motherfucker” — da parte della casa editrice Gollancz, che temeva ripercussioni morali e legali. Negli anni Ottanta, il suo romanzo Narrow Rooms, una cupa e claustrofobica esplorazione dei legami sadomasochistici tra giovani uomini, fu oggetto di un tentativo di censura da parte delle autorità tedesche: la richiesta di ritiro fu però respinta da un tribunale, segnando un raro caso in cui la giustizia tutelò un’opera dalla forte carica eversiva.
E tuttavia, malgrado la censura e l’ostracismo, l’opera di Purdy ha costantemente attratto l’attenzione di scrittori e critici di altissimo profilo, che ne hanno riconosciuto la portata innovativa e visionaria. John Cowper Powys colse presto l’affinità tra Purdy e i narratori mistici e profetici della tradizione inglese. Edith Sitwell sottolineò l’aspetto formale e musicale della sua prosa, mentre Dorothy Parker e Jane Bowles ne colsero l’umorismo obliquo e la profonda amarezza. Susan Sontag, tra le sue più lucide sostenitrici, difese l’autore dalle accuse di immoralità, sostenendo che Purdy rappresentasse una delle più autentiche voci poetiche del suo tempo, un autore che — come Genet — faceva dell’abiezione uno strumento di redenzione estetica. Tennessee Williams, con cui Purdy condivise non solo la sensibilità verso le derive del desiderio ma anche l’uso teatrale del linguaggio, fu uno dei suoi più ferventi ammiratori e amici.
Il romanzo d’esordio Malcolm (1959) è emblematico della poetica purdyana. Costruito come un percorso iniziatico all’interno di una New York irreale e mitologizzata, il romanzo segue le peregrinazioni di un giovane ingenuo e angelicato, Malcolm, attraverso una serie di incontri con personaggi mostruosi, buffi, pericolosi e seducenti. In questa narrazione apparentemente semplice si cela una feroce critica all’ipocrisia della società americana, alla sua ossessione per il potere, la mascolinità, la rispettabilità. Per decenni Malcolm fu incluso nei programmi universitari statunitensi, ma la sua fortuna canonica fu compromessa dall’adattamento teatrale che Edward Albee ne trasse: le problematiche contrattuali legate ai diritti e alla paternità dell’opera ne complicarono la diffusione e la ristampa. Malgrado ciò, il romanzo è oggi nuovamente disponibile, e viene regolarmente ristudiato come esempio di romanzo picaresco moderno e queer.
La “rinascita ciclica” di Purdy, come osservò con ironia Edward Albee, si è ripetuta puntualmente ogni decennio. Negli anni ’90 e 2000, l’interesse per la sua opera è stato ravvivato anche da importanti riedizioni e da un lungo articolo di Gore Vidal sul New York Times Book Review, che lo definì “un genio autentico e misconosciuto della narrativa americana”. A tale riconoscimento si è accompagnata una riscoperta più ampia della produzione teatrale e epistolare dell’autore, spesso relegata in secondo piano ma altrettanto essenziale per comprendere la sua visione del mondo e del linguaggio.
Negli ultimi due decenni della sua vita, Purdy si ritirò progressivamente in una condizione di isolamento creativo, circondato da un piccolo gruppo di amici e collaboratori. Tra questi, il più importante fu John Uecker, che aveva già lavorato come segretario e amanuense di Tennessee Williams. Uecker divenne per Purdy una figura centrale, sia affettiva sia editoriale, e lo affiancò nella composizione di opere tarde come Gertrude of Stony Island Avenue (1997) e Moe’s Villa (2003, 2005). Questa fase della sua produzione, spesso ignorata dalla critica, è in realtà di straordinaria importanza: la lingua si fa ancora più scheletrica, il paesaggio interiore si rarefà, e la scrittura assume una forma quasi testamentaria, attraversata da fantasmi, memorie e rovine emotive.
La disciplina di vita dell’autore — astensione da alcol e tabacco, consumo regolare di tè verde — era da lui stesso attribuita alla necessità di conservare lucidità e intensità creativa. Ogni giorno, fino all’ultimo, dettava testi, redigeva lettere, disegnava. La sua raccomandazione ai giovani scrittori — “bandite la vergogna” — suona oggi come un manifesto di poetica queer ante litteram, una difesa della vulnerabilità e del desiderio come forze sovversive e generative. In questa affermazione si coglie la vocazione più profonda della sua opera: non la trasgressione fine a sé stessa, ma la lotta per una verità che si dice solo nell’oscuro, nel tremore, nella sconfitta.
Uno degli aspetti meno studiati ma più affascinanti della produzione di Purdy è costituito dalle lettere anonime, di cui fu appassionato redattore fin dall’infanzia. La prima, redatta all’età di nove anni e indirizzata alla padrona di casa della madre, segna l’inizio di una pratica epistolare segreta e ossessiva. Nel corso della vita ne scrisse a migliaia, spesso con intenti satirici o vendicativi, ma sempre con una straordinaria inventiva linguistica. Queste lettere, oggi disperse o in collezioni private, costituiscono una forma di letteratura parallela, non meno rilevante della sua opera ufficiale. Una delle ultime, scritta all’età di novantadue anni a un redattore che aveva lasciato New York per il Montana, è ancora consultabile online, corredata da disegni dello stesso Purdy che attestano la sua continua ricerca espressiva anche nel campo visivo.
La morte dell’autore, avvenuta nel marzo 2009 a seguito di una frattura dell’anca, fu seguita dalla pubblicazione, per i tipi di Ivan R. Dee, del volume James Purdy, Selected Plays, curato da John Uecker. Il libro raccoglie testi teatrali scritti in diversi periodi — Brice, Ruthanna Elder, Where Quentin Goes e The Paradise Circus — e si apre con una densa prefazione che approfondisce l’amicizia tra Purdy e Tennessee Williams, ma anche la dimensione teatrale della sua scrittura: il dialogo come dramma interiore, il gesto come sintomo, il palcoscenico come luogo dell’identità frammentata. Fin da bambino, Purdy scriveva drammi per il fratello, attore, in un gesto che anticipa la sua intera produzione letteraria come tentativo di mettere in scena la voce e il corpo feriti.
Il volume è dedicato “A coloro che mi hanno sostenuto”, e in particolare a Tennessee Williams e a John Uecker. In copertina, John Waters sintetizza la potenza emotiva del suo teatro con una frase che è al tempo stesso ironica e tragica: “Le opere teatrali di James Purdy spezzeranno il tuo piccolo cuore ferito”. Gore Vidal, con la consueta acutezza, definisce Purdy “un autentico genio americano”, una definizione che andrebbe finalmente accolta nella critica accademica con l’attenzione che merita. In un panorama letterario sempre più omologato e ripetitivo, l’opera di James Purdy continua a pulsare come una ferita aperta: è la voce di chi non chiede di essere incluso, ma ascoltato. Di chi scrive, non per essere accolto, ma per disturbare, ferire, illuminare.
Nessun commento:
Posta un commento