sabato 28 marzo 2026

Carla Accardi: grammatica del segno e costruzione dello spazio tra superficie e ambiente — Contemporanea Galleria d’arte, Foggia, 11 aprile – 20 maggio 2026


L’esposizione dedicata a Carla Accardi, a cura di Giuseppe Benvenuto, si configura come un articolato dispositivo critico ed espositivo volto a indagare, con ampiezza e profondità, la complessità strutturale e la continuità evolutiva della ricerca dell’artista nell’ambito dell’astrattismo italiano del secondo Novecento. La mostra, ospitata presso la Contemporanea Galleria d’arte, sarà aperta al pubblico dall’11 aprile al 20 maggio 2026, con inaugurazione prevista per sabato 11 aprile alle ore 18:30. L’ingresso è libero; la galleria osserva i seguenti orari: dal lunedì al sabato, dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 20:00.
Il progetto curatoriale si distingue per un’impostazione metodologica che rifugge da una semplice scansione cronologica, privilegiando invece una lettura per nuclei tematici e per costellazioni formali, in grado di restituire la densità interna del percorso accardiano. Le circa venti opere selezionate, realizzate tra gli anni Cinquanta e i primi anni Duemila, non sono disposte secondo una progressione lineare, bensì secondo un principio di risonanza visiva e concettuale che consente di cogliere le permanenze, le variazioni e le discontinuità che attraversano l’intera produzione dell’artista. In questo senso, la mostra si propone non soltanto come retrospettiva, ma come spazio di riflessione critica, in cui il lavoro di Accardi viene interrogato nella sua dimensione processuale e linguistica.

All’interno del percorso espositivo emergono con chiarezza i principali ambiti operativi della ricerca dell’artista: dalle opere realizzate con tecnica a caseina, che testimoniano una fase iniziale ancora legata a una concezione più tradizionale della superficie pittorica, ai disegni e agli studi su carta, fino alle sperimentazioni più radicali condotte con materiali plastici trasparenti, in particolare il sicofoil. Quest’ultimo costituisce uno degli snodi più significativi dell’intera produzione accardiana, in quanto introduce una ridefinizione sostanziale del rapporto tra pittura, spazio e ambiente.

L’impiego del sicofoil implica infatti una trasformazione del supporto da elemento passivo a componente attiva dell’opera. Il materiale plastico, intrecciato su strutture lignee e successivamente dipinto, consente una relazione dinamica con la luce e con lo spazio circostante. La trasparenza del supporto permette la compenetrazione tra interno ed esterno, tra opera e contesto, generando effetti di rifrazione e riflessione che modificano continuamente la percezione dell’immagine. In tal modo, l’opera si sottrae a una fruizione statica e si configura come dispositivo ambientale, capace di attivare un’interazione diretta con lo spettatore, chiamato a partecipare alla costruzione del senso attraverso il proprio movimento e la propria posizione nello spazio.

Questa dimensione ambientale, tuttavia, non comporta una perdita di rigore formale; al contrario, evidenzia con maggiore forza la centralità del segno nella ricerca di Accardi. Il segno, elemento costitutivo e costante della sua pratica, si presenta come struttura autonoma, svincolata da ogni funzione rappresentativa e orientata verso la costruzione di un linguaggio visivo autosufficiente. La sua articolazione, al tempo stesso fluida e controllata, rivela una tensione tra spontaneità gestuale e disciplina compositiva, tra impulso e misura, che costituisce uno dei tratti distintivi dell’opera dell’artista.

La selezione delle opere consente inoltre di osservare una significativa varietà di scala e di soluzioni formali, che contribuiscono a evidenziare la versatilità e la coerenza della ricerca accardiana. Accanto a lavori di dimensioni ridotte – come un’opera del 2004, realizzata a pennarello su tela in bianco e argento, che si distingue per la sua essenzialità e per la precisione del tratto – si collocano opere di maggiore ampiezza, in cui il segno si espande e si articola in relazione a campi cromatici complessi. In questi lavori, la dimensione spaziale si amplifica, e la superficie pittorica diventa luogo di interazione tra linea e colore, tra ritmo e struttura.

In particolare, opere come “Azzurro argento” (2005) testimoniano una fase avanzata della ricerca dell’artista, caratterizzata da un’intensificazione dell’indagine sul rapporto tra segno e luminosità. Qui la linea non si limita a delimitare o a scandire lo spazio, ma si configura come elemento dinamico, capace di generare vibrazioni visive e di attivare una percezione stratificata dell’immagine. Il colore, lungi dall’essere un semplice riempimento, assume una funzione strutturale, contribuendo alla definizione di campi energetici che interagiscono con il segno in modo complesso e articolato.

Di particolare interesse risultano anche gli studi su carta degli anni Sessanta, tra cui “Studio per ororosso” e “Studio per scacchiera”, che offrono una preziosa testimonianza del processo ideativo dell’artista. In questi lavori emerge con evidenza la dimensione progettuale della pratica accardiana, fondata su un’attenta costruzione dell’immagine attraverso strumenti essenziali e su una riflessione analitica delle possibilità combinatorie del segno. L’apparente semplicità dei mezzi – una biro, un foglio – si traduce in una straordinaria complessità di esiti, rivelando la profondità della ricerca sottesa a ciascuna opera.
Tali studi non devono essere intesi come semplici fasi preparatorie, bensì come momenti autonomi di elaborazione, in cui il pensiero visivo dell’artista si manifesta nella sua forma più immediata e, al contempo, più rigorosa. Essi permettono di cogliere il passaggio dall’idea alla realizzazione, evidenziando la continuità tra progetto e opera finita e sottolineando la centralità del processo all’interno della pratica artistica di Accardi.

Nel suo complesso, la mostra restituisce l’immagine di una ricerca che si sviluppa come processo evolutivo continuo, caratterizzato da una costante tensione tra permanenza e trasformazione. La pittura, per Accardi, non è mai un esito definitivo, ma uno spazio di elaborazione interna, un campo di sperimentazione in cui il linguaggio visivo viene continuamente messo alla prova, ridefinito, rinnovato. La geometria che emerge dalle sue opere, pur nella sua apparente linearità, si presenta come una struttura dinamica, attraversata da forze contrastanti e da equilibri instabili.

La riflessione dell’artista sul rapporto tra segno, ritmo e percezione si avvicina a una dimensione quasi musicale, in cui la composizione visiva si configura come articolazione di tempi, pause e intensità. Non è un caso che la stessa Accardi abbia sottolineato questa analogia, affermando: «L’arte può e deve essere come la musica, che ha in sé delle doti e trasmette spiritualità». Tale affermazione non va intesa in senso metaforico, ma come indicazione precisa di un orientamento poetico, che concepisce l’opera d’arte come esperienza sensibile e insieme immateriale, capace di attivare livelli profondi della percezione.

L’esposizione presso la Galleria Contemporanea si configura dunque come un’occasione di rilettura critica dell’opera di Carla Accardi, offrendo al pubblico e agli studiosi uno strumento per comprendere la complessità e la rilevanza del suo contributo alla storia dell’arte contemporanea. Attraverso una selezione attenta e rigorosa, il progetto curatoriale mette in luce le diverse fasi di un percorso coerente e in costante trasformazione, restituendo la densità teorica e la forza innovativa di una delle figure più significative dell’arte italiana del secondo Novecento.

In ultima analisi, la mostra non si limita a presentare una serie di opere, ma costruisce un campo di riflessione in cui si intrecciano questioni di linguaggio, di percezione e di spazio, invitando a considerare la pratica artistica di Accardi come un sistema aperto, in cui ogni elemento – segno, colore, supporto, ambiente – contribuisce alla definizione di un’esperienza estetica complessa e stratificata.

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