lunedì 23 marzo 2026

Respiri di marmo: Hidetoshi Nagasawa



Entro nell’atelier e subito il silenzio sembra trattenere il respiro. Non è un silenzio vuoto, ma denso, abitato dai segni lasciati da anni di lavoro, dalle vibrazioni invisibili dei gesti dell’artista, dalle tracce di idee sospese nell’aria. Il pavimento scricchiola sotto i miei passi, e ogni oggetto intorno a me racconta qualcosa: un calco di marmo appoggiato a un cavalletto, una tavola di legno segnata da linee di matita e incisioni, fogli stropicciati e disegni sparsi, che sembrano suggerire dialoghi mai conclusi. Respiro a fondo: c’è l’odore della polvere di marmo, del legno grezzo, della cera ancora fresca su alcune superfici; un insieme di profumi che parlano di lavoro paziente, di mani attente, di silenzi trasformati in materia.

Cammino tra le sculture e i disegni, e mi accorgo che ogni passo cambia la percezione dello spazio. Una scala di legno, appoggiata a un angolo, sembra deformarsi a seconda del punto da cui la guardo; un calco incompleto di marmo rivela al tatto le curve che l’artista ha immaginato, plasmato e poi sospeso. Le ombre delle finestre si allungano sulle pareti e sui pavimenti, e ogni elemento diventa parte di un disegno più grande, un quadro vivo che non si limita a mostrare opere, ma le fa respirare. Qui, l’arte non è mai conclusa: è un dialogo continuo tra materia, pensiero e percezione.

Ricordo che l’8 maggio 2024 l’atelier fu ufficialmente intitolato a Hidetoshi Nagasawa. Camminando oggi tra queste pareti, posso quasi sentire la presenza dei presenti in quella cerimonia: Tommaso Sacchi, Alessia del Corona Borgia e i tanti visitatori che si muovevano tra gli oggetti, accarezzando con lo sguardo ogni superficie, ascoltando con attenzione le parole che raccontavano non solo l’artista, ma anche l’uomo e il tessitore di relazioni culturali. Le loro voci, misurate e dense di rispetto, sembrano ancora vibrare nell’aria, come se l’atelier stesso avesse deciso di conservarle insieme alla memoria dei gesti creativi.

In quei momenti, la mostra “Hidetoshi Nagasawa. 1969-2018”, curata da Giorgio Verzotti, occupava l’intera Casa degli Artisti e si articolava tra tre spazi: la galleria BUILDING, la Galleria Moshe Tabibnia e l’atelier stesso. Camminando tra questi luoghi, mi sento parte di un percorso che non è solo cronologico, ma emozionale. Ogni opera racconta una storia di ricerca, di sperimentazione, di incontri con materiali diversi. Le sculture monumentali come “Compasso di Archimede” o “Casa del Poeta” non sono mai isolate: si inseriscono in un dialogo costante con gli altri lavori, con lo spazio circostante e con chi le osserva, trasformando ogni angolo in un frammento di universo poetico.

Hidetoshi Nagasawa nacque in Giappone nel 1949 e arrivò a Milano nel 1968, portando con sé un equilibrio tra la sensibilità orientale e la curiosità sperimentale occidentale. Ogni oggetto in quest’atelier sembra parlare di quella tensione: il rigore geometrico delle forme, la precisione dei calchi, la misura attenta dei materiali, tutto convive con un respiro poetico che lascia spazio alla libertà dell’immaginazione. Nel 1978 Nagasawa, insieme a Jole de Sanna e Luciano Fabro, fondò Casa degli Artisti, che divenne un laboratorio vivo di relazioni, scambi e sperimentazioni. Ogni parete, ogni scaffale e ogni tavolo qui presente custodisce i ricordi di discussioni animate, serate trascorse a confrontarsi su estetica e filosofia dell’arte, momenti in cui le idee prendevano forma tra una parola detta e un gesto sul materiale.

Osservo un disegno lasciato sul pavimento: linee precise si interrompono bruscamente, lasciando spazio a macchie e sfumature che sembrano suggerire possibilità infinite. Mi inginocchio per avvicinarmi e noto i dettagli: piccoli segni, tracce di matita, incisioni impercettibili. È come se l’artista stesse ancora lavorando, invitando chi osserva a completare il gesto con lo sguardo e con la mente. Mi accorgo che la luce entra dalle finestre ad angolo basso, illuminando il marmo e facendo brillare il legno come se respirasse. Ogni superficie sembra viva, ogni dettaglio racconta un passaggio di pensiero, un’intuizione, un momento di equilibrio trovato e poi sospeso.

L’intitolazione dell’atelier e la mostra non sono solo celebrazione: sono un atto di restituzione, una restituzione della memoria di un artista che ha trasformato l’arte in esperienza. Entrando qui, si ha la percezione che la sua poetica continui a vivere e a muoversi tra gli oggetti: il marmo, il legno, la cera, il disegno, le ombre e le luci. Tutto diventa linguaggio, tutto diventa dialogo. Camminando tra le sculture e i calchi preparatori, percepisco la tensione tra rigore e libertà, tra materia e pensiero, tra passato e presente. La mostra diventa così un’esperienza immersiva: ogni opera non è solo vista, ma sentita, percepita, respirata.

Mi fermo davanti a “Compasso di Archimede”: il marmo sembra vibrare al contatto con la luce e con il mio sguardo. È geometrico, preciso, ma allo stesso tempo poetico. Ogni curva sembra seguire un ritmo invisibile, un respiro dell’artista, una vibrazione che si propaga nello spazio circostante. Camminando ancora, sento che tutto l’atelier diventa un organismo unico: i calchi, i disegni, le scale, le superfici, persino la polvere, sono parti di un tutto, un ecosistema sensibile in cui ogni dettaglio conta.

E mentre la luce del pomeriggio si allunga sulle pareti, percepisco un filo invisibile che lega ogni gesto dell’artista alla mia presenza. Qui, la memoria si fa viva, la materia si fa pensiero, e ogni passo diventa scoperta. Non c’è fretta, non ci sono distrazioni: solo il tempo sospeso dell’atelier, in cui ogni opera può parlare, suggerire, emozionare. La scultura di Nagasawa non è mai conclusa, e chi osserva diventa parte di questo processo ininterrotto, una presenza che completa e rinnova l’opera.

L’atelier intitolato a Nagasawa è più di uno spazio espositivo: è un laboratorio della memoria, un invito a percepire la poesia nascosta nei gesti, nei materiali, nelle linee. Ogni oggetto, ogni residuo, ogni sfumatura di marmo o legno è un richiamo a ciò che l’arte può essere: esperienza, dialogo, respiro. Qui, la vita dell’artista continua a vibrare, a suggerire, a incantare, e chiunque varchi la soglia entra in un mondo in cui la memoria e la creatività si fondono in un unico gesto, sospeso tra materia e spirito, tra presente e tempo senza fine.


Nessun commento:

Posta un commento