venerdì 27 marzo 2026

Spiccioli di polvere

Non so gradire gli spiccioli
di vita. Vane le aureole
dei santi, le trappole
nei vecchi che si sgretolano.

Cheto m’involo, falso studiolo,
disimparando il già saputo,
le aureole dei santi in volo
tra i rami secchi del vissuto.

Vane le aureole dei santi,
non so gradire gli spiccioli,
né i vecchi persi nei rimpianti,
né il cielo chiuso agli angoli.

Disimparando, mi dissolvo
cheto tra libri invecchiati,
i santi finti non li absolvo,
né i vecchi sogni ossidati.

Di vita restano gli spiccioli,
ombre di santi senza nome,
trappole tese ai vecchi fragili,
fili di nebbia sulle zone.

Cheto mi perdo nel falso sapere,
disimparando la via del ritorno,
gli spiccioli restano senza volere,
santi di gesso sbiancati dal giorno.

Non so gradire gli spiccioli,
né le preghiere nei santi spenti,
vecchi si chiudono in focolari
senza più fuoco nei loro denti.

M’involo tra carte disfatte,
falso studiolo di fogli smarriti,
disimparando le vecchie tratte
di passi e suoni ormai svaniti.

Trappole tese nei giorni uguali,
gli spiccioli restano muti e freddi,
i santi tacciono sui loro altari,
nei vecchi il tempo lascia i suoi tagli.

Vane le aureole sopra le teste,
spiccioli sparsi, nomi dispersi,
nel falso studiolo il cuore non veste
niente che possa salvarci davvero.

Non so gradire gli spiccioli,
né i resti di preghiere spente,
i santi hanno aureole fragili,
i vecchi rughe inconsistenti.

Vane le aureole nei mattini,
santi di gesso senza fervore,
trappole sparse tra i destini,
vecchi che sanno solo dolore.

Cheto m’involo, falso rifugio,
dietro le ombre di un’altra età,
disimparando ogni indugio,
lasciando i giorni senza pietà.

Di vita restano solo scarti,
gli spiccioli di un tempo andato,
vecchi rinchiusi nei loro spartiti,
santi di fumo evaporato.

Non voglio briciole d’esistenza,
né aureole sopra teste curve,
trappole antiche, vecchie sentenze,
santi di cenere nelle urne.

Spiccioli sparsi, freddi nel palmo,
santi caduti senza più luce,
vecchi nei giorni senza più calmo,
trappole tese sotto la croce.

Cheto m’involo nel falso sapere,
dietro i sipari di libri spenti,
disimparando la finta chimera
dei vecchi giorni inconsistenti.

Vane le aureole nei venti scuri,
i santi inermi sul bianco altare,
i vecchi chiudono gli occhi duri,
gli spiccioli restano a terra a brillare.

Di vita ho perso le briciole vere,
tra santi muti e vecchi dispersi,
cheto m’involo senza sapere,
disimparando i giorni diversi.

Non so gradire i resti smarriti,
gli spiccioli sparsi lungo il cammino,
i santi giacciono senza più riti,
i vecchi tacciono lungo il declino.

Non so gradire gli spiccioli,
né il resto di giorni disfatti,
santi che muoiono fragili,
vecchi sommersi nei fatti.

Cheto mi allontano piano,
falso studiolo di carta e nebbia,
disimparando con mano
ciò che la vita già strappa.

Vane le aureole dei santi,
ombre spente sui muri invecchiati,
trappole tese a passi stanchi,
sguardi bassi, sguardi svaniti.

Spiccioli sparsi tra dita incerte,
resti di vita in giorni sfiniti,
santi di marmo, sguardi inerti,
trappole d’oro nei vecchi miti.

Di vita avanzo pochi contorni,
spiccioli grigi e mani leggere,
vecchi nei giorni senza più sogni,
santi di carta, santi di cenere.

Cheto m’involo senza un rumore,
disimparando parole spezzate,
vecchi sussurri, santi in pallore,
ombre lasciate tra notti ghiacciate.

Non so gradire i resti d’argento,
gli spiccioli sparsi lungo il cammino,
vecchi si chiudono dentro il tormento,
santi si spengono piano, in sordino.

Vane le aureole, sbiadite, leggere,
santi disfatti in passi svaniti,
trappole tese ai giorni in catene,
vecchi che sfuggono, occhi smarriti.

Cheto m’involo, finto sapere,
falso studiolo di libri svaniti,
disimparando il tempo e il mestiere,
vecchi rimpianti, giorni traditi.

Di vita resto col poco in tasca,
spiccioli d’ore, venti leggeri,
santi si piegano, cenere e maschera,
vecchi si spezzano in passi sinceri.

Non so gradire gli spiccioli,
né il tempo dato a metà,
santi dai volti ridicoli,
vecchi che insegnano l’umiltà.

Vane le aureole nei secoli,
polvere d’oro che il vento disperde,
trappole d’ombra nei vecchi colpevoli,
mani giunte in un gesto che perde.

Cheto m’involo, lieve sparisco,
falso studiolo di sogni sbiaditi,
disimparando ciò che capisco,
tra voci stanche e giorni svaniti.

Di vita ho solo frammenti sparsi,
spiccioli d’ore che il buio divora,
vecchi nei giorni dagli occhi tersi,
santi che attendono l’ultima aurora.

Non so gradire la vita a rate,
né santi incisi nel bronzo spento,
vecchi che vegliano sopra le grate,
trappole tese nel mio sgomento.

Cheto m’involo tra fogli stanchi,
ombre leggere nei libri chiusi,
disimparando i sogni e i canti,
resti di voci, attimi fusi.

Vane le aureole, santi di gesso,
occhi rivolti a un cielo smarrito,
trappole sparse nei giorni adesso,
vecchi scompaiono senza un invito.

Spiccioli d’ore tra mani vuote,
resti di giorni dal tempo oppresso,
santi dipinti tra le pareti,
vecchi che sanno ma senza progresso.

Cheto m’involo, falso sapere,
disimparando il nome del tempo,
vecchi si chiudono senza volere,
santi svaniti nel mutamento.

Di vita restano passi sospesi,
spiccioli d’aria nei gesti pigri,
santi si piegano in sogni offesi,
vecchi scompaiono dentro ai libri.

Non so gradire gli spiccioli,
né il resto di giorni mancati,
santi con volti ridicoli,
vecchi da troppi rimpianti piegati.

Vane le aureole sopra le teste,
polvere sparsa dal soffio del vento,
trappole tese alle mani più oneste,
vecchi che aspettano il giusto momento.

Cheto m’involo, lascio il pensiero,
falso studiolo di sogni dispersi,
disimparando il tempo sincero,
fuggono i giorni, specchi sommersi.

Di vita avanzo poche parole,
spiccioli d’ore lasciati al caso,
vecchi che tacciono oltre il dolore,
santi scolpiti nel finto riposo.

Non so gradire i resti smarriti,
gli spiccioli dati con mani gelate,
santi che brillano dentro i graffiti,
vecchi raccolti in sere stonate.

Cheto m’involo, niente trattiene,
disimparando la via del ritorno,
vecchi nei giorni che il tempo contiene,
santi che cadono senza contorno.

Vane le aureole, polvere e cenere,
spiccioli sparsi su strade deserte,
vecchi che attendono l’ultima tenebra,
trappole tese a parole incerte.

Spiccioli d’aria, resti di nebbia,
mani svuotate da troppe attese,
santi si spezzano dentro la sabbia,
vecchi si chiudono in ombre tese.

Cheto m’involo tra libri obliati,
falso sapere di fogli consunti,
disimparando i passi marcati,
nella memoria i giorni sconfitti.

Di vita prendo il niente che avanza,
spiccioli sparsi tra le macerie,
santi svaniti nell’ultima danza,
vecchi sospesi su notti alterne.



nota d'autore 

Questi versi, per me, si dispongono come una costellazione instabile, attraversata da linee di forza che non riesco – e forse non voglio più – ricondurre a una figura definitiva. I temi che vi affiorano non sono semplicemente ricorrenti: si inseguono, si contraddicono, si consumano a vicenda dentro un’atmosfera di disillusione che non sento il bisogno di alzare di tono, ma di trattenere, quasi educare al proprio stesso svuotamento. Non cerco più alcuna rivelazione: mi muovo piuttosto tra le macerie di ciò che, un tempo, poteva ancora prometterla, e che ora sopravvive come eco, come residuo appena udibile.

Il rifiuto dell’incompleto e del superfluo non nasce in me come gesto di superiorità, né come scelta estetica consapevole: è, più semplicemente, una forma di incapacità. Non so “gradire gli spiccioli”, perché quegli spiccioli mi appaiono già compromessi, già ridotti, già consumati prima ancora di essere vissuti. Non sono frammenti innocenti, ma tracce di una realtà che si offre solo nella sua forma minore. Continuo a sentire, quasi per inerzia, una tensione verso il tutto, ma so che è una tensione svuotata, un riflesso condizionato più che una reale possibilità. Così mi trovo sospeso: da una parte un desiderio che non si spegne, dall’altra la certezza che ciò che ricevo è sempre un resto. Il mio rifiuto, allora, non mi libera affatto: mi lascia in una zona di inappartenenza, elegante forse, ma sterile, più vicina alla rinuncia che alla scelta.

Anche il sacro, nella mia esperienza, si dissolve senza bisogno che io lo aggredisca. Le “aureole dei santi” non le vedo più come segni di trascendenza, ma come superfici vuote, come decorazioni sopravvissute al loro stesso significato. Quando penso ai santi, li immagino di “cenere” o di “gesso”: materiali che non reggono, che si sgretolano al minimo contatto. Non sento il bisogno di distruggerli: si disfano da soli, sotto il peso della loro inconsistenza. Non c’è, in me, una volontà iconoclasta; piuttosto una malinconica constatazione. Il sacro non mi scandalizza, ma nemmeno mi sostiene: si deposita come polvere sulle cose, senza più illuminarle. Rimane una traccia, una memoria di ciò che avrebbe potuto essere, ma che non riesce più a incidere.

I vecchi, quando compaiono nei miei versi, non sono figure di saggezza, né custodi di un sapere da trasmettere. Li sento come presenze immobili, trattenute in un tempo che non apre più alcuna possibilità. Il loro passato non agisce: è come esposto in una teca, osservabile ma inerte. In loro non trovo una continuità, ma una sospensione. Non è nemmeno il rimpianto a definirli: è qualcosa di più opaco, una sorta di sopravvivenza senza funzione. Guardandoli, ho l’impressione di vedere una forma di vita che continua senza più incidere su nulla, e in questo riconosco qualcosa che riguarda anche la mia scrittura: la paura di restare, sì, ma senza lasciare traccia.

Quando mi “involo cheto”, non sto compiendo alcun gesto eroico. Non c’è rottura, non c’è dichiarazione. Mi sottraggo, semplicemente. Mi sposto di lato, quasi senza farmi notare. È una diserzione minima, una forma di fuga che evita il confronto diretto. In questo movimento, sento anche di disimparare: ciò che ho appreso – linguaggi, saperi, strutture – mi appare sempre più come qualcosa di inservibile. Il sapere stesso si rivela per quello che è diventato: un “falso studiolo”, una costruzione che imita la profondità ma che, a uno sguardo più attento, si mostra vuota. Non è ignoranza quella che cerco, ma una consapevolezza diversa: sapere che il sapere non basta, non salva, non fonda. E in questa consapevolezza trovo una leggerezza ambigua, che è insieme perdita e, forse, una forma minima di liberazione.

Il senso, infine, non mi appare mai come qualcosa di stabile. Non lo perdo: semplicemente non lo trovo. Il tempo, per me, si frantuma in “spiccioli”, i giorni si disperdono senza costruire una continuità. Non riesco più a individuare un centro, un punto verso cui orientarmi. Tutto si dispone su uno stesso piano, senza gerarchie, in una sorta di insignificanza diffusa che non mi travolge, ma mi accompagna con discrezione. La frammentarietà non è una scelta formale: è la condizione in cui mi trovo a esistere. E la scrittura, invece di opporvisi, la accoglie, la lascia accadere, quasi con pudore, senza pretendere di ricomporla.

Quello che ne deriva, per me, è uno stato sospeso, in cui il rifiuto non diventa mai opposizione e la malinconia non si trasforma in lamento. Non cerco consolazione, ma non mi interessa nemmeno denunciare. Rimango in una posizione intermedia, fragile e insieme lucidissima, in cui ogni cosa si mostra proprio nel momento in cui si sottrae. È in questa sottrazione continua, in questo venir meno che non smette mai, che riconosco la coerenza più segreta dei miei versi: non un sistema, non una costruzione compiuta, ma una deriva consapevole, che accetto senza più tentare di correggere.

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