Mario Schifano: ritorna come un fantasma necessario, come una domanda ancora aperta. Dal 17 marzo, a Palazzo delle Esposizioni, quel fantasma ha il volto inquieto e luminoso di Mario Schifano.
Non si tratta semplicemente di una mostra. È un ritorno. Trentacinque anni fa, la riapertura del Palazzo fu segnata da una grande personale dedicata a lui, quasi a dichiarare che la modernità italiana aveva bisogno di quel gesto pittorico, di quella febbre iconica, per inaugurare una nuova stagione. Oggi, a distanza di decenni, oltre cento opere tornano a occupare le sale come una costellazione irregolare, disobbediente, necessaria.
La mostra ““Mario Schifano””, curata da Daniela Lancioni, non si limita a ordinare cronologicamente i lavori: costruisce un attraversamento. È come entrare dentro una mente che non ha mai smesso di interrogare l’immagine, di sabotarla, di amarla con un’ossessione quasi erotica. Dagli esordi alla stagione degli anni Novanta, la traiettoria dell’artista si dispiega come un arco teso tra pittura e visione, tra gesto e dispositivo tecnologico.
All’inizio c’è il silenzio abbagliante dei monocromi. Campiture che sembrano voler azzerare tutto, fare piazza pulita dell’aneddoto e della narrazione. Ma sotto quella superficie compatta vibra già una tensione: la pittura non è negata, è portata al grado zero per essere reinventata. Schifano non distrugge, sposta. Non chiude, spalanca.
Poi arrivano le immagini rubate al paesaggio mediatico. Loghi, segnali stradali, frammenti televisivi, fotogrammi. La realtà filtrata dalla riproducibilità tecnica diventa materia pittorica. Non c’è mai sudditanza verso la fotografia o il cinema; c’è, piuttosto, un corteggiamento aggressivo. La tela diventa schermo, lo schermo diventa tela. L’artista assorbe televisione e pellicola, li inghiotte e li restituisce deformati, intensificati, erotizzati dal colore.
In questo percorso, la pittura resta il centro pulsante. Anche quando dialoga con il cinema sperimentale o con la fotografia, anche quando sembra lasciarsi sedurre dalla tecnologia, Schifano rimane pittore. Un pittore che non accetta la nostalgia né la purezza disciplinare. La sua è una passione assoluta, quasi scandalosa, per il fare pittorico: una passione che attraversa linguaggi, li contamina, li reinventa.
La mostra al Palazzo delle Esposizioni non racconta soltanto una carriera. Racconta una postura nei confronti del mondo. Schifano ha abitato il secondo Novecento italiano come una figura centrale e irregolare, capace di dialogare con le avanguardie internazionali senza perdere un accento profondamente romano, mediterraneo, carnale. La sua ricerca è un continuo attraversamento di soglie: tra astrazione e figurazione, tra manualità e riproduzione meccanica, tra icona pop e lirismo visionario.
Entrando nelle sale, lo spettatore è chiamato a un esercizio di sguardo. Non si tratta di riconoscere soltanto le immagini, ma di percepirne la vibrazione. Le superfici sono spesso attraversate da un’energia inquieta, da un senso di urgenza che non concede tregua. È come se ogni opera dicesse: la pittura è ancora possibile, ma solo se accetta di bruciare.
L’itinerario espositivo costruisce così una parabola creativa completa, dagli anni dell’esordio fino alle opere più tarde, in cui la riflessione sull’immagine si fa ancora più complessa, stratificata, a tratti malinconica. Eppure, anche negli anni Novanta, resta intatta quella tensione primaria verso l’invenzione visiva radicale. Schifano non smette mai di rischiare. Non cerca la formula rassicurante; cerca lo scarto.
La mostra è promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e da Azienda Speciale Palaexpo, prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Gallerie d'Italia. Main Partner Eni, con il supporto della Fondazione Silvano Toti. Una rete istituzionale che riconosce in questa retrospettiva non soltanto un evento espositivo, ma un atto di memoria culturale.
Dal 17 marzo, dunque, non si celebra un anniversario. Si riapre una ferita luminosa. Si torna a interrogare un artista che ha saputo trasformare la superficie in campo di battaglia e di desiderio. E il Palazzo delle Esposizioni, ancora una volta, diventa il luogo in cui la pittura di Schifano ricomincia a pulsare, come se non avesse mai smesso.
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