lunedì 18 maggio 2026
Sotto la ragnatela del mondo: Mona Hatoum e la grammatica della fragilità alla Fondazione Prada
Alla Fondazione Prada l’arte contemporanea raramente viene presentata come semplice successione di opere. Piuttosto, ogni mostra sembra costruire un ambiente mentale, una condizione psicologica dentro cui il visitatore viene immerso. “Over, under and in between”, il progetto site-specific concepito da Mona Hatoum per gli spazi della Cisterna, appartiene pienamente a questa tradizione. Ma rispetto ad altre operazioni espositive recenti, qui il coinvolgimento non passa attraverso la spettacolarità immersiva oggi tanto di moda. Hatoum lavora invece per sottrazione, per tensione, per minaccia trattenuta. Lo spettatore entra in uno spazio apparentemente essenziale e lentamente comprende che ogni equilibrio è precario.
La mostra, visitabile dal 29 gennaio al 9 novembre 2026, si articola in tre installazioni che occupano le tre sale della Cisterna, ex area industriale dell’antica distilleria trasformata dalla Fondazione in uno dei luoghi più riconoscibili dell’arte contemporanea europea. Hatoum costruisce il progetto attorno a tre elementi ricorrenti della propria ricerca: la ragnatela, la mappa e la griglia. Tre forme apparentemente neutre che diventano però strumenti di tensione emotiva e politica.
L’intero percorso espositivo ruota attorno a una domanda implicita: come si abita un mondo diventato instabile? Non è un caso che la mostra nasca in un momento storico attraversato da guerre, crisi migratorie, collassi geopolitici, sorveglianza tecnologica e crescente fragilità sociale. Hatoum non rappresenta direttamente questi fenomeni. Non ci sono immagini documentarie, slogan o narrazioni didascaliche. La sua strategia è molto più sottile: tradurre l’insicurezza contemporanea in esperienza fisica.
La prima installazione accoglie il visitatore con una grande ragnatela sospesa composta da delicate sfere di vetro soffiato unite da sottili fili metallici. L’opera, intitolata “Web”, galleggia sopra le teste del pubblico come una costellazione fragile e minacciosa insieme. È probabilmente una delle immagini più potenti della mostra. La leggerezza quasi poetica della struttura convive infatti con una sensazione di possibile intrappolamento. La ragnatela, come ha spiegato la stessa artista, può essere contemporaneamente rifugio e trappola, protezione e minaccia. Hatoum insiste proprio su questa ambivalenza: ciò che ci sostiene può anche catturarci.
È un tema centrale nell’intera poetica dell’artista. Nata a Beirut da famiglia palestinese e rimasta bloccata a Londra allo scoppio della guerra civile libanese nel 1975, Hatoum ha costruito gran parte della propria ricerca attorno all’esperienza dello sradicamento, del controllo e della vulnerabilità. Ma la sua forza sta nell’evitare qualsiasi riduzione autobiografica. Le opere non illustrano una biografia: trasformano condizioni politiche ed esistenziali in strutture percettive.
Nel caso di “Web”, l’effetto è quasi ipnotico. Le sfere di vetro ricordano gocce di rugiada, cellule, pianeti, frammenti cosmici. La ragnatela assume così una doppia natura: organismo biologico e costellazione astronomica. In un’intervista rilasciata a Vogue Italia, Hatoum ha dichiarato di essere interessata a “spingere le persone in due direzioni diverse”, facendo convivere attrazione e repulsione. È precisamente ciò che accade qui: il visitatore alza lo sguardo con meraviglia, ma avverte contemporaneamente una sottile inquietudine.
La seconda sala ospita forse l’opera più apertamente politica della mostra: una gigantesca mappa del mondo composta da oltre trentamila sfere di vetro rosso adagiate direttamente sul pavimento. I continenti emergono come una geografia instabile, priva di confini nazionali, continuamente esposta al rischio di dispersione. Nessuna sfera è fissata al suolo. Basta immaginare un minimo spostamento, una vibrazione, un errore, perché l’intera configurazione possa collassare.
È un’immagine straordinaria del mondo contemporaneo. Hatoum elimina le frontiere politiche e sceglie deliberatamente la proiezione Gall-Peters invece della tradizionale Mercatore. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di una decisione profondamente ideologica. La proiezione Gall-Peters corregge infatti le distorsioni eurocentriche della cartografia occidentale, restituendo ai territori del Sud globale dimensioni più vicine alla realtà geografica. Africa e Sud America cessano di apparire marginali rispetto all’Europa e al Nord America. La mappa diventa così anche una riflessione sui sistemi di rappresentazione e sulle gerarchie implicite nello sguardo occidentale.
Camminare accanto a questa superficie rossa produce una sensazione quasi fisica di precarietà. Le sfere sembrano sangue solidificato, oppure cellule vive, oppure ancora mine disseminate sul pavimento. È impossibile non pensare a un pianeta sull’orlo del collasso. Eppure l’opera mantiene una bellezza visiva quasi seducente. Ancora una volta Hatoum costruisce un cortocircuito tra eleganza formale e tensione emotiva.
L’ultima sala della Cisterna è occupata da “all of a quiver”, una monumentale struttura metallica composta da cubi aperti sovrapposti che oscilla lentamente grazie a un meccanismo motorizzato. L’opera produce scricchiolii, vibrazioni, movimenti ciclici che evocano un organismo vivo più che una scultura minimalista. La struttura sembra continuamente sul punto di crollare per poi rialzarsi, come un corpo esausto costretto a rimettersi in piedi.
Qui emerge con forza il dialogo di Hatoum con l’estetica minimalista americana. Le geometrie modulari ricordano inevitabilmente artisti come Sol LeWitt o Donald Judd, ma Hatoum introduce un elemento estraneo alla purezza minimalista: la vulnerabilità. La griglia non è stabile, non è autonoma, non è neutrale. Vibra. Soffre. Minaccia il collasso. È una forma modernista che improvvisamente acquisisce una dimensione quasi biologica.
Nel testo pubblicato nel Quaderno della mostra, l’architetta Lina Ghotmeh scrive che l’opera insegna come “restare in piedi non significhi conquistare l’instabilità, ma abitarla”. È forse questa la frase che meglio sintetizza l’intero progetto di Hatoum. Non esiste più una condizione di sicurezza definitiva. Esiste soltanto la possibilità di convivere con il rischio, con la fragilità, con l’incertezza permanente.
La Cisterna della Fondazione Prada si rivela lo spazio ideale per questa riflessione. L’architettura industriale, con le sue altezze severe e il suo vuoto quasi sacrale, amplifica il senso di esposizione fisica. Hatoum non utilizza lo spazio come semplice contenitore, ma come parte attiva dell’opera. Le installazioni sembrano risvegliare la memoria stessa dell’edificio: ex luogo produttivo trasformato in macchina culturale, spazio di lavoro industriale diventato tempio dell’arte contemporanea.
E proprio qui emerge una delle qualità più interessanti della mostra: la capacità di trasformare l’esperienza estetica in esperienza corporea. In “Over, under and in between” il visitatore non osserva soltanto le opere, ma viene continuamente costretto a prendere coscienza del proprio corpo nello spazio. Cammina lentamente. Alza lo sguardo. Evita ostacoli immaginari. Misura distanze. Avverte tensioni. È un’arte che riporta la percezione al centro dell’esperienza.
In un momento storico in cui molta arte contemporanea sembra inseguire l’immediatezza fotografica e la viralità social, Mona Hatoum compie un’operazione quasi opposta. Chiede tempo, attenzione, vulnerabilità. Le sue opere non cercano consenso immediato. Lasciano piuttosto un’inquietudine persistente che continua ad agire anche dopo l’uscita dalla mostra.
Ed è forse questa la loro forza più profonda. Hatoum non costruisce metafore astratte della precarietà contemporanea: la rende percepibile. La trasforma in materia, in suono, in instabilità fisica. Nella Cisterna della Fondazione Prada il mondo appare allora come una gigantesca struttura oscillante, fragile, pronta a incrinarsi da un momento all’altro. E noi, sotto quella ragnatela di vetro, sopra quella mappa instabile, davanti a quella griglia che trema, comprendiamo improvvisamente quanto sia sottile la linea che separa equilibrio e collasso.
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