sabato 5 settembre 2026

El Horno: il monologo di Skeeen e l'albero (inedito)

Un albero è sempre lo stesso da quando nasce a quando muore, Godz, e questa frase, detta così, sembra quasi una banalità, una di quelle verità che pronunciamo senza più ascoltarle, perché siamo abituati a considerare l’albero come qualcosa che semplicemente sta, qualcosa che occupa un luogo, che affonda le proprie radici nella terra e che, stagione dopo stagione, ripete il proprio destino senza interrogarsi sul significato di ciò che gli accade, eppure basta guardarlo davvero, basta fermarsi davanti a un albero per un tempo sufficientemente lungo da sottrarsi, anche solo per qualche minuto, alla nostra necessità di classificare, spiegare, fotografare, consumare ciò che vediamo, per accorgersi che quell’albero non è mai lo stesso, che ogni giorno ha qualcosa di diverso, che la luce modifica la sua corteccia, che il vento cambia impercettibilmente la disposizione delle foglie, che un ramo cresce, che una foglia cade, che una gemma si apre, che una parte si secca mentre un’altra continua a vivere, e che persino il tronco che ci appare immobile è il risultato di un movimento incessante, lentissimo, quasi invisibile, attraverso il quale la vita continua a trasformarsi senza per questo smettere di essere riconoscibile, e forse è questo che dovrei dirti quando penso a noi, quando penso a te e a me e a tutto ciò che siamo stati senza sapere esattamente quando abbiamo cominciato a esserlo, perché anch’io, guardandoti, ho spesso creduto che riconoscerti significasse ritrovare sempre la stessa persona, la stessa voce, lo stesso volto, gli stessi gesti, la stessa maniera di guardarmi, come se l’amore avesse bisogno di una forma stabile per poter essere riconosciuto, mentre forse ti riconosco proprio perché non sei mai esattamente quello che eri ieri, e io non sono più quello che ero ieri, e tuttavia c’è qualcosa che attraversa questo cambiamento, qualcosa che non so nominare senza rovinarlo, una continuità che non coincide con l’immobilità, una specie di filo che non rimane teso perché non si muove, ma perché continua a passare attraverso forme diverse.

Forse è proprio questo che ci sfugge quando parliamo di identità, Godz, perché abbiamo costruito intorno all’idea di essere noi stessi una specie di fortezza, come se esistesse dentro ciascuno di noi un nucleo perfettamente definito che dovremmo difendere da tutto ciò che arriva dall’esterno e da tutto ciò che il tempo potrebbe modificare, e allora diciamo «io sono fatto così», «io non cambierò mai», «questa è la mia natura», come se la fedeltà a noi stessi consistesse nel rimanere identici, nel conservare le stesse convinzioni, gli stessi desideri, gli stessi modi di amare, gli stessi rancori, gli stessi gesti, persino gli stessi errori, perché qualche volta abbiamo talmente paura di perdere noi stessi che finiamo per conservare anche ciò che ci fa male, come se liberarcene significasse tradire la persona che siamo stati, e forse qualche volta abbiamo fatto proprio questo anche tra noi, abbiamo difeso non tanto ciò che eravamo quanto l’idea che ci eravamo costruiti di ciò che eravamo, come se cambiare una parola, un gesto, una distanza, una necessità, una forma dell’amore potesse improvvisamente cancellare tutto quello che era venuto prima, come se riconoscere che qualcosa era cambiato significasse ammettere che non era mai stato vero, e io non so se sia così, Godz, non so se ciò che cambia perda per questo la propria verità, perché forse una cosa può essere stata vera proprio nel momento in cui è accaduta, e poi può essere diventata diversa senza per questo essere stata falsa.

E tuttavia, dall’altra parte, viviamo dentro un’epoca che sembra aver trasformato il cambiamento in un obbligo, quasi in una forma di virtù, e che continuamente ci suggerisce che ciò che non cambia è destinato a morire, che dobbiamo aggiornarci, reinventarci, correggerci, migliorarci, modificare il nostro corpo, il nostro lavoro, il nostro modo di parlare, il nostro modo di apparire, le nostre opinioni, le nostre relazioni, persino la nostra idea di felicità, come se la vita fosse una successione infinita di versioni di noi stessi e ogni nuova versione dovesse necessariamente essere migliore della precedente, più consapevole, più libera, più interessante, più desiderabile, più adatta al mondo che nel frattempo continua a cambiare sotto i nostri piedi, e qualche volta penso che anche l’amore sia stato trascinato dentro questa stessa logica, come se dovesse continuamente dimostrare di essere vivo attraverso la sua capacità di trasformarsi, come se una relazione che attraversa gli anni dovesse necessariamente diventare altro, reinventarsi, trovare nuove parole, nuovi luoghi, nuove forme, quasi che la semplice permanenza fosse sospetta, quasi che restare accanto a qualcuno fosse una prova insufficiente della propria capacità di vivere.

E così ci ritroviamo, forse senza nemmeno rendercene conto, a vagare tra due estremi che sembrano opposti e che invece potrebbero essere soltanto due manifestazioni della stessa paura: da una parte l’ossessione di non cambiare mai, di difendere la propria identità come si difende un territorio minacciato, dall’altra l’ossessione di cambiare sempre, di non concedersi mai il diritto di rimanere, di fermarsi, di dire «questo mi basta», perché dietro ogni immobilità immaginiamo immediatamente una perdita, la possibilità di stare lasciando passare qualcosa, di essere rimasti indietro, di non aver colto un’occasione, di non aver vissuto abbastanza, di non essere diventati ciò che avremmo potuto essere, e qualche volta mi chiedo se anche noi non abbiamo avuto paura di queste due cose contemporaneamente, paura di cambiare perché il cambiamento avrebbe potuto portarci lontano da ciò che eravamo, e paura di restare perché restare avrebbe potuto significare scoprire che non sapevamo più dove andare.

E forse è proprio questa la trappola nella quale siamo finiti: abbiamo cominciato a pensare che esista sempre qualcosa che ci stiamo perdendo.

Qualcuno vive una vita diversa dalla nostra, qualcuno ama in un modo che noi non abbiamo mai conosciuto, qualcuno ha avuto il coraggio di partire, qualcun altro ha avuto il coraggio di restare, e noi guardiamo queste vite, spesso attraverso immagini che non ci mostrano mai il loro lato oscuro, e ci chiediamo se non stiamo sbagliando qualcosa, se non dovremmo vivere più intensamente, più liberamente, più velocemente, mentre magari la nostra vita sta semplicemente chiedendo un’altra cosa, una cosa molto meno spettacolare e molto più difficile: di essere ascoltata, e forse dovremmo ascoltare anche quello che siamo stati noi, non soltanto quello che vorremmo diventare, perché c’è una parte di me che continua a pensare che ogni cosa avrebbe potuto essere diversa, che io avrei potuto essere diverso, che tu avresti potuto essere diverso, che noi avremmo potuto incontrarci in un altro modo, in un altro tempo, con un’altra consapevolezza, con meno paura, con più coraggio, con meno parole, con più silenzio, ma forse questa è soltanto un’altra forma del desiderio di correggere il passato, di riscriverlo fino a renderlo compatibile con ciò che oggi vorremmo essere, mentre il passato, come un albero, non può essere corretto, può soltanto continuare a crescere dentro di noi.

Perché forse non è vero che dobbiamo sempre scegliere. Forse possiamo cambiare senza tradirci e rimanere senza immobilizzarci, lasciare andare qualcosa senza perdere noi stessi, conservare qualcosa senza trasformarlo in una prigione, cambiare idea senza doverci vergognare della persona che eravamo quando avevamo un’altra idea, perché anche quella persona appartiene alla nostra storia, e forse vale lo stesso per noi, per tutto quello che siamo stati l’uno per l’altro, per le cose che abbiamo capito e per quelle che abbiamo capito troppo tardi, per ciò che abbiamo detto e per ciò che abbiamo taciuto, per le volte in cui ci siamo cercati e per quelle in cui forse ci siamo perduti pur rimanendo vicini, perché cancellare una parte del percorso attraverso il quale siamo arrivati a essere ciò che siamo adesso significherebbe pretendere che l’identità sia una linea retta, mentre forse è una cosa molto più simile a un sentiero che torna indietro, che devia, che si perde, che attraversa luoghi che credevamo di aver lasciato per sempre e che improvvisamente ci ritroviamo davanti.

E allora torniamo all’albero, Godz, perché forse l’albero sa qualcosa che noi abbiamo dimenticato, lui che non considera la primavera una smentita dell’inverno, né l’inverno una smentita della primavera, che non pensa, quando perde le foglie, di stare fallendo, né pensa, quando fiorisce, di dover giustificare il fatto di essere stato nudo per mesi, che non ha bisogno di conservare i fiori dell’anno precedente per dimostrare di essere ancora lo stesso, e non ha bisogno di produrre fiori diversi ogni anno per dimostrare di essere cambiato: semplicemente attraversa le stagioni, e forse è questo che non sappiamo fare noi, attraversare una stagione senza domandarci continuamente se avremmo dovuto essere già in un’altra, senza considerare ogni inverno come un errore da correggere e ogni primavera come una prova che finalmente abbiamo fatto qualcosa di giusto.

Ed è forse questo che ci commuove tanto nella fioritura dei ciliegi in Giappone, il fatto apparentemente assurdo che centinaia di migliaia di persone vadano a vedere qualcosa che è già stato visto infinite volte, gli stessi alberi, gli stessi fiori, lo stesso gesto della natura che si ripete, eppure nessuno considera quella ripetizione noiosa, perché tutti comprendiamo, anche senza saperlo spiegare, che la ripetizione non è mai veramente ripetizione quando attraversa il tempo: è piuttosto una fedeltà che si rinnova ogni volta come se fosse la prima, ed è proprio questa capacità di essere commossi da ciò che si conosce già che forse ci manca quando guardiamo noi stessi, perché davanti al nostro proprio ritorno — allo stesso pensiero che ci coglie da anni, allo stesso gesto che ripetiamo, alla stessa ferita che si riapre, allo stesso bisogno che credevamo di aver superato — non proviamo la meraviglia che proviamo davanti al ciliegio, ma soltanto la stanchezza di chi crede di aver già visto tutto, e forse dovremmo imparare a guardarci come guardiamo quei fiori, senza pretendere che siano nuovi per poterli amare, senza considerare una ripetizione una sconfitta, senza pensare che ciò che ritorna debba necessariamente essere qualcosa da cui liberarci.

Lo stesso fiore non è lo stesso fiore. Lo stesso albero non è lo stesso albero. E forse nemmeno noi siamo gli stessi. Ma questo non significa che siamo diventati qualcun altro.

E forse, Godz, è proprio qui che vorrei arrivare, perché questa frase, che sembra riguardare soltanto l’identità di ciascuno di noi, mi sembra riguardare anche ciò che accade quando due persone cercano di riconoscersi attraverso il tempo: io posso guardarti e vedere il ragazzo che sei stato, l’uomo che sei diventato, tutte le forme attraverso le quali sei passato, e posso perfino non riconoscerle immediatamente, posso avere bisogno di tempo per capire che sei ancora tu, ma forse quel bisogno non significa che ti sei allontanato da te stesso, significa soltanto che io sto cercando di imparare una nuova forma della tua presenza, così come tu, forse, devi imparare ogni volta una nuova forma della mia, e l’amore, se è qualcosa, potrebbe essere anche questo esercizio interminabile di riconoscimento, non riconoscere qualcuno perché è rimasto uguale, ma riconoscerlo mentre cambia.

Qui forse c’è qualcosa che abbiamo dimenticato: cambiare non significa necessariamente diventare altro da sé. A volte cambiare significa semplicemente diventare più precisamente ciò che si è, come un albero che cresce, come un volto che invecchia, come una voce che, attraversando gli anni, perde certe frequenze e ne acquista altre, come una persona che finalmente smette di avere bisogno di essere riconosciuta dagli altri nello stesso modo in cui aveva bisogno di esserlo quando era più giovane, e forse anche l’invecchiamento, che tanto ci spaventa perché ci sembra la prova più evidente della perdita, potrebbe essere guardato diversamente: non come una progressiva sottrazione di ciò che eravamo, ma come una trasformazione della livrea attraverso la quale continuiamo a essere riconoscibili a noi stessi, anche se non sempre ci riconosciamo immediatamente, e forse anche tu, quando mi guardi, non devi riconoscere in me quello che ero, così come io non devo pretendere di trovare in te ciò che il tempo ha già trasformato.

La livrea. Forse è proprio questa la parola che ci mancava.

Cambia il colore, cambia la superficie, cambia ciò che gli altri vedono, cambia persino ciò che noi stessi vediamo quando ci guardiamo, e qualche volta cambia così tanto che abbiamo l’impressione di essere diventati un’altra persona, ma non tutto ciò che cambia in superficie modifica necessariamente ciò che ci tiene insieme, e forse questo vale anche per le nostre vite, per il modo in cui ci siamo raccontati, per le forme che abbiamo dato alla nostra presenza reciproca, per le parole con cui abbiamo chiamato quello che accadeva tra noi, perché forse abbiamo passato troppo tempo a cercare il nome esatto della cosa, quando avremmo potuto semplicemente stare dentro la cosa, lasciandole la possibilità di cambiare nome senza per questo smettere di esistere.

E tuttavia anche qui dobbiamo stare attenti, perché sarebbe troppo facile trasformare la radice in una nuova certezza, in un’altra definizione alla quale aggrapparci, dicendo che sotto tutte le nostre trasformazioni esiste finalmente il nostro vero io, immobile e intoccabile: ma anche le radici crescono, anche ciò che non vediamo si modifica, si divide, cerca nuove strade nella terra, incontra ostacoli, li aggira, trova acqua dove non pensava di trovarne, e dunque persino ciò che ci sembra più stabile è attraversato dal movimento. Non esiste, sotto la livrea, una radice che non cambi mai: esiste soltanto una radice che cambia più lentamente, con un ritmo che la nostra impazienza non riesce quasi mai a percepire, ed è forse proprio questa lentezza — non l’immobilità — ciò che scambiamo per identità, e allora forse anche quello che c’è stato tra noi non ha una radice immobile che possiamo dissotterrare per dimostrare che era vero, perché ciò che ha avuto radici continua a trasformarle, continua a cercare altra terra, altra acqua, altre profondità, e non per questo diventa meno vero.

Forse essere se stessi non significa avere qualcosa di immutabile dentro. Forse significa avere una continuità attraverso il mutamento. Ed è una cosa molto diversa: significa poter guardare indietro e riconoscere, anche nelle persone che siamo stati e che oggi quasi non comprendiamo più, qualcosa che continua a parlarci, non perché approviamo le loro scelte, ma perché sappiamo che quelle persone ci hanno condotto fin qui, e forse la maturità non consiste nel cancellare quelle versioni di noi stessi, ma nel riuscire finalmente a farle sedere tutte intorno allo stesso tavolo, e io vorrei, Godz, che a quel tavolo potessero sedersi anche tutte le versioni di noi, non soltanto quelle che ci fanno piacere ricordare, ma anche quelle che abbiamo giudicato, quelle che abbiamo cercato di dimenticare, quelle che ci sono sembrate ridicole, deboli, egoiste, impaurite, quelle che avrebbero voluto fare una cosa e ne hanno fatta un’altra, quelle che hanno detto parole che oggi non direbbero più, quelle che hanno creduto di sapere e invece non sapevano niente, perché forse soltanto quando smettiamo di espellere le nostre vecchie versioni dalla nostra storia possiamo finalmente capire che non erano errori di stampa, erano pagine.

Ce ne raccontiamo di cose.

E forse tu lo sai meglio di me, perché ogni volta che cerchiamo di dire ciò che siamo stati, anche quando crediamo di ricordare semplicemente, in realtà stiamo già costruendo una forma del ricordo, scegliendo cosa lasciare in luce e cosa tenere nell’ombra, decidendo quale gesto diventerà importante, quale parola acquisterà un significato che magari al momento in cui è stata pronunciata non aveva, quale incontro diventerà necessario e quale invece verrà considerato casuale. Ci raccontiamo chi siamo, da dove veniamo, perché abbiamo fatto una cosa invece di un’altra, perché abbiamo amato quella persona, perché l’abbiamo lasciata, perché siamo rimasti, perché siamo partiti. Costruiamo racconti perché il caos ci spaventa, ma il vero motivo, forse, è più preciso di così: non è il caos in sé a spaventarci, è l’idea che noi stessi potremmo essere l’effetto di quel caos e non la sua causa, che potremmo non aver scelto nulla, che potremmo essere accaduti a noi stessi come un temporale accade a un campo, senza intenzione, senza direzione, senza quella regia che il racconto ci permette di attribuirci a posteriori. Il racconto non nasce per capire ciò che è successo: nasce per poter dire «io», per poter mettere un soggetto davanti al verbo di ciò che altrimenti resterebbe un semplice accadere impersonale.

E allora raccontiamo. Ci raccontiamo che quella perdita era necessaria, che quell’incontro doveva accadere, che quella persona era destinata a noi, che abbiamo scelto, che siamo stati scelti, che siamo cambiati, che non siamo cambiati, che abbiamo imparato, che non abbiamo imparato niente. E forse anche noi ci siamo raccontati qualcosa, Godz, qualcosa sul nostro incontro, sul nostro stare insieme, sulle ragioni per cui ci siamo cercati, sulle ragioni per cui qualche volta ci siamo allontanati, sulle cose che abbiamo perdonato e su quelle che forse non abbiamo mai veramente perdonato, sulle cose che abbiamo chiamato amore perché avevamo bisogno di una parola abbastanza grande da contenere quello che ci stava accadendo, e spesso non sappiamo nemmeno più dove finisca ciò che è realmente accaduto e dove cominci il racconto che abbiamo costruito intorno a ciò che è accaduto. Ma forse non è nemmeno necessario saperlo: forse non tutte le nostre narrazioni devono essere smascherate, forse alcune ci hanno semplicemente permesso di attraversare un tratto di strada. Il problema nasce quando il racconto diventa più importante della cosa raccontata, quando la spiegazione prende il posto dell’esperienza, quando cominciamo a vivere per essere coerenti con la storia che abbiamo raccontato di noi stessi invece di permettere alla nostra vita di contraddirla.

E allora forse basterebbe dirle, semplicemente, tutte quelle cose che abbiamo passato tanto tempo a rivestire di spiegazioni. «Ho paura.» Non trasformare la paura in filosofia, non chiamarla prudenza, non inventarle una giustificazione. «Ho paura.» E poi: «Non voglio cambiare.» E forse non c’è nulla di vergognoso in questo. Oppure: «Vorrei cambiare tutto.» E anche questo può essere vero. «Mi manca quello che ero.» «Non so più se sono ancora questo.» «Ho paura che, se rimango qui, mi perderò qualcosa.» «Ho paura che, se parto, perderò ciò che non potrò più ritrovare.» E forse dovrei dirti anche: «Ho paura di perderti», senza costruirci sopra una teoria, senza trasformarla in una dichiarazione sul destino, senza fingere che la paura sia una forma superiore dell’amore. Potrei semplicemente dirtelo. Ho paura. Mi manchi anche quando sei qui. Ti riconosco e qualche volta non ti riconosco. Ti guardo e penso di conoscerti, poi mi accorgo che sei cambiato, e forse anch’io, e allora non so più se quello che provo sia nostalgia, amore, paura o soltanto il desiderio di ritrovare una forma che non esiste più. Basterebbe dirle, perché forse quando una cosa viene detta smette almeno in parte di dover essere trasformata in una spiegazione. La solitudine può essere chiamata solitudine. La paura può essere chiamata paura. La nostalgia può essere nostalgia. E forse proprio nel momento in cui smettiamo di travestirle, queste cose diventano meno minacciose.

Perché forse la livrea non è soltanto ciò che cambia nel nostro aspetto, nella nostra vita, nella nostra identità visibile: forse la livrea è anche il linguaggio che usiamo per raccontarci, tutte quelle parole che mettiamo sopra le cose affinché siano più sopportabili, più eleganti, più accettabili. Diciamo «sono fatto così» quando forse intendiamo «ho paura di scoprire chi potrei essere diversamente». Diciamo «devo cambiare» quando forse intendiamo «non sopporto più di guardarmi così come sono». Diciamo «sono fedele a me stesso» quando forse intendiamo «non so cosa rimarrebbe di me se lasciassi andare questa parte della mia vita». E forse, quando diciamo «noi siamo così», quando definiamo una relazione attraverso una formula, stiamo facendo la stessa cosa, stiamo costruendo una livrea per qualcosa che avrebbe forse bisogno di respirare, perché una definizione può proteggerci, ma può anche diventare una gabbia, e tuttavia anche queste sono nostre parole, nostre difese, nostre livree, e forse non dobbiamo nemmeno giudicarle troppo severamente, perché anche loro, come le foglie, sono nate per qualche ragione. Il problema non è averle. Il problema è dimenticare che sono foglie. E che una foglia non è l’albero.

Forse dobbiamo imparare a riunire le nostre cose raccontate, Godz, allora, invece di scegliere ogni volta quale sia quella definitiva, quella autentica, quella che ci rappresenta veramente, perché forse non esiste una versione definitiva di noi stessi e ogni tentativo di trovarla è già una forma di immobilità. Riunire le nostre contraddizioni, le nostre versioni, ciò che siamo stati con ciò che siamo, persino ciò che abbiamo rifiutato di essere con ciò che siamo diventati: non per trovare una sintesi perfetta, ma per smettere di espellere dalla nostra storia tutto ciò che oggi ci appare scomodo. Riunire quello che ci siamo raccontati anche quando le cose che ci siamo raccontati non coincidono, anche quando una storia contraddice l’altra, anche quando ciò che io ricordo non è ciò che ricordi tu, perché forse la verità di una vita condivisa non consiste nel possedere lo stesso ricordo, ma nel riconoscere che abbiamo abitato lo stesso tempo da punti diversi, con corpi diversi, con paure diverse, con desideri diversi. Perché anche ciò che abbiamo sbagliato ci appartiene, anche ciò che non abbiamo avuto il coraggio di fare, anche le persone che abbiamo cercato di essere e non siamo riusciti a diventare. Tutto questo potrebbe essere riunito. Non assolto. Non giustificato. Semplicemente riconosciuto, come si riconosce un paesaggio attraversato.

E allora forse la nostra identità non è una casa nella quale dobbiamo rimanere chiusi per tutta la vita, ma una casa nella quale continuiamo ad aggiungere stanze, abbattere muri, aprire finestre, perdere oggetti, ritrovare fotografie, dimenticare perché avevamo conservato certe cose e scoprire improvvisamente che altre, che avevamo considerato insignificanti, sono diventate le più importanti. Forse siamo anche questo: una casa che cambia senza smettere di essere riconoscibile. E forse anche quello che chiamiamo «noi» è una casa di questo tipo, una casa nella quale alcune stanze sono rimaste chiuse per anni, altre sono state abitate soltanto per una stagione, altre ancora sono state distrutte perché non riuscivamo più a sopportarne il peso, eppure, quando torno a guardare quella casa, penso di riconoscerla, non perché nulla sia cambiato, ma perché qualcosa nella disposizione misteriosa delle stanze continua a dirmi che sono stato lì, che ci sei stato tu, che siamo passati da quelle porte, che abbiamo aperto quelle finestre, che abbiamo lasciato entrare una luce che allora non sapevamo nemmeno di desiderare.

Per questo la domanda rimane: chi è che ha paura di restare se stesso perché teme di perdere qualcosa, e chi invece ha così paura di perdere se stesso da non permettersi più di cambiare? Chi continua a cambiare livrea perché non sopporta di vedere la propria forma precedente, e chi continua a difenderla perché teme che, una volta spogliato, non rimanga nulla? Forse siamo tutti, in momenti diversi, entrambe le persone. E forse tu ed io siamo stati entrambe queste persone, magari senza esserci accorti di esserlo nello stesso momento, perché mentre uno cercava di cambiare l’altro cercava di conservare, mentre uno aveva bisogno di partire l’altro aveva bisogno di restare, mentre uno cercava una nuova forma l’altro temeva che quella nuova forma avrebbe cancellato quella precedente, e forse nessuno dei due aveva completamente torto e nessuno dei due aveva completamente ragione, perché la vita non ci chiede di risolvere questa contraddizione, ma di attraversarla, come il ciliegio, come l’albero, come la stagione, come il tempo.

Noi invece pretendiamo continuamente di sapere se stiamo andando avanti o indietro, se una trasformazione è progresso o perdita, se una permanenza è fedeltà o paura, se ciò che abbiamo conservato è davvero importante o se lo conserviamo soltanto perché ci ricorda chi eravamo. E forse potremmo, qualche volta, non saperlo. Potremmo lasciare che una cosa sia ancora una cosa, prima di trasformarla in un significato. Potremmo dire: «Questo mi accade». E aspettare. Potremmo persino guardarci senza domandarci immediatamente cosa significhi quello sguardo, senza chiedere a ogni gesto di diventare una prova, a ogni silenzio di diventare una risposta, a ogni distanza di diventare un presagio. Perché anche l’albero non fiorisce per dimostrare qualcosa, non fiorisce perché qualcuno lo sta guardando, non fiorisce perché quest’anno deve essere più bello dell’anno scorso. Fiorisce. E quando non fiorisce, non considera quella stagione un fallimento.

Forse è questa la libertà che continuiamo a cercare senza trovarla: non dover continuamente dimostrare che la nostra vita sta andando nella direzione giusta. Forse possiamo semplicemente esserci, rimanere, cambiare, perdere, ritornare, e soprattutto smettere di pensare che ogni perdita debba essere compensata da una conquista, che ogni cambiamento debba produrre immediatamente una versione migliore di noi stessi, e forse smettere anche di chiedere al nostro amore di dimostrarci che è ancora quello che era, perché se è davvero qualcosa che attraversa il tempo non può essere identico a se stesso, e se non è identico non significa necessariamente che sia finito, così come il fiore che cade non dimostra che l’albero è morto.

Forse alcune cose possono semplicemente accadere. Forse possiamo lasciarle accadere, e poi raccontarle, ma senza crederci troppo, senza trasformare il racconto nella verità. E quando avremo raccontato abbastanza, quando avremo cambiato abbastanza livree e conservato abbastanza radici, quando avremo attraversato abbastanza stagioni da non avere più bisogno di stabilire quale fosse quella autentica e quale quella sbagliata, forse potremo finalmente prendere tutte quelle cose raccontate e riunirle, senza più domandarci quale sia quella vera. Perché magari la verità non è una delle nostre versioni. Magari è la loro convivenza. Magari è la possibilità che io possa essere stato quello che sono stato e che tu possa essere stato quello che sei stato senza che uno dei due debba cancellare l’altro per poter continuare a vivere. Magari è poter dire: questo è accaduto, questo ci ha cambiati, questo ci ha fatto paura, questo ci ha fatto bene, questo ci ha fatto male, questo non lo comprendiamo ancora, e non abbiamo bisogno di comprenderlo tutto questa sera.

Come si riuniscono le foglie cadute sotto un albero, sapendo che nessuna di esse è più l’albero e che, tuttavia, tutte insieme raccontano qualcosa della sua stagione.

E forse alla fine è tutto qui, Godz: non trovare la risposta, non decidere una volta per tutte chi siamo, non decidere una volta per tutte chi siamo stati l’uno per l’altro, non stabilire quale parte di noi debba rimanere e quale debba cadere, ma imparare a riconoscere il momento in cui una foglia è diventata foglia, il momento in cui non è più necessario tenerla attaccata al ramo, e il momento, altrettanto misterioso, in cui qualcosa che credevamo morto ricomincia a fiorire, perché forse ci sono cose che dobbiamo lasciare cadere proprio per poterle ricordare senza più costringerle a rimanere vive, e ce ne sono altre che continuiamo a credere morte soltanto perché non sappiamo riconoscere la forma che hanno assunto sotto la terra.

Perché un albero è sempre lo stesso da quando nasce a quando muore. Eppure, se lo guardiamo davvero, non è mai lo stesso.

E allora forse anche tu, Godz, sei sempre lo stesso da quando ti ho incontrato a oggi, e tuttavia non sei mai lo stesso, e forse anch’io sono sempre lo stesso e non sono mai lo stesso, e forse quello che chiamiamo «noi» è proprio questo spazio impossibile nel quale due alberi continuano a cambiare senza che nessuno dei due possa stabilire esattamente quando l’altro abbia smesso di essere quello che era, perché non c’è un momento preciso, non c’è una soglia, non c’è una mattina nella quale ci svegliamo e possiamo dire: ecco, da oggi sono un’altra persona, da oggi tu sei un altro uomo, da oggi ciò che eravamo è finito, da oggi comincia qualcosa di nuovo. Il cambiamento accade mentre dormiamo, mentre parliamo d’altro, mentre crediamo di essere fermi, mentre ci guardiamo senza accorgerci che lo sguardo è già diverso, e forse è proprio per questo che ci spaventa tanto, perché non ha una data, non ha una dichiarazione, non ha il rispetto che noi pretendiamo dalle cose che devono finire.

Forse siamo soltanto alberi che hanno imparato a raccontarsi.

E ce ne raccontiamo di cose.

Forse troppe. Forse troppo poche.

Forse abbiamo passato una vita intera a cercare le parole giuste per non dire le parole più semplici, a costruire livree sopra le nostre paure, a chiamare destino ciò che non comprendevamo, fedeltà ciò che non riuscivamo a lasciare, cambiamento ciò che non riuscivamo più a sopportare, amore ciò che avevamo bisogno di credere eterno, e forse invece avremmo potuto dirci soltanto: ho paura, sono qui, sei qui, non so cosa succederà, non so chi saremo, non so quale stagione stiamo attraversando, ma ti vedo.

E forse, alla fine, basterebbe questo.

Riunire le nostre cose raccontate.

Tutte.

Quelle vere e quelle che abbiamo creduto vere, quelle che oggi ci sembrano assurde, quelle che non sappiamo più se abbiamo vissuto oppure soltanto raccontato così tante volte da averle trasformate in memoria, quelle che ci hanno salvati e quelle che ci hanno fatto male, quelle che abbiamo detto per proteggerci e quelle che avremmo voluto dire e non abbiamo detto, quelle che appartengono a me, quelle che appartengono a te, quelle che appartengono a entrambi e proprio per questo non appartengono più interamente a nessuno.

Riunirle, senza ordinarle.

Senza scegliere quale sia la versione definitiva.

Senza pretendere che una foglia torni sul ramo.

E poi stare un po’ in silenzio, Godz, perché forse dopo aver raccontato tutto ciò che potevamo raccontare, dopo aver spiegato, giustificato, ricordato, corretto, interpretato, dopo aver dato un nome alle nostre paure e una forma alle nostre perdite, rimane soltanto il silenzio, che non è necessariamente vuoto, e forse nemmeno distanza, ma soltanto il luogo nel quale una cosa può finalmente smettere di raccontarsi e limitarsi a esistere.

Sotto il ciliegio.

Ad aspettare la prossima fioritura.

Non perché debba essere uguale alla precedente.

Non perché debba essere migliore.

Soltanto perché sarà la prossima.

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