C’è una frase che dovrebbe inquietare chiunque si occupi di educazione: quando l’educazione non è liberatoria, l’oppresso non impara necessariamente a liberarsi, ma può imparare a desiderare il posto dell’oppressore. Non è una provocazione retorica, né una di quelle formule costruite per circolare facilmente sui social, dove la complessità viene spesso sacrificata alla possibilità di essere condivisa; è, al contrario, una domanda radicale sul significato stesso dell’educare, perché costringe a domandarsi se la scuola, l’università, la famiglia e tutte le istituzioni attraverso cui una società forma i propri individui servano davvero a renderli più liberi oppure, più semplicemente, a renderli più adatti a vivere dentro un ordine che non hanno contribuito a costruire.
Il problema è che siamo abituati a considerare l’educazione come un bene in sé, quasi fosse sufficiente pronunciare la parola perché tutto ciò che le sta intorno assuma automaticamente un carattere progressivo. Educare, nella rappresentazione rassicurante che abbiamo costruito, significa sottrarre l’individuo all’ignoranza, offrirgli strumenti, aprirgli possibilità, permettergli di comprendere il mondo. Ma quale mondo? E attraverso quali categorie? Chi decide ciò che deve essere conosciuto, ciò che può essere dimenticato, ciò che merita prestigio e ciò che può essere considerato marginale? Chi stabilisce quali comportamenti siano intelligenti, responsabili, rispettabili e quali, invece, debbano essere corretti, normalizzati o esclusi?
È proprio qui che l’educazione incontra il potere, e l’incontro non è affatto accidentale. Ogni società educa secondo una determinata idea dell’essere umano e, soprattutto, secondo una determinata idea dell’ordine sociale. Insegna non soltanto a leggere, scrivere, calcolare, conoscere la storia o comprendere una formula scientifica, ma anche — spesso senza dichiararlo — a stare al proprio posto, a riconoscere l’autorità, a distinguere il successo dal fallimento, il merito dall’insuccesso, il comportamento accettabile da quello considerato deviante. Prima ancora di insegnare al bambino che cosa pensare, gli insegna spesso quali cose siano degne di essere pensate e quali domande, invece, non convenga nemmeno formulare.
Questa è la forma più discreta del potere: quella che non ha bisogno di presentarsi come potere. Una società non deve necessariamente ordinare agli individui di obbedire se riesce a educarli in modo tale che l’obbedienza venga percepita come ragionevole, naturale, persino desiderabile. Non deve costringerli a riconoscere una gerarchia se riesce a convincerli che ogni gerarchia sia il risultato inevitabile delle differenze di talento, impegno e merito. Non deve impedire loro di ribellarsi se riesce a trasformare la ribellione in ambizione individuale, spingendoli a non chiedersi come abolire la scala, ma soltanto come salire più in alto.
Ed è qui che la questione dell’educazione diventa una questione politica.
Perché l’educazione può produrre coscienza oppure adattamento. Può insegnare a leggere il mondo oppure soltanto a funzionare dentro il mondo così com’è. Può fornire all’individuo gli strumenti per riconoscere le strutture che determinano la sua condizione oppure convincerlo che ogni sua difficoltà sia esclusivamente il risultato delle proprie insufficienze. La differenza non è marginale. Nel primo caso abbiamo una pedagogia che apre uno spazio di libertà; nel secondo abbiamo una pedagogia che rischia di trasformare la disuguaglianza sociale in colpa individuale.
È sufficiente osservare il modo in cui parliamo oggi di successo. L’individuo deve essere competitivo, flessibile, performante, capace di adattarsi, disposto a reinventarsi continuamente, pronto a trasformare ogni esperienza in competenza e ogni competenza in valore spendibile. Persino il sapere, che dovrebbe rappresentare uno degli strumenti attraverso cui l’essere umano si sottrae alla pura necessità, viene sempre più frequentemente giudicato in base alla sua utilità immediata, alla sua capacità di produrre rendimento, carriera, riconoscimento. La domanda non è più soltanto «che cosa sai?», ma «quanto vale ciò che sai?». E quando questa logica entra profondamente nell’educazione, il sapere smette lentamente di essere una possibilità di emancipazione e diventa una forma di capitale personale.
L’individuo viene così educato a competere con gli altri prima ancora di essere educato a comprendere perché debba competere con loro.
Questa trasformazione produce un effetto particolarmente perverso: rende invisibile la struttura e rende visibile soltanto l’individuo. Se una persona non riesce, deve migliorarsi; se non trova lavoro, deve formarsi; se viene esclusa, deve acquisire nuove competenze; se rimane indietro, deve correre più velocemente. Il sistema, nel frattempo, scompare dall’orizzonte della responsabilità. Non si domanda più quale organizzazione sociale produca continuamente esclusione, precarietà e disuguaglianza, ma perché il singolo individuo non sia riuscito a essere abbastanza competitivo per evitarle.
L’educazione può diventare allora uno dei luoghi nei quali la società insegna ai propri esclusi ad attribuire a se stessi la responsabilità della propria esclusione.
Ed è proprio qui che si compie il passaggio più oscuro: l’oppresso può smettere di desiderare la fine dell’oppressione e cominciare a desiderare soltanto di cambiare posizione. Non vuole più essere povero, ma non necessariamente vuole eliminare la povertà; non vuole più essere subordinato, ma non necessariamente vuole abolire la subordinazione; non vuole più essere escluso, ma può desiderare semplicemente di entrare nel gruppo degli inclusi e, una volta entrato, chiudere la porta dietro di sé.
L’educazione che non libera produce così una società nella quale il sogno della vittima coincide con il privilegio del carnefice.
È una dinamica che dovrebbe far riflettere soprattutto quando celebriamo la mobilità sociale come se fosse, da sola, sinonimo di emancipazione. Certamente è importante che una persona possa migliorare la propria condizione, attraversare i confini della classe sociale nella quale è nata, conquistare attraverso lo studio possibilità che altrimenti le sarebbero state negate. Ma c’è una differenza fondamentale tra cambiare posizione all’interno di una struttura e mettere in discussione la struttura stessa. Se l’unico obiettivo dell’educazione è consentire a qualcuno di passare dall’altra parte della gerarchia, senza mai chiedersi perché quella gerarchia debba esistere, allora non abbiamo necessariamente prodotto un individuo libero: abbiamo semplicemente prodotto un nuovo candidato al potere.
E forse è proprio questo il punto che una certa retorica dell’educazione preferisce non affrontare. Perché educare veramente alla libertà significa accettare che una persona possa diventare critica anche nei confronti delle istituzioni che l’hanno formata, delle autorità che l’hanno educata, delle idee che le sono state trasmesse e persino dei privilegi che potrebbe ottenere grazie a quell’educazione. Significa insegnarle non soltanto a rispondere correttamente, ma a chiedersi chi abbia scritto le domande; non soltanto a conoscere le regole, ma a interrogare le condizioni storiche che le hanno prodotte; non soltanto a competere, ma a domandarsi perché la vita debba essere organizzata come una competizione permanente.
Una scuola davvero libera, dunque, non dovrebbe avere paura di produrre persone scomode. Dovrebbe anzi considerare la capacità di disturbare le certezze una delle conseguenze possibili dell’apprendimento. Perché se l’educazione produce soltanto individui perfettamente adattati alle esigenze del presente, se forma lavoratori efficienti ma cittadini incapaci di interrogare il potere, se trasmette conoscenze senza produrre coscienza critica, allora può anche essere altamente istruita e, nello stesso tempo, profondamente conservatrice.
Il vero analfabetismo, a quel punto, non sarebbe più la mancanza di conoscenze, ma l’incapacità di comprendere i rapporti di forza dentro i quali quelle conoscenze vengono utilizzate.
L’educazione dovrebbe invece insegnare qualcosa di molto più difficile: che il mondo non è naturale soltanto perché esiste, che le gerarchie non sono eterne soltanto perché sono antiche, che la disuguaglianza non diventa giusta perché viene chiamata meritocrazia e che il successo individuale non può essere considerato una prova sufficiente della giustizia del sistema nel quale quel successo è stato ottenuto. Dovrebbe insegnare, soprattutto, che essere liberi non significa semplicemente avere la possibilità di occupare un posto più conveniente nella struttura del potere, ma acquisire la capacità di riconoscere quella struttura e, quando necessario, di opporvisi.
Altrimenti l’educazione rischia di diventare una gigantesca macchina di ricambio del potere: forma gli esclusi affinché possano diventare inclusi, gli obbedienti affinché possano diventare controllori, i subordinati affinché possano un giorno subordinare qualcun altro. Ogni generazione riceve così l’illusione di poter sfuggire all’oppressione mentre, in realtà, ne rinnova i meccanismi e li trasmette alla generazione successiva con un vocabolario più moderno, più elegante, più rispettabile.
E allora forse la domanda da cui dovremmo ripartire non è «che cosa deve insegnare la scuola?», ma «quale rapporto con il potere vogliamo insegnare attraverso la scuola?». Perché possiamo riempire le aule di libri, computer, programmi, competenze e certificazioni e continuare, nello stesso tempo, a formare individui che non hanno imparato a distinguere la libertà dalla semplice possibilità di competere.
Il compito dell’educazione, se vuole davvero essere liberatorio, dovrebbe essere molto più ambizioso e anche molto più pericoloso: non insegnare agli oppressi come diventare oppressori più efficienti, ma fornire loro gli strumenti intellettuali, morali e politici per comprendere perché esista l’oppressione e per immaginare una società nella quale nessuno abbia più bisogno di occupare il posto di qualcun altro per sentirsi finalmente libero.
Perché quando l’educazione non libera, il potere non ha bisogno di difendersi dall’oppresso: gli insegna semplicemente a sognare il giorno in cui potrà diventare lui il potere.
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