mercoledì 11 febbraio 2026

La lettera mai consegnata di Sylvia Plath


Non comincia con una data, questa storia. Non comincia nemmeno con un ricordo nitido. Comincia con una stanza immobile nel primo chiarore dell’alba, quando la luce è così incerta che non distingue tra vita e sogno. La stanza non ha ancora un nome, né un odore preciso, ma ha una temperatura: una tiepida assenza. Sul tavolo, una tazza di tè lasciata intatta da ore si sta raffreddando in una forma di malinconia silenziosa. Il vapore si è spento, la ceramica è ingrigita, come se avesse assorbito l’intera notte. E accanto alla tazza — o forse sopra, o forse dentro, nel punto in cui si annida ciò che non è accaduto — c’è una lettera invisibile. Una lettera che non esiste ancora, ma che insiste, che preme, che esige di essere scritta. È l’ombra di un gesto futuro, la promessa di una confessione che non ha ancora trovato le parole.

Sylvia Plath entra nella stanza come si entra in un territorio proibito. Non ha dormito, o forse sì, ma un sonno opaco, pieno di crepe, di spiragli, di rumori interiori che non concedono tregua. I capelli sono un disordine che racconta una notte difficile, il corpo è rigido come se avesse dormito controcorrente. Cammina lentamente, come chi teme che il pavimento possa cedere. Il silenzio le risponde con la delicatezza crudele di chi ha assistito troppo spesso ai suoi crolli.

Non pensa immediatamente ad Anne Sexton. Ci arriverà. Ma in quel momento pensa alle mani. Le osserva, le ruota, le confronta con la luce: sono mani che hanno scritto troppo, che hanno stretto bambini, piatti, vestiti bagnati, lettere di rifiuto, lacrime. Mani che ricordano anche ciò che la memoria vorrebbe dimenticare. Le mani tremano appena, non per freddo ma per abitudine al dolore.

La scrittura, per Sylvia, non è un’attività: è una topografia del corpo. È il luogo dove si nascondono le vene, i polmoni, il fiato. È la stanza dove può correre o urlare senza essere interrotta. La scrittura è anche l’unica medicina che non la tradisce. Non sempre funziona, ma almeno non mente. Non chiede di essere bella, accomodante, docile. Permette la ferocia. Permette la rivelazione. Permette la contraddizione.

E così decide di sedersi. Di fronte alla carta ancora vuota. La sente come un’imposizione ma anche come una salvezza. Prima ancora di pensare ad Anne Sexton, sente arrivare un enorme, assoluto bisogno di dire qualcosa a qualcuno che possa capirla senza giudizio. Non un’amica, non un uomo, non un terapeuta. Qualcuno che abita la stessa materia incandescente: la poesia.

La prima parola che immagina — prima ancora di sfiorare la penna — è “Aiutami.” Una parola nuda, rischiosissima. Una parola che non concede scuse. Ma Sylvia è troppo allenata a nascondere la propria nudità dietro maschere letterarie, dietro ironie acuminate, dietro formule ardenti. Così, quando comincia a scrivere, quella parola fondamentale non appare. La sostituisce con una frase che ha il suono di un grido travestito da elogio: “Sono drogata dalla sua poesia.” Una confessione che tenta di non sembrare una supplica.

Eppure, proprio lì, in quel punto esatto, la lettera prende forma e si apre come una ferita luminosa. È il suo modo per dire: “Sto cadendo. Mi senti?” È un ponte gettato verso una sconosciuta che è già, paradossalmente, più intima di molte persone reali.

La stanza comincia a mutare intorno a lei mentre scrive. Quello che era un guscio freddo e immobile diventa un teatro interiore. Le parole producono spifferi, aperture, nuove prospettive. Ogni frase è un’incisione. Ogni pausa è un precipizio. Ogni ricordo riemerge con una precisione chirurgica.

Le immagini del Devon si insinuano nei suoi pensieri con una lentezza ipnotica. Rivede i frutteti, l’odore di mele marce sul terreno, le api che ronzano come un coro liturgico, la casa che doveva essere la loro arca domestica. Ricorda il silenzio del mattino, i lunghi pomeriggi di pioggia, le rare ore in cui riusciva a sentirsi padrona del proprio tempo. Ricorda anche l’illusione — perché solo così può chiamarla — di poter guarire la propria mente attraverso la campagna, la natura, la maternità.

Ma l’illusione si era sciolta come neve troppo vicina al fuoco.

Ted Hughes. Un nome che in lei risuona come un continente in frantumi. Un uomo che l’ha amata e ferita con la stessa intensità, che ha scritto versi su di lei e contro di lei, che ha attraversato la sua mente come una tempesta che devasta e nutre allo stesso tempo. Le infedeltà non erano solo tradimenti: erano conferme del suo terrore più grande, quello di non essere mai abbastanza, di essere sostituibile, superflua. La sua mente fragile non era fatta per la competizione. Non con un uomo così. Non con il mondo intero.

Quando la porta si era chiusa, quella porta precisa, Sylvia aveva capito che non si trattava di un addio coniugale. Era una sentenza emotiva. Una crepa definitiva.

E mentre scrive alla Sexton, mentre confessa la propria dipendenza dalla sua poesia, Sylvia riconosce che sta tendendo la mano verso una sorella che non conosce, una sorella che ha capito la brutalità della vita e l’ha distillata in versi. La Sexton è l’altra faccia del suo stesso specchio: più sfacciata, più teatrale, più selvaggia nell’autodistruzione. Ma incredibilmente affine.

Quando Sylvia immagina quell’invito — un tè, un caffè, un incontro breve tra due mondi esplosi — sa già che quel gesto contiene una speranza irrealistica. Eppure la scrive. Perché la speranza, per lei, è una forma di poesia.

Londra arriva. Sylvia si trasferisce davvero, con i bambini, in quell’appartamento intriso della memoria di Yeats. Una trappola dentro un mito. Le pareti sembrano ascoltare tutto, ma non rispondono. La città la assorbe e la respinge nello stesso tempo. Il freddo entra dalle finestre, la solitudine entra dal cuore, la fame entra dalla mente. I bambini piangono, la penna scrive, il mondo continua.

A Fitzroy Road non c’è rinascita, non c’è sollievo, non c’è futuro. C’è soltanto la sensazione di essere arrivata troppo tardi a un appuntamento con la propria vita. Le giornate si accorciano, le notti si allungano, e Sylvia perde sempre più terreno sotto ai piedi. Il suo corpo è esausto. La sua mente è un corridoio pieno di porte chiuse.

Il tè o il caffè con Anne Sexton non ci sarà mai. Non ci sarà la conversazione, il riconoscimento, il confronto tra due donne che bruciano dallo stesso fuoco. Resterà solo la lettera, come un testamento minore, una fiammella lasciata tremare sul tavolo.

Febbraio arriva come un pugno. Con il freddo, con la stanchezza, con il peso. E il gesto finale — che non nominiamo per rispetto, ma che conosciamo — è un atto umano nella sua devastazione. Una resa, sì, ma anche una dichiarazione: non posso più. Non così.

La lettera alla Sexton rimane come una reliquia fragile. Un resto. Un frammento di quel tentativo disperato di legare la propria voce a un’altra voce. Rimane come rimane Sylvia: nelle sue parole, nel suo sguardo di carta, nei suoi rovesciamenti interiori.

Rimane come resta un’eco dentro una caverna.

E quell’eco — oggi, domani, sempre — continua a chiederci:
“Mi senti?”
E noi, irrimediabilmente, sì. La sentiamo ancora. La sentiamo per sempre.

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