Peter Allen, nato Peter Richard Woolnough (Tenterfield, 10 febbraio 1944 – San Diego, 18 giugno 1992), con il suo sorriso smagliante, le camicie aperte fino all'ombelico e una gestualità da Broadway showgirl intrappolata nel corpo di un crooner australiano, ha incarnato una delle figure più sfaccettate e contraddittorie della cultura pop del secondo Novecento. Un artista capace di navigare con disinvoltura fra i registri più disparati: dalle ballate sentimentali scritte per altri, spesso impregnate di una malinconia sommessa, al cabaret esuberante e sfacciatamente queer che metteva in scena con una tale energia da rendere impossibile distogliere lo sguardo. Cantava l'amore con parole che sembravano uscire da una confessione scritta a mezzanotte su carta da lettere rosa, ma lo faceva vestito di lustrini, fra piroette e falcate che smentivano ogni rimpianto.
Cresciuto in un ambiente familiare difficile segnato dal suicidio del padre, Allen abbandona presto la provincia per inseguire la via del palcoscenico. A soli vent'anni forma un duo musicale, The Allen Brothers, con Chris Bell, con cui ottiene un primo successo televisivo. Il colpo di fortuna arriva nel 1964, quando la coppia viene scritturata da Judy Garland per aprire i suoi concerti: è l'inizio non solo di una carriera internazionale, ma anche di un intrico di relazioni che lo condurrà al matrimonio con Liza Minnelli, la figlia della diva.
Il matrimonio con Liza (1967-1974) è forse l'aspetto più noto e discusso della sua biografia, nonostante entrambi i protagonisti abbiano cercato nel tempo di trasformarlo in una pagina di affettuosa amicizia e reciproco sostegno. Dietro quella parvenza di eteronormatività da copertina, si agitava un'identità sessuale più complessa e, col tempo, sempre più dichiarata. Peter Allen è stato uno dei primi personaggi pubblici a portare in scena, senza veli e senza eufemismi, un corpo maschile femminilizzato e una sessualità libera da codici prestabiliti: non militante, ma incarnata. Non chiedeva il permesso, ballava sul pianoforte.
Autore prolifico, firma nel 1974 il testo di
I Honestly Love You per Olivia Newton-John, che diventerà un successo planetario, e negli anni successivi anche
Don’t Cry Out Loud (resa celebre da Melissa Manchester),
I Go to Rio, e
Arthur’s Theme (Best That You Can Do) con Burt Bacharach, vincitore dell’Oscar. Le sue canzoni, pur spesso affidate ad altri interpreti, sono impregnate di quella fragilità orgogliosa che lo caratterizzava: un misto di malinconia e slancio vitale, uno struggimento sempre venato di autoironia. Peter Allen sapeva che la tenerezza, sul palco, poteva convivere con l'eccesso, e che l'intimità aveva bisogno di paillettes per non diventare compianto.
Negli anni Ottanta, mentre l'epidemia di AIDS falcia intere generazioni queer, Peter Allen porta avanti la sua carriera con sempre maggiore consapevolezza politica, anche se mai esibita nei termini di un'attivismo diretto. Il suo coming out non è un manifesto, ma una prassi: è il modo in cui abita il palco, il modo in cui canta l'amore fra uomini senza trasporlo in metafora. Alcuni dei suoi testi diventano, letti oggi, piccoli monumenti alla vulnerabilità maschile queer, senza dichiararsi tali. Il pubblico, soprattutto quello americano, continua ad amarlo, anche se con una punta di rimozione rispetto alla sua identità. Ma è proprio questa rimozione a fare di Allen un testimone essenziale: la sua è una performatività queer ante-litteram, un modo di "stare in scena" che precede e annuncia molte delle estetiche camp degli anni successivi.
Il suo spettacolo più iconico rimane
Up in One, uno show in cui canta, danza, racconta e seduce. Allen è una creatura da palcoscenico, ma anche un artigiano della canzone, capace di cesellare versi come "Everything old is new again" con la precisione di chi sa che la nostalgia è la vera benzina del desiderio. Lontano dall'immagine patinata del crooner, ma anche da quella più esplicitamente militante dei performer queer contemporanei, Allen resta una figura intermedia, un traghettatore: tra l'armadio e la liberazione, tra Broadway e Oxford Street, tra la famiglia Garland e il sesso nei bagni dei teatri.
La sua morte, nel 1992, per complicazioni legate all'AIDS, chiude una parabola che oggi appare luminosa e tragica. Il musical biografico
The Boy from Oz, portato in scena da Hugh Jackman, ne ha riacceso l'interesse, ma ha anche in parte edulcorato le sfumature più scomode della sua vita: la sessualità fluida, la solitudine, la tensione continua fra il desiderio di riconoscimento e quello di libertà.
Per il pubblico queer, Peter Allen rappresenta molto più di una figura da riscoprire. È un antesignano dell'estetica camp come strategia di sopravvivenza, un uomo che ha trasformato il dolore in spettacolo, il desiderio in partitura, la marginalità in scintillio. Con la sua musica, i suoi vestiti appariscenti, il suo corpo sempre esposto ma mai compiaciuto, Allen ha tracciato un percorso per chi non sapeva ancora di potersi mostrare. E ha cantato, senza piangersi addosso, il bisogno tutto queer di essere amati non nonostante, ma
proprio per la propria eccedenza.
In un'epoca in cui la visibilità LGBTQ+ era ancora rarefatta, Peter Allen riuscì a mostrarsi, spesso suo malgrado, come un corpo queer in un mondo eteronormativo. Non un eroe, non un martire, ma un artista che ha fatto del palcoscenico il proprio rifugio e la propria arma. E oggi, riascoltandolo, possiamo riconoscere in ogni vibrato quella stessa tensione che ancora ci attraversa: voler essere visti, ma anche compresi. Voler brillare, ma anche riposare. E, come lui, danzare su un pianoforte, anche se attorno è buio.
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