Le figure pubbliche che oggi dominano la scena globale — da Donald Trump a Benjamin Netanyahu — non sono semplicemente protagonisti politici, ma veri e propri operatori semantici. Non governano solo territori o interessi, ma intervengono direttamente sulla materia stessa del reale: il linguaggio. E lo fanno con una lucidità che, se non fosse così pericolosa, sarebbe quasi ammirabile nella sua efficacia chirurgica.
Prendiamo la parola “verità”. Un tempo — e sembra già una nostalgia un po’ antiquata — era considerata un orizzonte, qualcosa verso cui tendere con fatica, con metodo, persino con dubbio. Oggi, nella retorica di questi leader, la verità è diventata una proprietà privata, una dichiarazione performativa. Non è più ciò che si verifica, ma ciò che si afferma con sufficiente forza e ripetizione. Se qualcosa viene detto abbastanza volte, con sufficiente enfasi e una coreografia mediatica adeguata, allora esiste. Non importa se sia falso: esiste perché occupa lo spazio mentale.
E qui il linguaggio compie la sua prima torsione: smette di essere uno strumento di verifica e diventa uno strumento di imposizione.
Non si tratta solo di propaganda, nel senso classico del termine. La propaganda presuppone ancora un residuo di realtà contro cui agire, una verità da distorcere. Qui siamo oltre: siamo nella produzione attiva di una realtà alternativa, autosufficiente, impermeabile ai fatti. È un mondo linguistico che si regge su una logica interna, dove le parole non rimandano più alle cose, ma ad altre parole, in un circuito chiuso e perfettamente autoreferenziale.
Così “guerra” diventa “operazione speciale”. “Bombardamento” si trasforma in “intervento difensivo”. “Civili” diventano “danni collaterali”. E già in queste sostituzioni apparentemente tecniche si consuma un primo scarto etico: la sofferenza viene anestetizzata, resa astratta, digeribile. Il linguaggio non nomina più il dolore, lo addomestica.
Ma il punto più inquietante non è nemmeno questo. Il vero salto qualitativo avviene quando il linguaggio non si limita a coprire la violenza, ma la anticipa e la legittima. Quando cioè la parola non arriva dopo l’atto, per giustificarlo, ma lo precede, lo prepara, lo rende inevitabile.
Se un territorio viene definito “minaccia esistenziale”, allora ogni azione contro di esso diventa automaticamente legittima. Se un popolo viene descritto come “terrorista” nella sua interezza indistinta, allora la distinzione tra combattenti e civili evapora. E con essa evapora il diritto internazionale, che proprio su quella distinzione si fonda.
Il lessico, piegato e riscritto, costruisce una grammatica della violenza in cui ogni frase è già una sentenza.
E qui entra in gioco un elemento ancora più sottile: la ripetizione. Non la ripetizione ossessiva, quasi caricaturale, ma quella quotidiana, insinuante, che scivola nelle abitudini linguistiche. Le parole cambiano lentamente di significato, e noi con loro. Ci abituiamo a dire “sicurezza” quando intendiamo “controllo”, “difesa” quando intendiamo “attacco”, “ordine” quando intendiamo “repressione”. E a forza di abituarci, smettiamo di vedere lo scarto.
Il collasso del linguaggio non è un evento spettacolare, è una deriva. E come tutte le derive, ha bisogno della nostra complicità passiva.
Non è un caso che questo processo avvenga in parallelo con una crisi sempre più evidente del diritto internazionale. Le norme, le convenzioni, le istituzioni che dovrebbero regolare i conflitti appaiono sempre più fragili, quasi decorative. Ma questa fragilità non nasce nel vuoto: è stata preparata, resa possibile da un lavoro sistematico sul linguaggio.
Per violare una legge, bisogna prima svuotarla di significato. Bisogna trasformarla in un guscio vuoto, in una parola priva di presa sul reale. E questo avviene proprio attraverso quella manipolazione semantica che rende ogni azione giustificabile, ogni violazione interpretabile, ogni abuso narrabile come necessità.
Il diritto internazionale diventa così una lingua morta, recitata nei consessi ufficiali ma ormai incapace di incidere sul mondo. E nel frattempo, un’altra lingua — più agile, più aggressiva, più seducente — prende il suo posto.
C’è qualcosa di profondamente teatrale in tutto questo, ma è un teatro senza catarsi. Le parole sono costumi che si cambiano a seconda della scena, maschere che nascondono e rivelano allo stesso tempo. E il pubblico — noi — finisce per accettare la finzione come unica realtà possibile.
Forse il punto più tragico è proprio questo: non siamo semplicemente vittime di una manipolazione, siamo anche spettatori affascinati. C’è una seduzione nella semplificazione, nel linguaggio netto, assertivo, privo di ambiguità. In un mondo complesso e contraddittorio, la parola che promette chiarezza assoluta ha un potere irresistibile.
Ma quella chiarezza è un inganno. È la chiarezza del bisturi che taglia via le sfumature, le contraddizioni, le responsabilità. È una chiarezza che semplifica il mondo al punto da renderlo irriconoscibile.
E allora la domanda, inevitabile, è: cosa resta da fare?
Forse la risposta non è grandiosa, non è eroica. Non si tratta di inventare un nuovo linguaggio, né di opporsi frontalmente a questa deriva con proclami altrettanto enfatici. Si tratta piuttosto di un lavoro minuzioso, quasi artigianale: restituire alle parole il loro peso.
Chiamare le cose con il loro nome, anche quando è scomodo, anche quando è impopolare. Rifiutare le semplificazioni, smontare le retoriche, resistere alla seduzione della chiarezza apparente. È un lavoro lento, ingrato, che non produce effetti immediati. Ma è forse l’unico modo per impedire che il linguaggio diventi definitivamente un campo di battaglia perduto.
Perché quando le parole smettono di significare, non è solo la realtà a deformarsi. È la possibilità stessa di comprenderla, di criticarla, di cambiarla, che si dissolve.
E a quel punto, non resta che il silenzio. O peggio: un rumore continuo, perfettamente articolato, in cui ogni parola suona giusta e nulla è più vero.
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