giovedì 16 aprile 2026

Giustappunto! Rimuovere Trump, o rimuovere la politica?

Non è mai una buona idea, in politica, iniziare a parlare di rimozione come se fosse una forma di argomentazione. Eppure è esattamente ciò che sta accadendo attorno alla figura di Donald Trump, dove l’ipotesi di attivare il Venticinquesimo emendamento ha smesso di essere una remota eventualità costituzionale per trasformarsi in parola d’ordine, quasi in riflesso automatico davanti a ogni eccesso verbale.

Ma qui conviene subito sgombrare il campo da un equivoco seducente: non siamo davanti a una procedura, bensì a una narrazione. Non a un meccanismo in atto, ma a un dispositivo retorico che tenta di trasformarsi in realtà attraverso la ripetizione, l’amplificazione, la legittimazione corale.

Quando figure di primo piano del Partito Democratico — da JB Pritzker a Pramila Jayapal, passando per Chris Murphy — iniziano a evocare esplicitamente l’incapacità del presidente, non stanno semplicemente esprimendo un giudizio. Stanno tentando di costruire un terreno simbolico su cui quel giudizio possa apparire inevitabile. È una forma di politica che lavora per accumulo, per saturazione semantica: dire e ridire che qualcosa è “impensabile” finché non diventa “inaccettabile”, e infine “intollerabile”.

Il punto di origine di questa nuova accelerazione — la minaccia di “cancellare un’intera civiltà” rivolta all’Iran — ha qualcosa di teatralmente eccessivo, quasi grottesco nella sua iperbole. Ma è proprio questa sproporzione a renderla utile. Non perché apra davvero la strada a una rimozione costituzionale, bensì perché consente di fissare un’immagine: quella di un presidente che non padroneggia più il proprio ruolo, che parla oltre il limite, che si colloca — volontariamente o meno — fuori dalla grammatica istituzionale.

E tuttavia, qui si apre una frattura che non può essere ignorata. Il Venticinquesimo emendamento non è stato concepito per contenere l’eccesso retorico, né per sanzionare la pericolosità politica. È uno strumento chirurgico, pensato per casi di incapacità manifesta, quasi clinica. Invocarlo in un contesto di conflitto politico significa operare uno slittamento: trasformare una categoria medica in un’arma discorsiva.

È un gesto che, a ben vedere, dice molto più del Partito Democratico che di Trump stesso.

Perché se è vero che Donald Trump ha costruito la propria intera parabola sulla trasgressione sistematica del linguaggio politico — sull’iperbole, sulla provocazione, sull’ambiguità calcolata — è altrettanto vero che i suoi avversari sembrano oggi costretti a rincorrerlo su un terreno che non è il loro. Non quello della proposta, né quello della visione, ma quello della delegittimazione radicale.

Dire che un presidente è pericoloso è una cosa. Dire che è incapace di esercitare le proprie funzioni è un’altra. La prima appartiene alla lotta politica. La seconda implica una sospensione, se non una vera e propria negazione, della legittimità democratica.

E qui il rischio si fa sottile, quasi impercettibile ma reale: che nel tentativo di contenere una figura percepita come destabilizzante, si finisca per forzare gli strumenti stessi della democrazia, piegandoli a un uso improprio. Non è un caso che il Venticinquesimo emendamento sia rimasto, nella storia americana, una sorta di reliquia istituzionale, evocata più spesso di quanto sia stata realmente applicata. Il suo potere risiede proprio nella sua eccezionalità. Normalizzarne l’invocazione significa, in qualche modo, svuotarlo.

Eppure, sarebbe ingenuo liquidare tutto questo come semplice propaganda. C’è qualcosa di più profondo, quasi una forma di ansia istituzionale, che attraversa queste prese di posizione. La sensazione — diffusa, palpabile — che le categorie tradizionali della politica non siano più sufficienti a contenere ciò che accade. Che ci si trovi di fronte a un oggetto anomalo, refrattario alle definizioni, capace di sopravvivere a ogni tentativo di incasellamento.

La figura di Trump funziona come uno specchio deformante: costringe il sistema politico americano a interrogarsi sui propri limiti, sulle proprie fragilità, sulla propria capacità di reagire senza snaturarsi.

E allora la domanda vera non è se il Venticinquesimo emendamento verrà attivato ma cosa resta della politica quando si comincia a parlare il linguaggio dell’eccezione. Quando si evoca la rimozione non per ciò che è, ma per ciò che rappresenta. Quando il confine tra incapacità e inaccettabilità diventa poroso, scivoloso, ambiguo.

Forse, in fondo, ciò che sta accadendo è meno clamoroso e più inquietante: non un tentativo reale di destituzione, ma una lenta trasformazione del discorso politico in qualcosa di più estremo, più assoluto, meno negoziabile. Un luogo in cui non si tratta più di vincere o perdere, ma di dichiarare l’altro irricevibile, impraticabile, quasi inesistente.

E in questo teatro, dove ogni parola pesa più di quanto dovrebbe e ogni gesto viene amplificato fino a diventare simbolo, il rischio non è tanto che un presidente venga rimosso. È che la politica, nel suo insieme, perda progressivamente il senso del limite — e con esso, forse, anche la capacità di riconoscersi.

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