giovedì 22 gennaio 2026

Gramsci, le ghiande e le querce. Note per una sopravvivenza critica

Il problema non è che Gramsci venga citato troppo. Il problema è come viene citato. Nel vocabolario del progressismo contemporaneo, Gramsci è diventato una figura di garanzia, una sorta di santo laico da evocare per certificare la bontà di una posizione. Il suo nome circola come un lasciapassare culturale, un marchio di legittimità. Ma proprio questa circolazione continua rischia di neutralizzarlo. Perché Gramsci, più di ogni altro pensatore del Novecento italiano, è incompatibile con una politica che si accontenta del linguaggio.

Il lessico progressista oggi ruota attorno a parole che suonano bene, che rassicurano chi le pronuncia e chi le ascolta: inclusività, rappresentazione, empowerment, visibilità, consapevolezza. Sono parole che promettono molto e impegnano poco. Funzionano nel registro simbolico, morale, comunicativo. Gramsci, invece, parla un’altra lingua. Una lingua aspra, materiale, ostinata. Una lingua che non separa mai il piano culturale da quello organizzativo, né il discorso dalla struttura. Mettere Gramsci accanto a questo vocabolario senza farli entrare in collisione significa tradirlo.

Prendiamo l’idea di inclusività. Nel discorso progressista è spesso un valore in sé, un fine ultimo. Essere inclusivi equivale a essere dalla parte giusta. Per Gramsci, al contrario, l’inclusione non è mai neutra. Integrare senza trasformare significa rafforzare l’ordine esistente. La storia italiana che Gramsci analizza è piena di inclusioni apparenti: masse assorbite, neutralizzate, educate a riconoscersi in un progetto che non hanno contribuito a costruire. L’inclusione, se non produce autonomia e capacità di direzione, è una forma raffinata di subordinazione. È rivoluzione passiva. È modernizzazione senza emancipazione.

Lo stesso vale per la rappresentazione. Il progressismo contemporaneo tende a identificare il problema politico con la mancanza di visibilità: chi non è rappresentato deve essere reso visibile, nominato, esposto. Ma Gramsci non avrebbe mai confuso la rappresentazione con il potere. Essere rappresentati non significa dirigere. Essere visibili non significa contare. Una classe subalterna può essere perfettamente rappresentata, raccontata, celebrata, e restare subalterna. Il punto, per Gramsci, non è chi parla di chi, ma chi organizza chi, chi forma chi, chi costruisce una visione del mondo capace di diventare senso comune attivo.

Il lessico dell’empowerment è forse quello che più stride con il pensiero gramsciano. L’idea che il potere possa essere “conferito” individualmente, attraverso il riconoscimento o l’autostima, è radicalmente estranea alla sua concezione politica. Per Gramsci il potere non si distribuisce: si costruisce. E si costruisce collettivamente, attraverso conflitti reali, istituzioni, pratiche durevoli. L’empowerment individuale, sganciato da un processo di organizzazione collettiva, produce soggetti più espressivi, non soggetti più forti. Produce voci, non direzione. Gramsci avrebbe visto in questa retorica una forma aggiornata di depoliticizzazione.

Anche la centralità attribuita alla consapevolezza meriterebbe di essere messa sotto accusa. Nel discorso progressista sapere equivale spesso ad agire: essere consapevoli diventa già una forma di trasformazione. Gramsci non ha mai creduto a questa scorciatoia. La coscienza non precede automaticamente la prassi, né la garantisce. Può restare sterile, narcisistica, autoreferenziale. La formazione di una coscienza critica, per lui, è inseparabile da un lavoro organizzativo, disciplinato, lungo. Non è illuminazione improvvisa, ma educazione reciproca, faticosa, contraddittoria.

Qui emerge la distanza più profonda tra Gramsci e il progressismo mediatico: il rapporto con il conflitto. Il lessico progressista tende a edulcorarlo, a trasformarlo in confronto, dialogo, gestione delle differenze. Gramsci non rimuove mai la dimensione antagonistica. L’egemonia non è armonia: è direzione conquistata dentro una lotta. È capacità di tenere insieme consenso e forza, pedagogia e decisione. Pensare di poter costruire un’egemonia senza conflitto equivale a rinunciare all’egemonia stessa.

La figura dell’intellettuale, così come viene oggi celebrata, è forse il punto in cui lo scarto diventa più imbarazzante. L’intellettuale progressista è spesso un produttore di discorsi corretti, un sorvegliante del linguaggio, un certificatore morale. L’intellettuale gramsciano, invece, è una figura immersa nei rapporti sociali, esposta, parziale, coinvolta. Non corregge il mondo: lo organizza. Non si limita a interpretare il presente: lavora per trasformarlo, accettando la possibilità dell’errore e del fallimento. È una figura che non funziona bene nei media, perché non produce sentenze rapide né posture impeccabili.

La “guerra di posizione” entra così in rotta di collisione con l’ossessione contemporanea per la performance. Gramsci immagina un lavoro lento, molecolare, spesso invisibile. Il progressismo attuale chiede risultati immediati, segnali, indicatori di impatto. La temporalità gramsciana è incompatibile con l’ansia di visibilità. Non promette vittorie rapide, né gratificazioni simboliche. Chiede pazienza, continuità, disciplina. Chiede anche di accettare periodi di oscurità, di arretramento, di silenzio. È una politica che non “funziona bene” nei cicli mediatici.

Non stupisce, allora, che Gramsci venga spesso celebrato come icona mentre viene rimosso come metodo. Si citano le sue parole, ma si evita la sua durezza. Si adopera il suo lessico, ma si elude il suo materialismo. Lo si invoca come padre nobile di una sinistra colta, mentre si rifiuta il lavoro sporco che il suo pensiero implica: costruire organizzazione, formare soggettività, accettare il conflitto come dimensione strutturale della politica.

Eppure Gramsci resta lì. Non perché sia attuale, ma perché è intempestivo. Torna a disturbare ogni volta che la politica si riduce a linguaggio, ogni volta che il cambiamento viene confuso con la rappresentazione, ogni volta che l’inclusione sostituisce l’emancipazione. È un pensiero che non consola, che non assolve, che non offre scorciatoie etiche.

Quando Gramsci scrive che le ghiande sono gravide di querce, ma spesso finiscono in pasto ai maiali, non sta offrendo una metafora edificante. Sta dicendo qualcosa di più scomodo: che le possibilità storiche non si realizzano da sole, e che il fallimento è la norma, non l’eccezione. Oggi il rischio più grande è che le ghiande vengano scambiate per simboli, per contenuti, per ornamenti discorsivi. Salvare le ghiande, oggi, significa sottrarle alla retorica progressista che le consuma senza piantarle. E accettare che far crescere una quercia richiede tempo, conflitto, e una pazienza che il presente sembra aver smarrito.

E allora conviene dirlo senza più attenuanti, senza più cautele stilistiche: il progressismo contemporaneo funziona sempre più come una nuova rivoluzione passiva. Non nel senso caricaturale di un tradimento consapevole, ma in quello più gramsciano e dunque più inquietante: come processo storico che assorbe il conflitto, lo riformula in linguaggio, lo neutralizza in nome del cambiamento. Un cambiamento che avviene, certo, ma sempre altrove rispetto ai rapporti di forza reali.

Il progressismo non smantella l’ordine: lo aggiorna. Non costruisce soggettività autonome: le integra. Non produce direzione politica: amministra sensibilità. È una macchina raffinata di trasformazione senza rottura, di movimento senza spostamento. Esattamente ciò che Gramsci aveva imparato a riconoscere nella storia italiana: riforme dall’alto, avanzamenti simbolici, modernizzazioni che lasciano intatta la struttura del potere. La differenza è che oggi tutto questo avviene con un lessico seducente, eticamente irreprensibile, culturalmente sofisticato. E proprio per questo più efficace.

Il progressismo parla incessantemente di cambiamento, ma rifugge l’idea di antagonismo. Celebra il pluralismo, ma teme l’organizzazione. Esalta la differenza, ma diffida della disciplina collettiva. Promuove l’inclusione, ma non sopporta l’autonomia che potrebbe metterne in crisi la cornice. Il conflitto viene riscritto come problema di linguaggio, come fraintendimento, come mancanza di consapevolezza. Mai come questione di potere. Mai come scontro tra interessi inconciliabili. Mai come necessità di scegliere e di perdere.

È qui che Gramsci diventa davvero intollerabile. Perché Gramsci non permette di nascondersi dietro la buona coscienza. Non consente di scambiare la visibilità per forza, la rappresentazione per direzione, il riconoscimento per emancipazione. Smonta l’illusione che basti occupare il piano simbolico per trasformare la realtà. Mostra che senza organizzazione, senza sedimentazione, senza una pedagogia politica lunga e conflittuale, ogni avanzamento resta reversibile. Decorativo. Fragile.

Il progressismo odierno, invece, sembra aver fatto pace con la reversibilità. Accetta che tutto sia provvisorio, che ogni conquista sia negoziabile, che ogni diritto sia una concessione revocabile. E lo chiama realismo. In realtà è adattamento. È una forma elegante di rinuncia alla direzione storica. Gramsci avrebbe riconosciuto in questa postura una nuova variante dell’antica malattia italiana: l’incapacità di costruire un blocco storico alternativo, sostituita da una gestione intelligente dell’esistente.

In questo quadro, Gramsci viene tollerato solo a patto di essere disinnescato. Trasformato in citazione alta, in lessico nobile, in icona culturale. Ma il suo pensiero, preso sul serio, è incompatibile con una politica che ha sostituito l’organizzazione con la comunicazione, il partito con la piattaforma, l’intellettuale collettivo con l’influencer colto. È incompatibile con una sinistra che parla molto di egemonia e pratica poco la lotta per conquistarla.

Chiamare tutto questo “rivoluzione passiva” non è un insulto: è una diagnosi. Significa riconoscere che il mutamento c’è, ma non produce emancipazione; che l’inclusione avviene, ma senza autonomia; che il consenso si amplia, ma senza potere reale. Significa anche accettare che il progressismo, così come oggi si configura, non è l’antidoto al presente, ma uno dei suoi ingranaggi più sofisticati.

Gramsci, in fondo, non chiede di essere celebrato. Chiede di essere usato male, contro le comodità del tempo. Chiede di essere rimesso là dove fa attrito: contro il linguaggio che sostituisce l’azione, contro la morale che rimuove il conflitto, contro il cambiamento che non cambia nulla. Finché il progressismo continuerà a trattarlo come un patrimonio simbolico e non come una pratica esigente, Gramsci resterà una presenza fantasmatica: evocata, rispettata, innocua.

E allora sì, bisogna dirlo fino in fondo: il vero tradimento di Gramsci oggi non viene dai suoi nemici dichiarati, ma dai suoi amici troppo educati. Da chi lo cita per non farlo agire. Da chi lo onora per non seguirlo. Da chi lo conserva come si conserva un seme in una teca, dimenticando che un seme, se non viene piantato, marcisce.

Le ghiande non muoiono solo divorate dai maiali. Muoiono anche quando vengono esposte, lucidate, trasformate in simboli. Salvare Gramsci, oggi, significa sottrarlo al progressismo che lo consuma senza rischiarlo. E accettare, finalmente, che far crescere una quercia non è un atto comunicativo, ma un lavoro sporco, lungo, e irrimediabilmente conflittuale.