lunedì 26 gennaio 2026

Josef Kohout: Il triangolo rosa non salva


Josef Kohout nasce a Vienna nel 1915, in una città che impara molto presto a convivere con la perdita. L’Impero austro-ungarico si sta sbriciolando, la guerra ha lasciato fame, disoccupazione, un senso di provvisorietà che entra nelle case come polvere sottile. Non c’è nulla di eroico nella sua infanzia: solo ristrettezze, silenzi, adulti che hanno smesso di credere al futuro. L’Austria repubblicana nasce stanca, nostalgica, esposta come una ferita. È in questo clima che Josef cresce, imparando presto che esistere significa occupare uno spazio instabile, sempre sul punto di essere revocato.

La scoperta della propria omosessualità non arriva come una rivelazione romantica, ma come una presa di coscienza inquieta, quasi colpevole. Non è solo desiderio: è il sospetto di essere sbagliato, fuori norma, osservabile. L’amore per un altro ragazzo — figlio di un funzionario nazista — non è un gesto di ribellione, ma un cortocircuito. Non c’è provocazione, non c’è volontà di sfida: c’è l’ostinazione elementare del corpo che desidera, anche quando non dovrebbe. Ed è proprio questa assenza di strategia a renderlo vulnerabile. L’omosessualità non è una colpa morale, ma diventa un reato, un capo d’accusa pronto all’uso. Nel 1938 Josef viene arrestato. Non per ciò che ha fatto, ma per ciò che è.

La condanna a sette mesi di prigione non è una parentesi: è una frattura. È il momento in cui la sua vita privata viene definitivamente consegnata allo Stato, alla sorveglianza, alla schedatura. Il carcere non è ancora il campo, ma ne è l’anticamera. Lì Josef impara che il diritto non è neutro, che la legge può essere uno strumento di purificazione sociale. Non c’è bisogno di violenza spettacolare: basta nominare qualcuno come “indegno” perché tutto il resto segua.

Nel gennaio del 1940 viene deportato a Sachsenhausen. Il campo non è solo un luogo di morte: è un laboratorio umano. Qui le categorie si irrigidiscono, i corpi vengono classificati, marchiati, messi in competizione. Gli omosessuali occupano una posizione particolare: non sono solo nemici politici o razziali, ma deviazioni da correggere o eliminare. Il triangolo rosa non è un simbolo identitario, è una sentenza. A Sachsenhausen Josef capisce che sopravvivere non significa restare intatti, ma adattarsi, piegarsi, imparare a leggere il terrore negli sguardi altrui.

Dopo pochi mesi viene trasferito a Flossenbürg. Cambia il paesaggio, non la logica. Fame, lavoro forzato, percosse: una routine che non ha bisogno di spiegazioni. È qui che Josef diventa Kapo. Un ruolo ambiguo, compromesso, carico di sospetto. Essere Kapo significa stare un gradino sopra gli altri prigionieri, ma infinitamente sotto le SS. Significa esercitare potere mentre si è completamente privi di potere. Non è una promozione, è una trappola. Josef accetta — o subisce — questa posizione perché rifiutarla significherebbe probabilmente morire. La sua omosessualità rende tutto più fragile: ogni errore può essere usato contro di lui, ogni gesto letto come pretesto.

Non c’è purezza in questa fase della sua vita. C’è calcolo, paura, compromesso. I rapporti con i “Kapo verdi”, criminali comuni, non sono alleanze nobili, ma scambi taciti: protezione in cambio di obbedienza, sopravvivenza in cambio di silenzio. Josef non è un santo, non è un martire lineare. È un uomo che cerca di restare vivo in un sistema costruito per distruggerlo, anche a costo di diventare una figura scomoda per gli altri prigionieri. Questa ambiguità non lo assolve, ma lo rende reale.

Quando arriva il 1945, la fine del Reich non coincide con la fine della persecuzione. Prima c’è la marcia della morte: corpi spinti a camminare fino allo sfinimento, senza destinazione, senza logica se non quella dell’annientamento finale. Josef fugge nei pressi di Cham. Non è una liberazione cinematografica, è una scomparsa, un sottrarsi all’ultimo momento. Sopravvive per caso, per ostinazione, per una combinazione di scelte e fortuna che nessuno può davvero rivendicare come merito.

Il dopoguerra non lo accoglie come vittima. Le leggi contro l’omosessualità restano in vigore, la sua esperienza non viene riconosciuta, il campo non conta come persecuzione “valida”. Josef scopre che si può sopravvivere a un sistema totalitario e continuare a essere invisibili. La sua sofferenza non produce diritti, non genera risarcimenti. Per decenni resta fuori dalla narrazione ufficiale della memoria, come se il triangolo rosa fosse un errore da correggere a posteriori.

Nel 1972 decide di parlare. Lo fa sotto pseudonimo, Heinz Heger, come se anche la testimonianza dovesse essere protetta, schermata. “Gli uomini con il triangolo rosa” non è solo un libro di memoria: è una crepa nella Storia. Racconta ciò che non si voleva ascoltare, costringe il movimento gay a confrontarsi con un passato che non è solo liberazione e orgoglio, ma anche vergogna, abbandono, solitudine. Il libro diventa fondamentale proprio perché non consola.

Josef Kohout muore a Vienna nel 1994, accanto al suo compagno. Non riceve mai un vero risarcimento. La pensione gli viene riconosciuta tardivamente, quasi per errore, nel 1992. La sua vita non si chiude con una vittoria, ma con una persistenza. Rimane come una figura difficile da incasellare: né eroe puro né vittima ideale. La sua storia continua a disturbare perché mette in crisi l’idea stessa di memoria pacificata. Non chiede celebrazione, ma attenzione. E soprattutto chiede che non si dimentichi quanto a lungo, anche dopo la fine del nazismo, certi corpi siano rimasti sacrificabili.