Maurice Béjart (1927-2007) è stato senza dubbio uno dei più grandi innovatori nel campo della danza del Novecento, e la sua eredità continua a influenzare la scena contemporanea. La sua carriera, lunga e straordinaria, ha segnato una vera e propria rivoluzione nel mondo del balletto, mescolando elementi classici e contemporanei, dando una nuova voce al corpo umano come strumento espressivo e sperimentando con tecniche di composizione che sono state all’avanguardia. La sua opera è stata una continua sfida alle convenzioni, e ha avuto un impatto profondo su tutte le forme di danza, dal balletto classico alla danza moderna, fino a quelle che oggi possiamo definire "teatro danza" e performance multidisciplinari.
La nascita di Maurice Béjart in una famiglia di intellettuali, con il padre Gaston Berger, un filosofo francese, non sembrava prefigurare una carriera nel mondo della danza. Ma la sua vocazione per l'arte del movimento emerse precocemente, e dopo aver frequentato il Conservatorio di Parigi, iniziò a studiare danza in maniera sistematica. La sua formazione avvenne sotto la guida di alcuni dei più celebri insegnanti e coreografi dell'epoca, come Léo Staats, Lubov Egorova e Madama Rousanne (Sarkissian), che gli fornirono gli strumenti tecnici necessari per una carriera internazionale. Tuttavia, Béjart non si limitò mai a seguire le regole stabilite del balletto accademico. La sua predisposizione all'esplorazione e all'innovazione lo spinse a sperimentare nuove forme e linguaggi.
Il suo percorso professionale iniziò tra il Royal Swedish Ballet e l'International Ballet di Mona Inglesby, ma fu nel 1959, con la fondazione del Ballet of the Twentieth Century, che Béjart raggiunse una notorietà internazionale. La sua compagnia non solo divenne un centro di innovazione, ma anche un punto di riferimento per l'evoluzione della danza in Europa. La sua carriera crebbe rapidamente, e la sua fama si consolidò con una serie di creazioni che spaziavano dalla danza puramente spettacolare a lavori di profonda riflessione filosofica e sociale.
Una delle sue creazioni più celebri fu Symphonie pour un homme seul (1955), in cui per la prima volta veniva utilizzata una composizione musicale elettronica, realizzata dai compositori Pierre Schaeffer e Pierre Henry. La sperimentazione musicale di Béjart, in cui la musica elettronica si fondeva con il movimento corporeo, segnò un distacco radicale dal tradizionale uso della musica classica nel balletto. Questo lavoro mostrò come la danza potesse essere trasformata in una sorta di linguaggio universale, capace di parlare direttamente al pubblico senza la necessità di parole, ma solo attraverso il corpo in movimento, la musica e l'ambiente scenico. Fu una performance che scardinò le convenzioni e che avviò un percorso che Béjart avrebbe continuato per tutta la sua carriera, cercando di dissolvere le barriere tra i vari ambiti artistici.
La sua versione di La Sagra della Primavera di Igor Stravinsky, che presentò nel 1959 al Théâtre Royal de la Monnaie di Bruxelles, rappresentò un altro punto di rottura. Il balletto, un'interpretazione di un rito primitivo, venne rivisitato da Béjart con una carica emotiva ed erotica che mise in evidenza il lato più primordiale della condizione umana. La sensualità e la forza viscerale della sua coreografia diedero al pubblico una nuova percezione della musica di Stravinsky, facendo di La Sagra della Primavera non solo una celebrazione del movimento fisico, ma anche un atto di liberazione. La coreografia esplorava il conflitto tra le forze della natura e la civiltà, dando alla danza un contenuto che andava oltre il semplice spettacolo.
Béjart, tuttavia, non si fermò a reinterpretare i classici. Divenne noto per le sue creazioni che celebravano la bellezza del corpo umano, in particolare il corpo maschile, e per le sue esplorazioni nell’erotismo e nella sessualità. La sua capacità di rendere il corpo una forma di comunicazione diretta e sensuale fece di lui una figura controversa ma estremamente influente. Opere come Nijinsky: Clown of God (1971), una riflessione sulla vita e sull’eredità del celebre danzatore Vaslav Nijinsky, hanno mostrato come Béjart riuscisse a coniugare il lirismo con una profonda analisi psicologica e sociale. L'opera si concentrava sulla figura di Nijinsky non solo come ballerino, ma come uomo tormentato dalla follia, mettendo in evidenza la fragilità dell'artista e il suo rapporto con l'arte e con la società.
Non solo la danza, ma anche la cultura gay e la sua espressione attraverso l’arte furono temi ricorrenti nelle sue opere. A più riprese, Béjart si ispirò a icone della mitologia e della storia come Dioniso, Prometeo e San Sebastiano, utilizzando queste figure per esplorare l’erotismo e la sessualità maschile, temi che non solo definivano il suo lavoro artistico, ma che riflettevano anche la sua visione di un mondo in cui l’amore e il desiderio non conoscevano limiti. Fu questa esplorazione della bellezza maschile e della sessualità a spingere molti dei suoi lavori verso un linguaggio che oggi potremmo definire queer, in un periodo in cui il tema dell’identità sessuale era tutt’altro che una questione ampiamente discussa.
Una delle sue creazioni più memorabili in questo senso fu la versione tutta maschile del Boléro (1960) di Maurice Ravel. In questo lavoro, Béjart non solo celebrava la sensualità del corpo maschile, ma esplorava anche la potenza del ritmo musicale come forza di unificazione e trasformazione. La coreografia, che vedeva l'esecuzione di un movimento ripetitivo ma in costante evoluzione, divenne una metafora del desiderio in aumento e della tensione erotica che cresceva man mano che la musica progrediva. La passione che emergeva dalle sue coreografie spingeva il pubblico a riflettere sul significato stesso del corpo come strumento di espressione emotiva e sessuale.
Gli anni '90 segnarono un periodo di riflessione e commemorazione per Béjart, che realizzò opere come Ballet for Life (1997), in risposta alla morte per AIDS dei suoi amici Jorge Donn e Freddie Mercury, entrambi figure di grande importanza nella sua vita e nella sua arte. Il balletto, che mescolava la musica classica di Mozart e il pop-rock dei Queen, fu una celebrazione della vita, ma anche un atto di resistenza contro la morte e la malattia. Béjart utilizzò la danza per esprimere l’amore, la perdita e il ricordo, dando una forma tangibile al lutto e al tributo, ma anche alla speranza che, attraverso l'arte, si potessero superare le difficoltà della vita. Nello stesso periodo, creò Bolero for Gianni (1999), un omaggio al designer Gianni Versace, assassinato nel 1997, che aveva creato i costumi per il Ballet for Life. La fusione tra il genio musicale di Ravel e la visione di Versace, unita alla potenza della danza, creò un’opera che celebrava non solo l’amore per la bellezza, ma anche la memoria di chi aveva contribuito a farla vivere.
Nonostante i numerosi problemi di salute che segnarono gli ultimi anni della sua vita, Béjart non cessò mai di lavorare. La sua carriera fu una continua ricerca, e la sua passione per la danza non si esaurì mai. Alla sua morte, nel 2007, il mondo della danza e della cultura ha perso uno dei suoi più grandi maestri, ma il suo lascito è destinato a perdurare. Le sue opere continuano a essere riproposte in tutto il mondo, e la sua influenza può essere vista nelle nuove generazioni di coreografi, ballerini e artisti. Béjart ha fatto della danza non solo un mezzo per esplorare il corpo e il movimento, ma anche un linguaggio potente per parlare delle questioni più profonde e universali della condizione umana. Il suo impatto è innegabile: ha cambiato per sempre il modo in cui pensiamo alla danza, alla bellezza, e all’espressione artistica.