Parlare di Mario Schifano significa immergersi in un racconto che non è mai lineare, che non si lascia imbrigliare in una cronologia pacata. Schifano era come un fiume in piena che rompe gli argini, trascinando con sé tutto ciò che incontra: immagini, suoni, persone, ossessioni, ironie, gesti estremi. Chi lo ha conosciuto ha sempre avuto la sensazione di trovarsi di fronte a qualcuno che non sapeva – o non voleva – fermarsi. Non c’era in lui il distacco dell’artista che osserva dall’alto, ma l’urgenza di vivere ogni cosa fino in fondo, con la stessa intensità con cui un bambino smonta e ricompone il proprio giocattolo preferito, senza preoccuparsi di romperlo.
La Roma in cui visse era il palcoscenico perfetto per questa febbre continua. Non una Roma sonnacchiosa, ma una città che respirava cinema e letteratura ad ogni angolo. Fellini che inventava universi immaginari tra Cinecittà e via Veneto, Pasolini che trasformava le borgate in epopee moderne, Moravia che osservava con lo sguardo clinico della sua prosa i vizi della borghesia. E poi la poesia, con Ungaretti e Montale ancora vivi e vigili, con i giovani che si affacciavano urlando nuove forme di espressione. Dentro questo magma arrivavano da Londra e da New York i Rolling Stones, Bob Dylan, Andy Warhol, le nuove tecnologie, le droghe sintetiche, la moda che rivoluzionava il corpo e il desiderio. Tutto converava in una Roma insieme antica e futuribile, eterna e momentanea. E nel centro di questo turbine c’era lui: Mario Schifano.
Quando Achille Bonito Oliva coniò quella definizione folgorante – «eretico erotico erratico» – non stava semplicemente creando un’etichetta brillante. Stava inchiodando una verità. Schifano non rispettava alcuna regola, bruciava di sensualità e di energia vitale, si muoveva senza bussola, errando come chi cerca sempre altrove. Ma questo altrove non era un luogo preciso: era una condizione esistenziale. La quiete gli era insopportabile, l’ordine una condanna, la ripetizione una forma di morte anticipata.
Eppure la ripetizione era anche il suo destino: ripetere, riprodurre, moltiplicare. In un’epoca segnata dalla televisione e dalla fotografia, Schifano si concentrò sulla serialità, sul simulacro, sulle immagini che si ripetono fino a svuotarsi. Non aveva paura della banalità: la prendeva di petto, la trasformava in pittura, la faceva esplodere. Lo sguardo infantile che non abbandonò mai gli permetteva di riconoscere una scintilla anche nella cosa più comune: un segnale stradale, una pubblicità, una lattina. Per lui tutto poteva diventare rivelazione, ma anche trappola.
Accanto alla magia, infatti, cresceva l’autodistruzione. I soldi ne sono un esempio lampante: ne guadagnò moltissimi, ma non seppe mai conservarli. Li dissipava con un impulso quasi fisico, tra regali spropositati, feste interminabili, viaggi improvvisati. Non era semplice superficialità: era un rifiuto radicale del possesso, dell’accumulo, della stabilità. Il denaro non aveva valore in sé, era solo carburante per mantenere il flusso. Così come le sue stesse opere, che arrivò perfino a tollerare — se non favorire — nella loro falsificazione, quasi a voler ironizzare sull’avidità del mercato, o forse perché esausto, incapace ormai di distinguere davvero tra originale e copia, tra gesto e riflesso.
E tuttavia, dentro questo caos, la pittura restava sorprendentemente lucida. Schifano parlava delle nevrosi contemporanee, della società dei consumi che divora e replica, della perdita di senso in un mondo dominato dalle immagini. I suoi quadri sono ancora oggi mappe del disorientamento, superfici che non rassicurano, finestre aperte su un vuoto che continua a riguardarci.
Il libro di Luca Ronchi mette in scena non solo l’artista, ma la leggenda che gli ruotava attorno. È una costellazione di aneddoti che sembrano invenzioni letterarie e invece sono vita vissuta. Anita Pallenberg, compagna di lunghi anni, lo racconta con affetto e dolore: i viaggi, le fughe, le notti interminabili in una Roma insieme incantata e pericolosa. Roma come palcoscenico di incontri irripetibili: in Piazza del Popolo, a Villa Medici, nei vicoli di Trastevere, poteva capitare di vedere insieme i Rolling Stones, Andy Warhol, Ungaretti, Moravia e Pasolini. Incroci improbabili che solo Schifano riusciva a rendere naturali.
Alcuni episodi hanno il sapore della leggenda. Ungaretti, soprannominato “Joe” da Schifano, si infuriava per quella confidenza irriverente, salvo poi sciogliersi quando Mario gli fece ascoltare un brano di Jimi Hendrix. Il vecchio poeta, anziché scandalizzarsi, rimase travolto dall’energia della chitarra elettrica, tanto da offrire a tutta la compagnia un peyote come dono rituale. Una scena che sembra partorita da un teatro dell’assurdo e che invece racconta la porosità reale di quelle notti, dove i confini tra alto e basso, antico e contemporaneo, si dissolvevano senza traumi.
O l’incredibile pranzo a Woodstock, nella leggendaria Big Pink dove Dylan stava registrando i Basement Tapes. Ugo Tognazzi, geloso delle proprie radici culinarie, si improvvisò cuoco, preparando un’amatriciana con ingredienti portati dall’Italia. Bob Dylan si muoveva tra una macchina da scrivere e un piatto di bucatini, scrivendo versi e assaggiando salse. E Schifano, al centro, non come ospite ma come elemento catalizzatore, assorbiva tutto, contribuendo a costruire il mito mentre lo viveva.
Poi le relazioni, altrettanto incandescenti. Quella con Marianne Faithfull, segnata dalla gelosia di Mick Jagger, vissuta tra Londra e Roma come una combustione continua. Non un amore pacificato, ma una tempesta. Un incendio che non cercava tregua.
Le case di Schifano erano vere cattedrali dell’eccesso. Spazi spalancati, mai difesi. Nello stesso salotto potevano convivere Gianni e Marella Agnelli e studenti in rivolta, Keith Richards e spacciatori della Magliana, Jack Kerouac e Guttuso, modelle, prostitute, registi, poeti. Un microcosmo anarchico, simile alla Factory di Warhol ma senza strategia, senza distanza, senza protezione. Lì non c’era calcolo: solo abbandono totale al flusso della vita.
Ma questo vortice non poteva che condurre alla tragedia. Warhol venne ferito da Valerie Solanas, Schifano trascinato nel baratro dall’eroina e dalla malavita romana. Entrambi toccarono la vertigine della morte. Entrambi furono figure-sintomo di un’epoca che non separava mai creazione e distruzione, arte ed esistenza.
Alla fine resta l’infanzia, ma non come mito salvifico. Non come origine pura. Piuttosto come una postura del mondo mai corretta, una ferita rimasta aperta. Schifano guardava come un bambino non per innocenza, ma per incapacità di difendersi. Uno sguardo sempre spalancato che non filtra, non seleziona, non costruisce barriere. E uno sguardo così, in un mondo che consuma immagini e corpi con la stessa voracità, è destinato a farsi male.
C’è qualcosa di crudele in questa fedeltà assoluta allo stupore. Non è solo un dono, è una condanna che Schifano non ha mai voluto — o saputo — mettere in discussione. Restare bambino significa non accettare compromessi, ma significa anche non riconoscere il pericolo. Confondere l’intensità con l’annientamento, la vita con il suo consumo.
Per questo parlare di destino forse è comodo, ma insufficiente. Schifano non è stato soltanto travolto: a quella forza ha aderito, l’ha scelta, l’ha alimentata. La sua erranza non era cieca, era ostinata. Come se l’idea stessa di salvarsi fosse una forma di tradimento.
Resta allora un’immagine meno consolatoria e più vera: non il genio da consegnare alla leggenda, ma un uomo che ha spinto fino all’estremo una possibilità esistenziale, pagandone il prezzo senza sconti. Mario Schifano non ci lascia una morale. Ci lascia una frattura. E come tutte le fratture, continua a far male anche quando il rumore della caduta si è spento.