Il 1967 rappresenta un anno cruciale nella storia del movimento per i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender, un momento di passaggio che contribuì in modo significativo a trasformare la visibilità e la consapevolezza politica della comunità LGBT negli Stati Uniti. Fino a quel momento, la lotta per l’emancipazione si svolgeva prevalentemente ai margini della società, segnata dalla paura di arresti, violenze e stigmatizzazione sociale. Le leggi contro l’omosessualità erano ancora diffuse e applicate con rigore, e le incursioni della polizia nei locali frequentati da persone gay e lesbiche costituivano una pratica abituale, volta a reprimere qualsiasi forma di socialità non conforme all’ordine morale dominante.
In questo contesto si collocano le incursioni avvenute nella notte tra il 31 dicembre 1966 e il 1° gennaio 1967 al Black Cat Tavern e al New Faces, due bar gay situati nel quartiere di Silver Lake, a Los Angeles. Durante i festeggiamenti di Capodanno, la polizia fece irruzione nei locali con estrema violenza. Diversi avventori furono picchiati, e almeno un barista riportò gravi ferite alla testa. Questi eventi non costituirono un’eccezione nel panorama repressivo dell’epoca, ma la loro brutalità e la loro risonanza ebbero un effetto catalizzatore sulla comunità locale.
La risposta a quelle violenze non assunse immediatamente la forma di una rivolta fisica sul momento, come sarebbe accaduto due anni più tardi a Stonewall, ma si tradusse in una reazione politica, organizzativa e simbolica senza precedenti a Los Angeles. Nei giorni successivi, la notizia dei raid si diffuse rapidamente attraverso reti informali, pubblicazioni alternative e circoli militanti, alimentando un clima di indignazione e di crescente consapevolezza. La violenza subita non venne più accettata come un destino inevitabile, ma cominciò a essere letta come un’ingiustizia sistemica da contrastare apertamente.
Da qui nacque l’organizzazione PRIDE (Personal Rights in Defense and Education), fondata da attivisti legati alla Mattachine Society e ad altri gruppi omofili della città. PRIDE non fu l’origine assoluta del termine “Pride” nel lessico politico, che circolava già in ambito militante, ma svolse un ruolo fondamentale nel consolidarne l’uso pubblico e rivendicativo. Il concetto di “gay pride” venne progressivamente sottratto alla dimensione privata e trasformato in una dichiarazione politica di esistenza, dignità e resistenza contro la criminalizzazione e l’emarginazione.
Il 5 gennaio 1967 ebbero luogo i primi picchetti organizzati davanti al Black Cat Tavern. Queste manifestazioni, pacifiche ma determinate, rappresentarono uno dei primi esempi di protesta pubblica e visibile contro la repressione poliziesca nei confronti della comunità gay sulla West Coast. Sebbene numericamente limitate, esse segnarono un passaggio importante: la scelta di esporsi apertamente, di occupare lo spazio pubblico e di denunciare le violenze subite non più in forma clandestina, ma collettiva.
Gli eventi del Black Cat si inserirono in una più ampia sequenza di episodi di resistenza che avevano già avuto luogo negli anni precedenti. Nel 1959, a Los Angeles, l’episodio del Cooper Do-Nuts aveva visto alcuni frequentatori reagire spontaneamente a un’operazione di polizia, rifiutando di subire passivamente l’ennesimo controllo repressivo. Pur non trattandosi di una protesta organizzata in senso politico, quell’episodio rappresentò un primo segnale di insofferenza e di rottura della rassegnazione.
Nel 1965, a San Francisco, il Ballo di Capodanno organizzato da gruppi omofili e frequentato in larga parte da uomini gay e donne lesbiche fu oggetto di intimidazioni e interventi da parte della polizia. In quel caso, la risposta assunse soprattutto una forma legale e mediatica: avvocati, attivisti e osservatori denunciarono pubblicamente gli abusi, contribuendo a rafforzare una strategia di difesa dei diritti civili che andava oltre la reazione individuale.
L’anno successivo, nel 1966, sempre a San Francisco, si verificò la rivolta alla Compton’s Cafeteria, dove persone transgender e gender non conforming si opposero in modo aperto e violento a un raid della polizia. Questo episodio, spesso trascurato nella narrazione dominante, rappresentò uno dei primi casi di resistenza collettiva guidata da soggetti tra i più marginalizzati all’interno della stessa comunità LGBT.
Questi eventi, pur diversi per modalità e visibilità, contribuirono a creare un terreno comune di consapevolezza, solidarietà e politicizzazione. Le proteste del Black Cat Tavern non ebbero immediatamente un impatto nazionale o globale, ma svolsero un ruolo decisivo nel contesto di Los Angeles e della California, anticipando pratiche e linguaggi che sarebbero poi esplosi a livello internazionale dopo Stonewall nel 1969.
Nel corso degli anni successivi, il movimento per i diritti LGBT si sviluppò in modo diseguale, attraversando fasi di repressione, arretramento e nuova mobilitazione. Tuttavia, l’eredità del Black Cat Tavern rimase viva come simbolo di un passaggio fondamentale: il momento in cui una parte della comunità smise di accettare il silenzio imposto e cominciò a rivendicare pubblicamente il diritto all’esistenza, alla sicurezza e alla dignità.
Oggi, quegli eventi sono riconosciuti come una tappa essenziale nella storia della liberazione LGBT. Non come un mito fondativo unico e assoluto, ma come uno dei nodi cruciali di un processo lungo, frammentato e complesso, che ha trasformato radicalmente il modo in cui le persone LGBT hanno imparato a pensarsi, a organizzarsi e a lottare per i propri diritti.