mercoledì 21 gennaio 2026

La risata, la fede e il potere: un'indagine su Jorge da Burgos e Guglielmo da Baskerville ne 'Il nome della rosa'


Tra i momenti più densi e iconici de Il nome della rosa di Umberto Eco, il confronto tra Jorge da Burgos e Guglielmo da Baskerville si staglia come uno scontro archetipico tra due visioni del mondo: quella fondata sulla paura, sull’oscurantismo, sulla censura del riso e del sapere, e quella ispirata al dubbio, alla razionalità, all’apertura verso una libertà intellettuale che passa anche attraverso il ridicolo. La scena culminante del romanzo, ambientata nella biblioteca-labirinto, rappresenta non solo un’apoteosi narrativa, ma anche un dispositivo filosofico carico di implicazioni metafisiche e politiche. La domanda che Guglielmo rivolge al vecchio Jorge – “Cosa c’è di inquietante nel fatto che gli uomini possano ridere?” – ottiene una risposta tanto sintetica quanto destabilizzante: “La risata uccide la paura, e senza paura non ci può essere fede. Colui che non teme il diavolo non ha più bisogno di Dio”. Questo saggio si propone di analizzare le implicazioni di tale scambio, ricostruendo il contesto filosofico, storico e teologico in cui si colloca, e discutendo le valenze simboliche della commedia come forma sovversiva di sapere.

Nella trama del romanzo, il secondo libro della Poetica di Aristotele – quello dedicato alla commedia – è l’oggetto del desiderio, il fulcro intorno al quale ruota il mistero. Questo libro, scomparso nella realtà storica, è immaginato da Eco come esistente ma occultato, poiché pericoloso. L’idea che un testo di Aristotele, autorità riconosciuta dalla Chiesa e dai dotti medievali, possa essere portatore di una forma di sapere comico è già, di per sé, destabilizzante. Se il filosofo che ha codificato la tragedia come strumento di catarsi e verità ha anche elaborato una riflessione simmetrica sulla commedia, allora ridere non è più un atto basso, plebeo, ma un’operazione intellettuale.

Jorge da Burgos lo sa bene: non è il contenuto del libro a spaventarlo, ma il fatto che Aristotele, il maestro per eccellenza, vi abbia dato dignità filosofica alla risata. E se la risata diventa pensiero, allora diventa anche critica, sovversione, apertura del senso.

Jorge teme la risata non in quanto semplice fenomeno umano, ma come forma di disinnesco del terrore. La Chiesa medievale si fondava, nella sua componente più autoritaria, sull’infusione della paura come strumento pedagogico e politico: la paura del peccato, del demonio, dell’inferno. In questa struttura, Dio è il garante del giudizio, il sorvegliante supremo del comportamento umano. Il timor Dei è centrale nella teologia scolastica. Ma se l’uomo ride – e ride anche del diavolo – allora il terrore viene smascherato, e con esso l’intero edificio della fede come forma di soggezione.

Jorge lo dice esplicitamente: “La risata uccide la paura”. Non è un’affermazione banale. È una dichiarazione di guerra. La risata, nell’ottica del potere ecclesiastico più retrivo, diventa una minaccia all’intera impalcatura di senso su cui si regge l’ordine sociale. Il potere teme il riso perché è il primo sintomo della liberazione.

Guglielmo da Baskerville, ex inquisitore, è il personaggio che più si avvicina all’uomo moderno: razionale, empirista, ironico. La sua figura si ispira a Guglielmo di Ockham, e porta con sé l’eredità del dubbio metodico. Non crede ciecamente ai dogmi, non teme la verità. Ma soprattutto non teme la risata. Anzi, la riconosce come un atto liberatorio, un antidoto contro la rigidità del pensiero unico.

Quando afferma “Cosa c’è di inquietante nel fatto che gli uomini possano ridere?”, Guglielmo non pone solo una domanda retorica: rivendica il diritto umano a ridere, a sovvertire la gravità delle costruzioni simboliche imposte. Per lui, il sapere non è fatto per custodire la paura, ma per smascherarla.

Umberto Eco, nel costruire il suo romanzo, non compie un’operazione di semplice ricostruzione storica. Il nome della rosa è un testo profondamente allegorico. Jorge da Burgos non è solo il bibliotecario cieco e bigotto: è il simbolo di ogni potere che censura, che teme la conoscenza, che distrugge i testi per mantenere l’ignoranza. Guglielmo, d’altra parte, incarna l’intellettuale che cerca di difendere il sapere, ma è anche consapevole del suo fallimento.

La distruzione finale della biblioteca è una metafora della tragedia della conoscenza: ogni sistema che tenta di conservare tutto rischia di perdere tutto. Ma il gesto estremo di Jorge – avvelenare il libro e poi incendiare la biblioteca – è un atto disperato di chi non può accettare che il sapere venga condiviso liberamente, che la risata possa diventare rivoluzione.

Nella filosofia e nella letteratura occidentale, la tragedia è spesso stata considerata la forma nobile della rappresentazione. Ma la commedia, nella sua capacità di mettere in ridicolo i potenti, di capovolgere le gerarchie, ha un potenziale ben più sovversivo. Eco lo sa, e lo mette in scena nel modo più efficace: non a caso è proprio un libro sulla commedia a essere al centro del mistero.

La commedia è il genere dell’ambiguità, della maschera, dell’eccesso, dell’osceno. E in quanto tale, è pericolosa. Perché svela. Perché non teme di mostrare l’assurdo. E dunque, ridere diventa un atto conoscitivo. Smontare il linguaggio del potere attraverso la parodia è, in fondo, un gesto filosofico.

Ma davvero ridere è incompatibile con la fede? Jorge ne è convinto. Ma Guglielmo, pur non essendo un credente in senso dogmatico, non lo afferma mai. Il suo razionalismo non è cinico. È piuttosto una forma di spiritualità laica. Eco non costruisce un’ideologia alternativa, ma un campo di tensione. Il lettore è chiamato a riflettere sulla possibilità che il riso non distrugga la fede, ma la purifichi: la liberi dal fanatismo, la renda più umana.

La vera minaccia, sembra suggerire Eco, non è la risata, ma l’incapacità di riderne. La fede che non accetta il riso è una fede che ha paura di sé. E una fede che vive nella paura, è fede o è solo superstizione?

Il confronto tra Jorge da Burgos e Guglielmo da Baskerville ne Il nome della rosa è molto più di un dialogo narrativo. È un vero e proprio processo alla cultura, un’interrogazione radicale sul potere del sapere, sulla funzione della paura, sul ruolo della risata. Eco ci mostra che la risata può essere rivoluzionaria, filosofica, terapeutica. Può essere ciò che libera l’uomo dal terrore e gli restituisce la capacità di pensare.

E proprio per questo, quel libro doveva bruciare. Perché nel riso si nasconde il germe dell’anarchia. Ma anche, forse, della salvezza.