"La meccanica", scritto da Carlo Emilio Gadda tra il 1928 e il 1929 e pubblicato postumo nel 1970, non è semplicemente un’opera giovanile incompiuta: è un testo che rifiuta fin dall’origine l’idea stessa di compimento. Non prepara nulla, non introduce nulla con garbo, non promette sviluppi. È già tutto lì, allo scoperto: la frattura, l’insofferenza, la percezione del mondo come sistema ostile. Più che un romanzo, è una zona di attrito, una superficie instabile in cui la scrittura prova a resistere a ciò che la circonda senza riuscire a ordinarsi in una forma pacificata.
Il personaggio che attraversa il testo non va inteso come figura psicologicamente coerente, né come eroe narrativo. È piuttosto un punto di pressione, una coscienza sovraccarica, un io che si incrina sotto il peso delle relazioni e delle strutture sociali. La sua instabilità non è un difetto di costruzione, ma una condizione ontologica. Qui Gadda non racconta un individuo: racconta una tensione, un disagio che non trova collocazione e per questo si irrigidisce, si ripiega, si avvelena.
Il rapporto con la madre non è una semplice componente emotiva, ma un dispositivo. Non affetto, ma sistema di controllo. Non origine rassicurante, ma campo magnetico da cui è impossibile sottrarsi. La madre non è mai davvero presente come persona: è una funzione, una forza che orienta, che condiziona, che impedisce la separazione. L’amore non libera, non trasforma: trattiene. E ciò che dovrebbe costituire il nucleo dell’identità diventa invece il suo principale ostacolo.
Il dolore biografico — la perdita, il lutto, l’esperienza della guerra come trauma mai risolto — non viene elaborato né sublimato. Resta lì, grezzo, operante. Non genera profondità, ma irrigidimento; non produce comprensione, ma ossessione. La coscienza, in questo testo, non è mai uno spazio di chiarimento: è un luogo sovraffollato, saturo, incapace di respirare.
La Brianza industriale entra in scena non come paesaggio, ma come prolungamento materiale di questo stato mentale. Fabbriche, strade, infrastrutture non fanno da sfondo: funzionano come analoghi esterni di una struttura interiore già compromessa. Tutto è ordinato, efficiente, funzionale — e tutto, proprio per questo, è disumano. Non c’è progresso, ma accumulo; non c’è sviluppo, ma compressione. Lo spazio si organizza mentre l’individuo si restringe.
Qui il sapere ingegneristico di Gadda diventa un’arma rivolta contro se stesso. La macchina non è oggetto di fascinazione, ma di sospetto. Conoscerne il funzionamento significa smascherarne la violenza implicita. La razionalità tecnica non corregge il caos: lo rende sistematico. La società appare come un insieme di dispositivi che funzionano perfettamente senza chiedersi a cosa servano, e soprattutto a chi.
"La meccanica", allora, non è un titolo descrittivo, ma accusatorio. Nomina un principio che governa non solo la produzione industriale, ma i rapporti umani, le strutture familiari, i movimenti interiori. Tutto obbedisce a leggi che non prevedono eccezioni. Ogni gesto è reazione, ogni scelta è già determinata. L’individuo non agisce: viene agito. E l’idea stessa di libertà appare come un errore di prospettiva, un mito consolatorio.
In questo quadro, la modernità non è promessa, ma fallimento organizzato. La razionalizzazione non emancipa: normalizza. L’efficienza non migliora la vita: la svuota. Il progresso non apre possibilità: le chiude in forme sempre più sofisticate. Gadda non denuncia la modernità in nome di un passato idealizzato; la smonta dall’interno, mostrando come il suo linguaggio, i suoi strumenti, le sue categorie producano inevitabilmente alienazione.
L’alienazione, qui, non è una condizione sociale astratta, ma un’esperienza concreta, quotidiana, corporea. Il personaggio è alienato perché non riesce a tradurre il proprio disagio in linguaggio condivisibile. Non perché sia incompreso, ma perché il sistema stesso non prevede comprensione. Ogni relazione è filtrata da ruoli, aspettative, funzioni. Anche l’amore materno, che dovrebbe sottrarsi a questa logica, ne è completamente intriso.
La scrittura di Gadda risponde a tutto questo non con ordine, ma con sovraccarico. La lingua si stratifica, si incrina, cambia registro, accumula. Non cerca trasparenza, ma resistenza. Ogni frase sembra opporsi all’idea di una comunicazione fluida, immediata, pacificante. Non c’è neutralità possibile: ogni parola è già presa in un conflitto.
L’incompiutezza dell’opera non è un accidente editoriale, ma una conseguenza necessaria. Un mondo che funziona come una macchina cieca non può produrre narrazioni chiuse, armoniche, risolutive. Il testo si interrompe perché non c’è un punto in cui fermarsi senza mentire. La sospensione diventa l’unica forma onesta.
E qui sta il punto più scomodo. "La meccanica" non è un testo “attuale” nel senso rassicurante del termine. Non anticipa il presente: lo mette sotto accusa. È un libro che continua a infastidire perché rifiuta le narrazioni ottimistiche della complessità, dell’innovazione, della flessibilità. Non offre redenzioni tecnologiche, non concede assoluzioni sociologiche. Mostra, con ostinazione quasi crudele, che un sistema può funzionare perfettamente ed essere, proprio per questo, intollerabile.
Forse è anche per questo che Gadda viene spesso celebrato e raramente davvero letto fino in fondo. Perché "La meccanica", più che spiegare il mondo, lo smaschera. E non chiede al lettore di riconoscersi, ma di sentirsi implicato. Non consola, non educa, non migliora. Disturba. E oggi, in un’epoca che pretende dalla letteratura empatia, fluidità e riconciliazione, questo disturbo è ancora — forse più che mai — imperdonabile.