La scrittura di Alessandra Saugo sembra nascere in un punto preciso: quel luogo interiore dove la lingua smette di essere uno strumento e diventa un sintomo, un impulso, una corrente che attraversa il corpo prima ancora di farsi frase. Ogni sua pagina dà l’impressione di essere stata strappata da un organismo vivo, come se le parole fossero state incise più che scritte. Il lettore non entra in un romanzo: entra in una temperatura, una tensione elettrica, un’accensione improvvisa che non cerca di rassicurare, ma di rivelare. L’esperienza della sua prosa è simile al gesto di appoggiare l’orecchio a una porta dietro la quale qualcuno respira ancora: si sente la vita, ma anche l’ombra del pericolo.
In "Bella pugnalata", questa energia appare in forma quasi selvaggia, come se l’autrice avesse scelto di non limare nulla, di non riparare nemmeno una crepa. La scrittura procede per fratture, come se la pagina avesse perso l’idea stessa di linearità e si affidasse piuttosto a un ritmo interno, irregolare, simile a un cuore che accelera e rallenta senza preavviso. Il dolore non è mai raccontato in maniera melodrammatica: è mostrato nella sua crudezza essenziale, senza metafore che addolciscano o ammorbidiscano. Le figure sembrano più ombre che personaggi, attraversano la pagina con una delicatezza sfregiata, come se fossero fatte della stessa materia fragile della memoria. Non c’è compiacimento, non c’è estetizzazione della sofferenza: c’è una sincerità che ferisce proprio perché non chiede permesso.
Quando Saugo approda a "Metapsicologia rosa", la sua lingua compie una mutazione affascinante. Se nel primo libro era la ferita a guidare la frase, qui è la coscienza della ferita a diventare protagonista. Non c’è un io che piange, ma un io che analizza, che sonda, che scompone. È come se l’autrice avesse preso posto sulla poltrona dell’analista e insieme su quella dell’analizzata, in un gioco di specchi che rende la scrittura tanto più viva quanto più è spietata. Ogni pagina sembra scandagliata da una mente che non ha paura di guardarsi attraverso, che sa che la psicologia non è una scienza neutra ma un luogo dove il corpo viene continuamente rinegoziato. La lingua è asciutta, precisa, a volte durissima, eppure dentro quella durezza si percepisce una forma di pietà che non vuole essere tenera ma lucida. Saugo sembra chiedersi come si faccia a vivere dentro un corpo che non risponde più alle narrazioni sociali, che non accetta la misura della normalità, che si rifiuta di essere un’immagine. Questa domanda non viene risolta: viene abitata.
Con "Come una santa nuda", la scrittura entra in una zona ancora più vertiginosa, dove ogni frase sembra scritta sapendo che il tempo a disposizione sta diminuendo. È un libro che vibra di urgenza, di respiro corto, di verità dette senza più alcun filtro. Qui la nudità non è metafora: è un modo di stare al mondo mentre il mondo si ritrae. I rapporti con le figlie, il legame con il compagno, la malattia, le conversazioni spezzate, i pensieri che tornano come ossessioni: tutto entra nel linguaggio non come contenuto, ma come materia infiammata. La prosa si fa porosa, febbrile, a tratti quasi poetica. C’è un gesto di consegna, come se l’autrice stesse affidando le ultime parole possibili a una pagina che deve sostenerle anche quando lei non potrà più farlo. Il lettore diventa testimone, non spettatore. La malattia non viene trasfigurata né estetizzata: rimane un fatto, una presenza che contamina la lingua e la costringe a nuove forme. Leggere questo libro significa sostare in uno spazio in cui la vulnerabilità si fa nodo, si fa destino, si fa canto rovesciato.
"La custodia dell’angelo" prosegue questo gesto di esposizione, ma lo fa con una tonalità differente, come se la scrittura avesse deciso di abbandonare la durezza dei libri precedenti per assumere una forma più spirituale, pur restando rigorosa. L’angelo che il titolo evoca è una figura difficilissima da catturare: non è un simbolo religioso, non è un’entità consolatoria, è un frammento di innocenza che sopravvive nonostante tutto e che tuttavia rischia continuamente di dissolversi. La lingua diventa più lirica, più stratificata; la pagina si apre a momenti in cui la prosa sfuma nella poesia, e poi di colpo si richiude in un gesto più narrativo, come un respiro che alterna fasi di apertura e di sforzo. È un libro che parla di cura e di perdita, di memoria e di fallimento, ma lo fa senza mai cadere nella retorica. L’autrice sembra voler proteggere qualcosa che sa di non poter salvare fino in fondo. E proprio da questo impossibile nasce la sua intensità.
Guardando il percorso nel suo insieme, la scrittura di Alessandra Saugo appare come un movimento costante verso un grado di verità sempre più radicale, sempre più spogliato, sempre più intollerabile e proprio per questo necessario. Non c’è evoluzione tradizionale: c’è una progressiva riduzione all’osso, una sottrazione continua, come se la lingua dovesse liberarsi di tutto ciò che è superfluo per poter arrivare alla sua essenza. Nei suoi libri non troviamo mai un racconto che si accontenti di essere storia; troviamo una lingua che vuole diventare esperienza. Ogni parola è scelta come si scelgono le ultime cose prima di un viaggio irreversibile. Ogni pausa è una ferita. Ogni immagine ha il peso di ciò che non può più essere taciuto.
Saugo non scrive per costruire mondi, ma per attraversare ciò che resta di un mondo dopo che è stato ferito. La sua voce è queer nel senso più alto del termine: non perché parli di identità marginali, ma perché rifiuta la norma della narrazione, la sicurezza del romanzo tradizionale, la consolazione del senso. La sua opera è una devianza felice, un gesto di libertà assoluta dentro una forma che accetta il rischio della rottura.
E forse è proprio questo che rende la sua scrittura così necessaria: il fatto che non cerchi di piacere, non cerchi di spiegare, non cerchi di ordinare. Cerca solo di essere vera. E la verità, quando è detta senza protezione, fa paura ma illumina. I suoi libri restano lì, come oggetti taglienti, come reliquie che non vogliono essere santificate. Chi li apre deve sapere che ne uscirà diverso, un po’ scosso, un po’ più vivo. Perché quella lingua, una volta entrata, non se ne va più.