sabato 10 gennaio 2026

Lazarus e Blackstar: il testamento artistico di David Bowie tra morte e rinascita


La fotografia di David Bowie durante le prove di Lazarus nel 2015, scattata da Jan Versweyveld, è molto più di un semplice scatto. Cattura un momento di profonda introspezione e vulnerabilità in un periodo cruciale della vita dell’artista, proprio quando il suo corpo e la sua salute fisica cominciavano a declinare, ma la sua mente e la sua arte rimanevano incredibilmente vive e potenti. L’immagine, che lo mostra pensieroso, quasi distaccato dal resto del mondo, sembra incapsulare non solo lo stato di salute di Bowie, ma anche la sua condizione esistenziale, riflessiva, come se fosse consapevole che stava per chiudere un capitolo definitivo della sua carriera e della sua vita. Bowie, in quest’ultimo periodo della sua esistenza, stava scrivendo il suo testamento artistico, e Lazarus e Blackstar sono stati i suoi addii, ma anche la sua più alta forma di resistenza contro l’oblio, un’arte che si rinnova anche nell’affrontare il mistero e la certezza della morte.

Il 2015 è stato un anno estremamente significativo per Bowie, un anno che ha visto il culmine di un'intera carriera, segnata dalla sua esplorazione incessante di temi come la morte, la rinascita e la lotta per l'identità. Lazarus, che ha debuttato a dicembre 2015 a New York, è stato il suo ultimo progetto teatrale, co-scritto insieme al drammaturgo irlandese Enda Walsh. Un’opera che non si limita a essere un musical, ma che diventa una riflessione più ampia sulla condizione umana, sull’alienazione, sull’esistenza e la ricerca del senso, temi che hanno caratterizzato la carriera musicale di Bowie sin dai suoi esordi. È interessante notare che Lazarus non è solo il titolo di un’opera teatrale, ma anche una metafora potente e inquietante del ritorno alla vita che il protagonista, Thomas Newton, sta cercando. Newton, come il Bowie che lo interpretava, è un personaggio che, pur essendo ormai segnato dalla vita, sembra incapace di arrendersi alla sua fine. Eppure, più che una risurrezione miracolosa, il suo è un ritorno che rispecchia la consapevolezza della morte imminente, che nonostante tutto è affrontata con dignità e introspezione.

Il personaggio di Newton, interpretato da Bowie, è la riproposizione di un tema centrale nella carriera del musicista: l'alienazione. Sin dai suoi primi lavori, come con Ziggy Stardust, e successivamente con The Man Who Fell to Earth nel 1976, Bowie aveva esplorato il concetto di essere un outsider, un essere che non si riconosce nella realtà che lo circonda. Newton, come il Bowie di Lazarus, è l'estraneo, l’alieno che non può adattarsi alla Terra, ma che, nonostante tutto, lotta per trovarvi un posto. Quella lotta per l’integrazione, per un senso di appartenenza, è il cuore pulsante di Lazarus, un’opera che sembra rivolgersi al pubblico in modo profondo e personale, chiedendo loro di confrontarsi con le proprie paure, con la propria mortalità, con l’incertezza che pervade ogni vita. Il fatto che Bowie scelga di rivisitare questo personaggio in un momento così delicato della sua vita è significativo: rappresenta un atto di consapevolezza, di rivisitazione di temi che erano sempre stati centrali per lui, ma con un'intensità e una profondità che non avevano precedenti.

Il titolo stesso di Lazarus, che rimanda alla figura biblica che risorge dai morti, suggerisce un doppio significato: la speranza di una rinascita, ma anche il consapevole incontro con la fine. Nella sua versione, tuttavia, la risurrezione non è un miracolo, ma un processo doloroso, un viaggio che porta al confronto con l’ineluttabilità della morte. Per Bowie, la morte era diventata una presenza costante nella sua arte, e Lazarus non è solo un musical sulla morte, ma un invito a viverla, ad affrontarla con coraggio, ma anche con un senso di accettazione. Il fatto che quest’opera sia stata portata in scena mentre Bowie stesso stava combattendo la sua battaglia contro il cancro conferisce alla sua narrazione una carica emotiva straordinaria. L’opera non è solo una riflessione sulla morte, ma un atto di resistenza alla morte, un affermare che, pur nel dolore e nella sofferenza, la vita e l’arte possono ancora emergere, trasformarsi, e, in un certo senso, rinascere.

Nel musical, le canzoni di Blackstar, l’album che Bowie aveva pubblicato solo pochi giorni prima della sua morte, assumono un significato ancora più profondo. Blackstar è un disco intriso di temi legati alla morte, ma anche alla trasformazione e al superamento del limite. Le canzoni sono una riflessione sullo spirito umano di fronte alla fine, ma anche una celebrazione della capacità dell’arte di oltrepassare i confini fisici e di vivere oltre la morte stessa. Lazarus, in particolare, diventa il manifesto di questa visione, con le parole che sembrano suggerire una continuazione, una comunicazione con il pubblico oltre il velo della morte. La canzone "Lazarus", con la frase “Look up here, I'm in heaven”, sembra anticipare il suo addio, ma anche la sua persistenza nell’immaginario collettivo. Bowie, con la sua morte imminente, sembrava voler dire che, nonostante tutto, la sua arte sarebbe sopravvissuta.

La morte di Bowie ha rappresentato non solo la fine di una carriera, ma la fine di un’intera era culturale, un’epoca che lo aveva visto protagonista assoluto. Bowie non è stato solo un musicista, ma un simbolo di trasformazione, di continuo superamento dei limiti imposti dalla società e dalla cultura. La sua capacità di reinventarsi e di sfidare le convenzioni ha fatto di lui una delle figure più influenti della musica e della cultura popolare del XX secolo. Ogni sua reinvenzione, ogni suo album, ogni sua performance era un invito a guardare oltre, a sfidare le convenzioni e a superare le barriere, non solo musicali ma anche culturali, sessuali e sociali. Con Lazarus e Blackstar, Bowie ha messo in scena la sua ultima, grande reinvenzione. Un’artista che aveva sempre esplorato la dimensione del possibile e dell’impossibile, ha affrontato il limite estremo della vita e della morte, e ha trasformato questa esperienza in arte. La sua morte non è stata un momento di fine, ma l’inizio di una nuova fase dell’immortalità artistica.

La fotografia delle prove di Lazarus, che immortala un Bowie che guarda lontano, riflessivo e forse consapevole della sua fine, è una testimonianza del suo spirito di resistenza. Quell’immagine non è solo un ricordo di un grande artista, ma un simbolo della sua continua ricerca, della sua incessante spinta verso la creazione, della sua volontà di lasciare una traccia indelebile. Bowie, con la sua morte, ha reso omaggio all’arte come qualcosa che non muore mai, che si trasforma e che vive nei cuori di chi ha avuto la fortuna di incontrarla. La sua eredità, attraverso Lazarus e Blackstar, è la prova che la morte non è mai davvero la fine, ma semplicemente il passo finale verso una nuova forma di esistenza, quella che l’arte stessa ci regala, eterna e sempre nuova.