I morti sono guariti da questa assurda malattia di vivere, guariti non perché abbiano trovato una risposta, una soluzione, una verità finalmente pronunciabile, ma perché la domanda stessa si è spenta insieme al bisogno di formularla, perché il tempo, che per noi è una ferita che non smette di riaprirsi, per loro ha cessato di esigere attraversamenti, giustificazioni, soste obbligate; sono guariti dal peso dei giorni che si ripetono senza tregua, giorni che per noi si accumulano come detriti emotivi, come residui di tentativi falliti, giorni che promettono e sottraggono, che iniziano sempre con una possibilità e finiscono quasi sempre con una rinuncia, e dalle notti che sanno di rimpianto, non come evento eccezionale ma come condizione cronica, come tonalità di fondo dell’esistere, notti in cui il pensiero diventa viscoso, si attorciglia su ciò che non è stato detto, su ciò che avrebbe potuto essere fatto e non è stato, su ciò che non potrà più essere recuperato, e dalle stagioni che si rincorrono senza lasciarci il tempo di comprenderle, perché mentre una fiorisce già l’altra si prepara a morire, e noi restiamo sempre in mezzo, sempre fuori sincrono, sempre costretti a cambiare pelle prima ancora di aver capito quale stavamo indossando.
I morti non hanno più bisogno di chiedere scusa, perché la colpa, che per i vivi è una postura permanente, una curvatura interiore, per loro si è sciolta insieme all’obbligo di essere presenti, coerenti, spiegabili; non devono più spiegare le loro assenze, che ora sono assolute e quindi finalmente innocenti, non più interpretabili come rifiuto, come mancanza d’amore, come tradimento del patto implicito che ogni relazione viva porta con sé; non conoscono più il battito d’ansia che precede un addio, quel momento sospeso in cui il corpo sa già ciò che la mente tenta ancora di negare, né la dolce condanna di un amore che si consuma mentre ancora ci abita, quell’amore che promette riparo e invece espone, che chiede dedizione e restituisce inquietudine, che si offre come salvezza e si rivela dipendenza.
I morti non lottano per un posto al sole, non competono, non si misurano, non devono più dimostrare nulla, né a un altro né a se stessi; non temono di perdere ciò che non possono più stringere, perché il gesto stesso del trattenere, che per i vivi è una seconda natura, una risposta automatica alla paura della dissoluzione, per loro non ha più senso, non ha più funzione, non ha più urgenza. Sono guariti perché non cercano più risposte, perché la risposta, che per noi è sempre provvisoria, sempre insufficiente, sempre rimandata, per loro è diventata superflua; non ascoltano il silenzio pesante delle parole non dette, quel silenzio che per i vivi pesa più di qualsiasi parola pronunciata, perché nei morti il silenzio non è più mancanza ma condizione neutra; non inseguono la felicità come un’ombra che sfugge sempre un passo più avanti, come una promessa che si ritira proprio mentre sembra concedersi, perché la felicità, per loro, ha cessato di essere una categoria, un obiettivo, una minaccia.
E mentre loro riposano, non in un luogo, non in un altrove consolatorio, ma in una sospensione radicale della necessità di senso, noi restiamo qui, inchiodati a un’esistenza che chiede continuamente di essere spiegata, difesa, giustificata, a cercare il senso di una malattia che, per quanto assurda, ci tiene attaccati alla fragile bellezza del vivere, a quella bellezza che esiste solo perché può essere perduta, solo perché è esposta, solo perché non è garantita.
Eppure proprio in questa guarigione dei morti si annida qualcosa che ci inquieta, qualcosa che ci lascia scoperti, come se il loro sollievo fosse stato ottenuto al prezzo della nostra condanna a restare, a continuare, a portare avanti l’assurdità della vita anche quando appare insostenibile; i morti ci guardano da lontano, ma senza giudizio, non con la severità di chi ha capito più di noi, né con la nostalgia di chi rimpiange ciò che ha lasciato, ma con una distanza che è insieme liberazione e disinteresse, come spettatori silenziosi di uno spettacolo che non sentono più il bisogno di interpretare, perché hanno smesso di identificarsi con i ruoli, con le maschere, con le parti assegnate.
Noi invece restiamo qui a recitare il copione della sopravvivenza, inciampando nelle stesse battute, ripetendo gli stessi errori con l’illusione di renderli nuovi, improvvisando felicità che si sfaldano all’alba, costruendo interi sistemi emotivi su fondamenta che sappiamo fragili ma che fingiamo solide per poterci camminare sopra ancora un po’. Vivere diventa allora un esercizio di resistenza, una forma di ostinazione che non sempre sappiamo spiegare, ma che continuiamo a praticare come si pratica un rito appreso troppo presto per poterlo abbandonare senza paura.
Forse i morti, nella loro quiete, ci invidiano appena – o almeno così ci piace pensare, perché l’idea di essere completamente privi di ciò che loro hanno perso renderebbe intollerabile la loro pace – per quei piccoli sussulti che ancora ci tengono in piedi: una risata improvvisa che irrompe senza preavviso, il calore di una mano che ci sfiora e per un istante sospende il tempo, il vento che ci scompiglia i pensieri e ci restituisce un corpo, un peso, una presenza. Loro sono guariti, sì, ma noi siamo ancora vivi, e nella malattia del vivere ci aggrappiamo alle sue vertigini, alle sue ferite, come se ogni battito in più fosse una minuscola vittoria contro il nulla, come se ogni dolore fosse la prova che qualcosa, in noi, non ha ancora smesso di reagire.
E così continuiamo a camminare, con i morti che ci seguono come ombre leggere, non minacciose, non opprimenti, ma costanti, ombre che non ci precedono e non ci inseguono, ma camminano accanto a noi, ricordandoci che anche questa assurda malattia è la nostra unica possibilità di sentirci parte di qualcosa che somiglia, almeno vagamente, all’eternità, non un’eternità assoluta, ma un’eternità minima, fatta di ripetizioni, di gesti tramandati, di parole che tornano.
E mentre camminiamo ci accorgiamo che i morti non ci lasciano mai davvero, che sono nelle crepe dei muri che abbiamo smesso di guardare, nelle fotografie che fingiamo di non notare, nelle stanze che conservano ancora il loro odore, così sottile da sembrare un inganno della memoria, e proprio per questo tanto più persistente; a volte ci sembra persino di sentirli respirare piano, come per non disturbarci, o di intravedere la loro sagoma nei riflessi di una finestra, sospesa tra il mondo che abitiamo e quello che li ha guariti.
Forse continuano a parlarci con la voce delle cose che non sanno morire: i libri lasciati aperti, le piante che crescono indifferenti all’assenza, le abitudini che abbiamo ereditato senza volerlo, e allora ci sorprendiamo a fare un gesto, una sera qualunque, e a riconoscere in quell’istante il riflesso di chi non c’è più, come se il corpo, prima della mente, custodisse una memoria più profonda.
E così scopriamo che il confine tra la vita e la morte è meno netto di quanto crediamo, che ogni addio lascia una scia che non si dissolve, che i morti ci abitano come case che non chiudono mai del tutto la porta, come voci che continuano a sussurrare anche quando pensiamo di non ascoltare più, e noi, inconsapevolmente, diventiamo i custodi di quei sussurri, camminando con le tasche piene di assenze che pesano come gioielli, luminose e discrete, capaci di ferirci e sostenerci insieme.
A volte ci chiediamo se siamo noi a portare i morti o se sono loro a sostenere noi, con una presenza lieve ma ostinata, che ci ricorda che il dolore si assottiglia ma non scompare, e forse è proprio questo il loro dono: non lasciarci mai davvero soli. Così impariamo a convivere con la loro guarigione, a parlare con loro nei momenti più impensati, a sentirne le risposte nel fruscio delle tende, nel cigolio di una sedia vuota, nel battito irregolare del nostro cuore, mentre continuiamo a vivere questa malattia che ci consuma e ci nutre, fino a capire che vivere è un lungo addestramento alla perdita, una danza sbilenca tra presenza e assenza, tra il restare e l’andarsene.
E mentre danziamo, i morti ci osservano in silenzio, sapendo che un giorno anche noi guariremo, ma fino ad allora continueremo a danzare con le loro ombre, felici di sentirci ancora un po’ malati, ancora un po’ vivi.