Quando lessi per la prima volta quella frase – “Poiché l’oggetto intrinseco della letteratura è la conoscenza dell’essere umano…” – fui colpito come da un lampo, ma non un lampo che illumina: uno che lascia zone d’ombra ancora più dense. Era come se Tabucchi, con la naturalezza del suo stile insinuante, stesse toccando qualcosa che io avevo sempre pensato in modo confuso, ma che lì prendeva forma: che la letteratura non è solo un luogo dove si fabbricano storie, ma un punto d’osservazione radicale sull’umano. Forse il più radicale.
Mi dissi: ha ragione. Se davvero vogliamo capire l’essere umano, non basta osservarlo in laboratorio, né psicanalizzarlo sul lettino, né tantomeno giudicarlo da una cattedra. Bisogna vederlo dove cade, dove mente, dove uccide, dove piange, dove tace: nelle aule dei tribunali. E allo stesso tempo, chi meglio di uno scrittore è allenato a cogliere le sfumature, i non detti, le maschere? Tabucchi lo sa, e per questo immagina, con quella dolce ferocia che lo contraddistingue, uno scrittore seduto tra i giurati — per riflettere di più.
Quando ho letto La testa perduta di Damasceno Monteiro, ho avuto la sensazione di camminare su una frontiera: tra la cronaca e la coscienza, tra la giustizia e la sua parodia. Lì dentro, tutto è reale e tutto è simbolico. La testa decapitata che dà il titolo al romanzo è il segno più crudo della violenza, ma anche il simbolo della disumanizzazione. E Tabucchi non cerca redenzione: cerca verità. Non la verità che si scrive con la “v” maiuscola, ma quella che si cerca nei dettagli, negli interstizi, in ciò che sfugge. La verità letteraria, che è sempre parziale, sempre inquieta, sempre plurale.
Il personaggio dell’avvocato Loton è diventato per me una figura indimenticabile. Non solo per la sua intelligenza anticonformista, ma perché parla da un luogo laterale. Non rappresenta la legge, ma la coscienza. E ogni volta che apre bocca — e la apre per destabilizzare, per ridicolizzare, per interrogare — sembra che sia Tabucchi stesso a prendere la parola. Quando Loton dice che ci dovrebbe essere uno scrittore tra i giurati, non sta scherzando: sta proponendo una rivoluzione. Sta dicendo che la giustizia ha bisogno di chi sa che ogni essere umano è un mistero, anche il più colpevole.
E allora mi sono chiesto: che cosa cambierebbe davvero se, accanto a giudici e avvocati, sedesse un narratore? Forse niente, forse tutto. Forse le sentenze non cambierebbero, ma cambierebbe il modo in cui si arriva a pronunciarle. Cambierebbe il peso con cui vengono dette, la qualità del silenzio che le precede.
Perché uno scrittore sa che ogni parola può contenere un abisso. E che dietro ogni imputato c’è una storia che non assolve, ma che almeno spiega. E spiegare, in certi casi, è già una forma di giustizia.
Io credo profondamente che Tabucchi abbia scritto La testa perduta di Damasceno Monteiro non solo per denunciare un crimine, ma per mettere in crisi l’idea stessa di giustizia come meccanismo. L’ha fatto con la grazia ambigua che gli era propria, con quella scrittura sottile che sembra non gridare mai, ma che si insinua e non ti lascia in pace. La letteratura, per lui, è una forma di vigilanza. È un osservatorio mobile che non smette mai di guardare. E anche quando tace, giudica.
Quando penso a quella frase di Tabucchi, mi accorgo che non mi ha mai lasciato davvero. Torna a farmi visita nei momenti più imprevisti: ogni volta che leggo una sentenza, ogni volta che vedo ridotto un essere umano a colpevole o innocente, come se la complessità potesse davvero risolversi in un verdetto. Non ci credo. E credo che nemmeno Tabucchi ci credesse. Forse per questo ha immaginato lì, tra i giurati, la figura silenziosa di uno scrittore. Non un tecnico, non un oratore, ma qualcuno che porta con sé la memoria dei dettagli, degli inciampi, degli abissi.
Lo scrittore che lui convoca nel tribunale non è un giudice in incognito. È un perturbatore. Una presenza dissonante. Non parla per semplificare, ma per complicare. Per ricordare che dietro ogni reato c’è una storia. E che ogni storia ha le sue crepe, le sue ferite, i suoi fantasmi. Non è lì per difendere né per accusare. Ma per far sentire che qualcosa manca sempre, che c’è un resto che il codice non contempla, che nessuna sentenza potrà mai colmare.
Mi rendo conto anche di quanto questa proposta, che può sembrare stravagante, sia in realtà profondamente politica. Democratica, nel senso più serio del termine. Perché immaginare uno scrittore nel cuore della giustizia significa accettare che la verità non è mai tutta da una parte sola. Significa offrire al processo la possibilità di essere attraversato dallo sguardo di chi ha come mestiere l’inquietudine. Di chi ascolta anche quando non c’è niente da dire. Di chi sa che nessuna parola è innocente.
E poi penso ai nostri tempi, a quanto sia diventato facile giudicare, liquidare, gridare colpe e sentenze senza conoscere nulla. Un processo oggi si consuma in poche ore su uno schermo, senza contraddittorio, senza memoria. Lo scrittore, se ci fosse, sarebbe l’unico a rallentare. L’unico a domandare: cosa non sappiamo? Cosa ci sfugge? Che cosa non si può dire, ma pesa lo stesso?
Mi è chiaro che Tabucchi non offre una soluzione. Non pretende di riformare il diritto con la poesia. Quello che fa è aprire uno spazio, anche piccolo, dentro cui la giustizia possa tornare a essere un gesto umano. Un gesto fragile, imperfetto, ma consapevole della propria imperfezione. E allora capisco che non sta parlando solo di tribunali. Sta parlando di noi. Di come scegliamo di guardare l’altro. Di quanto siamo disposti a sospendere il giudizio per ascoltare davvero.
Sì, la letteratura non assolve. Ma sa guardare. E se anche solo per questo potesse stare lì, a vegliare tra i giurati, forse qualcosa cambierebbe. Forse giudicheremmo con più esitazione. Forse saremmo un po’ meno ciechi.
Oggi più che mai la figura dello scrittore-giurato appare paradossale. In un tempo in cui la giustizia è burocratizzata, e la narrazione pubblica è colonizzata da algoritmi, la presenza di uno sguardo letterario dentro il cuore del giudizio sembra anacronistica. Eppure, proprio per questo, essenziale.
Lo scrittore, se accettasse quel ruolo, non porterebbe solo la propria sensibilità, ma anche la consapevolezza dei limiti del linguaggio. Di come le parole si deformano, si consumano, o vengono usate per nascondere. Porterebbe in aula il dubbio, la memoria, e soprattutto quella forma rara di compassione che nasce non dall’innocenza, ma dalla conoscenza della colpa.
In un’aula di tribunale, oggi, lo scrittore potrebbe farsi carico di ciò che il diritto, per sua natura, non può considerare: il contesto umano. Non per giustificare, ma per comprendere. Non per decidere, ma per ricordare che ogni decisione comporta una perdita, un’eccedenza, un residuo di mistero.
E a ben vedere, ci sono stati scrittori che hanno abitato quella soglia.
Albert Camus, per esempio. Non ha mai fatto parte di una giuria, ma ha passato la vita a interrogarsi sul rapporto tra giustizia e assurdo. Lo straniero è proprio il romanzo di un processo — o meglio, della sproporzione tra la macchina giudiziaria e la solitudine di un individuo che non aderisce alle regole emotive e morali della società. Camus sapeva che il diritto non basta, se non è accompagnato da una riflessione sul senso. E che spesso la condanna nasce più da un’incomprensione che da un reato.
Poi c’è Primo Levi, forse la figura più vicina a ciò che intendo. Non solo testimone, ma analista. Non solo sopravvissuto, ma osservatore morale. In I sommersi e i salvati, Levi diventa il giurato ideale: non quello che emette sentenze, ma quello che si interroga senza sosta sulla natura della colpa, della responsabilità, della zona grigia. La sua scrittura giudica, sì, ma lo fa in modo spietatamente onesto, sempre consapevole che il male non è mai puro, e che ogni processo è anche un processo alla memoria.
Hannah Arendt, pur non essendo una scrittrice di romanzi, ha incarnato la figura dell’intellettuale-giurato. Lo si è visto nel modo in cui ha seguito il processo Eichmann: seduta in aula, come una giurata silenziosa che annota, ascolta, riflette. Il suo concetto di banalità del male è nato lì, in mezzo ai codici, agli atti, alle testimonianze. Non ha assolto. Non ha condannato in modo facile. Ha osservato. E ha scritto. Con quella freddezza limpida che è il contrario della superficialità.
Più vicino a noi, penso a J.M. Coetzee. I suoi romanzi sono tribunali interiori. In Vergogna, per esempio, tutto ruota intorno alla colpa, al giudizio pubblico, alla possibilità o impossibilità di redenzione. Il protagonista è un docente caduto in disgrazia, ma ciò che interessa a Coetzee non è se sia “colpevole” nel senso giudiziario: interessa ciò che il processo non vede, ciò che la comunità non sa dire quando si tratta di punire. Coetzee è uno scrittore che si comporta sempre da giurato: non emette mai un verdetto, ma ti obbliga a sederti accanto a lui, a guardare senza alzarti.
E ancora penso a Annie Ernaux, che nei suoi testi autobiografici porta in tribunale se stessa, senza sconti. Anche lei è una scrittrice-giurata: della propria storia, del proprio tempo. Il suo linguaggio asciutto, quasi notarle, è un modo per restituire dignità e verità a eventi minimi, spesso taciuti. Il suo sguardo è insieme esatto e compassionevole — due qualità che ogni giudizio dovrebbe possedere, ma raramente possiede.
Allora, oggi, uno scrittore-giurato sarebbe questo: uno che si rifiuta di accettare la prima versione dei fatti. Uno che ascolta anche quando tutto invita a chiudere il caso. Uno che non ha paura della complessità. Non per passione del romanzesco, ma per fedeltà all’umano.
E in un tempo come il nostro, in cui il diritto è spesso sostituito dal giustizialismo mediatico, o dalla retorica della sicurezza, la sua presenza non sarebbe un lusso. Sarebbe una necessità.
Mi piace immaginare che in un processo realmente accaduto — in uno di quelli che cambiano il volto di un’epoca — ci sia stato da qualche parte, seduto in silenzio, uno scrittore. Che ha visto ciò che altri non potevano vedere. E che ha taciuto per il tempo necessario. Per poi, un giorno, raccontarlo. Con giustizia. Non quella del codice. Ma quella delle parole che non cercano potere. Solo verità.
Alla fine, la proposta di Tabucchi — quella di mettere uno scrittore tra i giurati — non è una provocazione estetica né un vezzo intellettuale, ma un gesto profondamente politico, etico e umano. Non chiede una nuova funzione per lo scrittore, ma ne rivendica una antichissima, rimossa, repressa: quella dell’interprete della coscienza collettiva. Lo scrittore come testimone, come sentinella, come presenza che non dimentica, che tiene conto di ciò che sfugge ai registri e ai protocolli, di ciò che si muove sotto la pelle della legge.
Nel processo, quando la legge si fa carne, quando le biografie si scontrano con le istituzioni e la colpa viene nominata, pesata, tradotta in condanna o assoluzione, lo scrittore può — anzi deve — portare ciò che manca: la risonanza del non detto, la vertigine della complessità, la tensione dell’ambiguità. Non per assolvere, né per mitigare, ma per rendere il giudizio un atto realmente umano, attraversato dalla fragilità, dalla memoria, dalla possibilità del dubbio. Perché dove non c’è dubbio, non c’è giustizia. C’è solo la sua caricatura, la sua maschera più crudele.
E allora penso a figure reali: a Leonardo Sciascia, che nella vicenda del “caso Moro” volle inserirsi come scrittore ma anche come cittadino, come mente non conforme; o a Roberto Saviano, che da anni vive sotto scorta per aver pronunciato una verità che i tribunali faticavano a riconoscere; o ancora a Annie Ernaux, che nel suo sguardo crudo e personale ha saputo processare, senza divise, i dispositivi del potere, della classe, del patriarcato. Non sono giurati nel senso tecnico, ma giurati morali, giurati laterali, in dialogo e in attrito con la giustizia ufficiale. Portano il racconto dentro il rito della giurisdizione. Rompono l’incantesimo della neutralità.
Lo scrittore non è l’arbitro. È il perturbatore. È colui che si fa carico di ciò che disturba, che eccede, che infetta il racconto pulito. Colui che, come direbbe Pasolini, «vede ciò che altri non vogliono vedere». Non necessariamente più giusto, ma più esposto. Non al di sopra, ma dentro: dentro la materia umana, dentro il conflitto, dentro la responsabilità della parola. A volte, semplicemente, è colui che ha imparato a tacere nel momento in cui il silenzio è più eloquente di mille frasi rituali.
Allora sì, io continuo a credere — con sempre maggiore urgenza — che in ogni giuria dovrebbe esserci uno scrittore. Non per rappresentare la cultura, ma per rappresentare l’incertezza. Non per scrivere una sentenza migliore, ma per ricordare che nessuna sentenza basta a contenere il mistero di una vita. Anche uno solo, anche uno che non scrive più, ma che ha imparato a guardare in profondità. A portare nella sala del giudizio non la retorica del perdono, ma la nudità della verità. Una verità che non consola, che non riscatta, ma che almeno dice: “io ho visto, io ho ascoltato, io non ho chiuso gli occhi”.
Perché in fondo, l’unico vero compito della letteratura — il suo compito insostituibile — è quello di mantenere viva una domanda: chi siamo, davvero, quando ci troviamo di fronte all’altro, al colpevole, al diverso, al mostro? E chi potremmo essere, se cominciassimo a giudicare non solo con la legge, ma anche con la consapevolezza delle nostre stesse ombre?
Lo scrittore-giurato serve a questo. A farci ricordare che non esiste giustizia senza immaginazione, e che ogni sentenza è, prima ancora che un verdetto, una forma di narrazione. E che se non interroghiamo le narrazioni che ci abitano, finiremo per giudicare non secondo giustizia, ma secondo abitudine. O paura.
Ed è proprio lì, nel momento in cui tutto sembra chiaro, netto, definitivo, che lo scrittore alza gli occhi, e ci obbliga a guardare di nuovo. A chiederci: siamo sicuri? Siamo giusti? O stiamo solo cercando un colpevole per placare il nostro stesso disordine?
Io non ho risposte. Ma so che qualcuno deve continuare a fare le domande. Anche in aula. Anche sotto giuramento. Anche — e soprattutto — quando è troppo tardi.
Ma ora, ogni volta che penso a un’aula di tribunale — o anche solo quando leggo un articolo di cronaca giudiziaria — mi domando: dov’è lo scrittore? Perché non c’è? Perché non lo ascoltiamo? Non per abbellire il processo, ma per scomporlo, per decifrarlo, per ricordarci che l’umano non è mai lineare, mai giusto del tutto, mai del tutto sbagliato. È, semplicemente, ciò che la letteratura cerca da sempre di raccontare.
E forse sì, se ci fosse uno scrittore tra i giurati, io mi sentirei meno solo. E più disposto a riflettere. Di più, davvero.