sabato 3 gennaio 2026

Il desiderio catturato. Su «L’invenzione del diverso» di Silvia De Laude tra Pasolini e Mieli


Nel suo saggio "L’invenzione del diverso", Silvia De Laude compie un’operazione rischiosa e necessaria: affianca i testi postumi di Pier Paolo Pasolini e Mario Mieli non per cercarne una facile parentela ideologica, ma per far esplodere lo spazio tragico che li accomuna. Non un confronto pacificato, non una genealogia rassicurante, bensì una collisione. Il suo libro si muove esattamente su quella faglia: il punto in cui il desiderio smette di essere promessa e diventa ferita, in cui la liberazione si scopre fragile, reversibile, vulnerabile all’assorbimento sistemico.

Il titolo è già una dichiarazione di poetica. Il “diverso” non è dato, non è un’essenza stabile, non è un luogo naturalmente antagonista. Il diverso viene inventato, costruito, prodotto dentro un regime storico, linguistico, politico. E questa invenzione può essere tanto uno strumento di sovversione quanto un dispositivo di cattura. Tutto il libro ruota attorno a questa ambivalenza spaventosa: ciò che nasce per opporsi può diventare, nello stesso gesto, materiale per una nuova normalizzazione.

La De Laude sceglie di entrare in questo campo minato partendo non dai testi “eroici” ma da quelli ultimi, irrisolti, lasciati come appunti, detriti, residui. È una scelta che sposta subito il baricentro etico dell’analisi. Non ci troviamo davanti a due figure congelate nella loro stagione più luminosa, ma a due voci che parlano quando la fiducia si è già incrinata, quando l’utopia ha già mostrato le sue crepe. Qui il pensiero non fonda, vacilla. E proprio in questo vacillare si fa più vero.

Nello scrittore friulano, il tema della mutazione antropologica diventa una diagnosi totale. Non è più soltanto una trasformazione dei costumi, ma una nuova fabbrica dell’umano. I corpi, i desideri, il linguaggio, perfino la ribellione vengono riplasmati secondo una logica che non ha più bisogno della repressione diretta. Il potere non interdice: seduce, invita, integra, riproduce. È qui che nasce il cortocircuito più doloroso: ciò che per decenni aveva significato alterità, marginalità, scandalo, comincia a circolare come stile, come posa, come segno di distinzione dentro il mercato culturale. Il diverso non è più contro, ma dentro.

Nel teorico torinese, questa stessa sensazione assume una forma ancora più lacerante perché investe direttamente il cuore del progetto rivoluzionario. La liberazione sessuale, la critica alla normalità, l’attacco alla famiglia, alla produttività, alla divisione binaria dei generi: tutto ciò che aveva una forza esplosiva viene lentamente risucchiato in una nuova grammaticalità sociale. Non si estingue, ma si trasforma in variante tollerata. Invece di negare il sistema, lo arricchisce di nuove possibilità estetiche, di nuove nicchie, di nuove identità consumabili. Il desiderio resta, ma perde la sua carica di scandalo assoluto. Diventa compatibile.

Il libro di De Laude lavora proprio su questo punto intollerabile: il momento in cui la differenza non viene più perseguitata perché è già stata metabolizzata. È una soglia storica sottilissima, quasi impercettibile, ma decisiva. Finché il diverso è escluso, resta pericoloso. Quando viene incluso, rischia di diventare innocuo. La frattura non è tra norma e trasgressione, ma tra una trasgressione che ferisce l’ordine e una che lo decora.

La cosa più perturbante è che entrambi, pur provenendo da tradizioni, linguaggi, posture completamente diverse, arrivano a intravedere la stessa trappola. Lo scrittore lo fa attraverso una crescente amarezza che non risparmia nessuno, nemmeno sé stesso. Il teorico lo fa spingendo all’estremo una lucidità che diventa ingestibile. In entrambi i casi, la percezione che qualcosa sia già andato perduto prima ancora di essere pienamente realizzato.

La De Laude non cade mai nella tentazione di psicologizzare questa crisi. Il suo non è un libro sulle fragilità individuali, sui fantasmi privati, sulle ossessioni personali. È un libro profondamente politico. Il fallimento che viene messo a fuoco non è biografico, ma storico. È il fallimento di una promessa collettiva: quella che voleva fare del desiderio una forza costitutiva di un nuovo ordine simbolico, e che invece lo vede trasformarsi in carburante per un ordine ancora più pervasivo.

Qui il concetto di “postumo” assume un significato che va ben oltre la cronologia. Postumo non è solo ciò che viene dopo la morte, ma ciò che arriva quando un progetto è già stato sconfitto pur continuando a parlare. I testi ultimi diventano così una sorta di sopravvivenza spettrale dell’utopia. Parlano ancora, ma da un mondo che non è più quello che avevano immaginato. Sono scritture che non fondano, ma testimoniano una perdita.

Il libro è attraversato da una domanda che non viene mai posta in modo diretto, ma che vibra in ogni pagina: cosa succede al pensiero della liberazione quando il potere smette di presentarsi come nemico visibile e si insinua nelle stesse forme del desiderio? Quando non proibisce, ma invita? Quando non punisce, ma riconosce? Quando non reprime, ma rappresenta?

In questo scenario, la nozione di fallimento cambia completamente statuto. Non è il segno di un errore, ma il prodotto di una riuscita paradossale. Il progetto emancipatorio fallisce proprio perché ha vinto abbastanza da essere inglobato. Ha inciso abbastanza da essere reso innocuo. È la vittoria a renderlo impotente.

Uno dei meriti più grandi del libro sta nel non indulgere in alcuna nostalgia. Non c’è mai il rimpianto di un’età dell’oro. Non viene mai evocato un passato puro, incontaminato. La De Laude sa benissimo che anche le stagioni della massima radicalità erano attraversate da contraddizioni, rimozioni, gerarchie. Ma proprio per questo la sua analisi è ancora più spietata: non c’è nessun luogo dove tornare, nessuna origine da restaurare. Esiste solo un campo di forze in continua riconfigurazione.

Il “diverso”, in questo senso, non smette mai di essere una costruzione instabile. Non è un soggetto fisso, ma una funzione mobile. A volte esplode, a volte si spegne, a volte viene messo in vetrina. Ed è proprio questo continuo slittamento a rendere così attuali i materiali analizzati. Il libro non parla solo di due figure centrali del Novecento italiano. Parla del presente con una ferocia lucidissima.

Leggendo, viene naturale pensare a quanto oggi la differenza sia ovunque visibile e, allo stesso tempo, quasi completamente disinnescata. Identità, linguaggi, corpi, stili di vita una volta impensabili sono oggi parte integrante dell’orizzonte mediatico. Ma questa visibilità non coincide automaticamente con una reale trasformazione delle strutture di potere. Anzi, spesso ne diventa il volto più presentabile.

È qui che il discorso di De Laude si fa involontariamente profetico. Senza mai nominare esplicitamente le dinamiche più recenti, il libro sembra parlare in anticipo della conversione del dissenso in format, della trasformazione dell’identità in brand, della colonizzazione dell’intimità da parte delle logiche estrattive. Il desiderio come risorsa economica prima ancora che come esperienza vitale.

E allora la frattura di cui il libro parla non è solo quella che attraversa due percorsi intellettuali. È una frattura che ci attraversa tutti. È la scissione tra ciò che crediamo di essere e ciò che siamo diventati dentro un sistema capace di metabolizzare qualunque differenza. È la distanza tra il sogno di una liberazione assoluta e la realtà di una libertà continuamente amministrata.

La scrittura di De Laude è rigorosa ma mai fredda. Anche nei passaggi più teorici, mantiene una tensione emotiva sotterranea. Si avverte che non sta maneggiando solo concetti, ma ferite ancora aperte. Non c’è compiacimento nella rovina, ma nemmeno consolazione. È un libro che non pacifica, non rassicura, non suggerisce vie d’uscita facili. Sta dentro il problema fino in fondo.

Alla fine della lettura, resta una sensazione disturbante e preziosa: l’idea che il vero tradimento delle utopie non sia la loro sconfitta frontale, ma il loro addomesticamento. Non quando vengono spezzate, ma quando vengono accolte con un sorriso. Non quando vengono proibite, ma quando vengono rese compatibili. È forse questa l’eredità più dura che emerge dall’accostamento dei due pensieri: la consapevolezza che il potere più efficace non è quello che nega, ma quello che ingloba.

"L’invenzione del diverso" è un libro che chiede molto a chi legge. Non offre scorciatoie, non concede semplificazioni, non protegge dall’angoscia delle sue domande. Ma proprio per questo è un libro necessario. Perché ci costringe a guardare la nostra idea di libertà mentre viene rivenduta sotto nuove forme. E ci chiede, senza dirlo esplicitamente, se siamo ancora capaci di riconoscere ciò che non può essere integrato, ciò che non vuole essere compatibile, ciò che resiste non perché è forte, ma perché è irriducibile.