giovedì 20 agosto 2026

L'Arte è inutile? Riflessioni sulla necessità dell'inutile in un mondo amministrato

"L'arte è inutile" - questo pensiero ossessivo, che ci accompagna nei gesti quotidiani più banali, mentre pedaliamo in bicicletta o ci laviamo le mani prima di preparare la cena, rivela una delle contraddizioni più profonde del nostro tempo. È un interrogativo che ci assale proprio nel momento in cui osserviamo il mondo amministrato da coloro che "si incontrano, decidono per l'umanità intera e posano sorridenti davanti a centinaia di obiettivi", mentre l'arte sembra rimanere ai margini, apparentemente priva di peso specifico nelle decisioni che determinano i destini collettivi.

Questa riflessione nasce da una consapevolezza dolorosa: chi detiene il potere decisionale conosce poco o nulla "dell'arte, della letteratura, del teatro, del mistero e dell'essenza delle cose". Amministra solo la materia, e la amministra male, "senza alcuna spiritualità, poesia e empatia". Eppure, in questo apparente fallimento dell'arte nel mondo contemporaneo, si nasconde forse la sua più autentica ragion d'essere.

L'ossessione che ci tormenta - "l'arte è inutile" - non è casuale né superficiale. Emerge proprio nei momenti di maggiore banalità quotidiana, quando la distanza tra l'amministrazione del mondo e la sua comprensione profonda si fa più evidente. È mentre compiamo i gesti più semplici della vita - pedalare, lavarsi le mani, leggere il giornale - che questa consapevolezza si insinua come una scheggia nel pensiero.

Il quotidiano diventa così il teatro di una rivelazione: la scissione tra chi governa e chi comprende, tra chi decide e chi sente, tra l'utilità immediata e il senso profondo dell'esistenza. L'arte appare inutile perché non produce risultati tangibili, non genera profitti immediati, non risolve problemi pratici. Ma è proprio in questa sua apparente inutilità che si rivela la sua necessità più autentica.

La banalità del quotidiano - preparare gli spaghetti, leggere le notizie - si trasforma in un momento di illuminazione filosofica. È qui che comprendiamo come l'arte non sia chiamata a competere sul terreno dell'utilità pratica, ma a mantenere viva una dimensione dell'umano che rischia costantemente di essere sacrificata sull'altare dell'efficienza e della produttività.

Chi sono "loro" che si incontrano e decidono per l'umanità intera? Sono i rappresentanti di un potere che ha smarrito il contatto con le dimensioni più profonde dell'esistenza umana. Posano sorridenti davanti alle telecamere, ma i loro sorrisi sono vuoti della consapevolezza che dovrebbe accompagnare ogni decisione che tocca la vita di milioni di persone.

Questi decisori del destino collettivo incarnano perfettamente quello che Hannah Arendt definiva come la banalità del male: non sono necessariamente malvagi nel senso tradizionale del termine, ma sono pericolosamente superficiali. Non conoscono l'arte, la letteratura, il teatro, perché hanno rinunciato a interrogarsi sul mistero e sull'essenza delle cose. Amministrano la materia senza comprenderne lo spirito.

La loro ignoranza dell'arte non è un dettaglio marginale, ma il sintomo di una crisi più profonda: l'incapacità di cogliere la complessità dell'umano. Senza arte, senza poesia, senza quella capacità di guardare oltre l'immediato che solo l'esperienza estetica può fornire, le loro decisioni sono destinate a essere parziali, miopi, disumane.

Questa amministrazione senza spirito trasforma il mondo in un gigantesco meccanismo burocratico dove tutto deve essere quantificabile, misurabile, produttivo. L'arte, che per sua natura sfugge a questi parametri, viene inevitabilmente percepita come un lusso inutile, un ornamento superfluo in un mondo che ha urgenze più "concrete" da affrontare.

"L'arte è inutile mi urlavano nell'orecchio Duchamp, Ionesco, Artaud" - tre nomi che non sono stati scelti casualmente, ma rappresentano tre diverse modalità di attraversare e svelare l'inutilità come forma suprema di resistenza al mondo amministrato.

Marcel Duchamp, con i suoi ready-made, ha rivelato l'inutilità fondamentale dell'arte nel momento stesso in cui ne ha dimostrato l'onnipresenza. Un orinatoio diventa arte non per la sua funzione, ma proprio per l'interruzione della sua funzionalità. Duchamp ci ha insegnato che l'arte è tanto più potente quanto più si sottrae alla logica dell'utile, rivelando che il valore estetico non coincide mai con quello pratico.

Eugène Ionesco, con il suo teatro dell'assurdo, ha mostrato l'inutilità del linguaggio convenzionale per esprimere la condizione umana contemporanea. Le sue opere, apparentemente prive di senso logico, rivelano il non-senso di un mondo che pretende di essere razionale mentre produce irrazionalità su scala planetaria. L'inutilità del teatro di Ionesco è la sua capacità di rivelare l'assurdità di un'esistenza amministrata secondo criteri puramente tecnici.

Antonin Artaud, con il suo teatro della crudeltà, ha spinto l'inutilità dell'arte fino al parossismo, trasformandola in una forma di conoscenza che passa attraverso il corpo, l'istinto, la violenza simbolica. Per Artaud, l'arte è inutile rispetto agli standard della società borghese, ma fondamentale per risvegliare quelle forze vitali che la civilizzazione ha sopito.

Questi tre maestri ci gridano nell'orecchio la stessa verità: l'arte è inutile perché non serve a nulla di quello che il mondo considera importante, ma è proprio per questo che diventa indispensabile. La loro "inutilità" è una forma di resistenza, un modo per mantenere aperto uno spazio di libertà in un mondo che tende alla totale amministrazione dell'esistente.

Hannah Arendt ci offre la chiave per comprendere perché l'arte, pur essendo inutile, rimane fondamentale: "il bene è radicale, mentre il male è esteso e superficiale". Questa distinzione illumina improvvisamente il nostro dilemma. L'arte appartiene alla sfera del bene radicale, mentre l'amministrazione del mondo da parte di chi non conosce "il mistero e l'essenza delle cose" appartiene alla sfera del male esteso e superficiale.

La radicalità del bene, secondo Arendt, consiste nella sua capacità di andare alle radici dell'umano, di toccare quelle dimensioni dell'esistenza che non possono essere ridotte a calcoli di utilità immediata. L'arte è radicale perché scava in profondità, perché si interroga sui fondamenti, perché non si accontenta delle risposte superficiali che il mondo amministrato offre costantemente.

Il male, al contrario, è esteso e superficiale proprio perché si diffonde orizzontalmente senza mai approfondire, perché tocca tutto senza mai penetrare in nulla. È il male dell'amministrazione senza spirito, delle decisioni prese senza consapevolezza delle loro implicazioni profonde, del potere esercitato senza comprensione della complessità umana.

L'inutilità dell'arte si rivela così come una forma di radicalità: inutile per gli scopi immediati del mondo amministrato, ma fondamentale per mantenere viva quella dimensione del bene che va alle radici dell'umano. L'arte è inutile come sono inutili tutte le cose veramente importanti: l'amore, la giustizia, la ricerca della verità, la contemplazione del bello.

Se accettiamo che l'arte è inutile rispetto ai parametri del mondo amministrato, dobbiamo anche riconoscere che proprio in questa inutilità risiede la sua forza rivoluzionaria. L'arte resiste al potere non opponendoglisi direttamente, ma mantenendo aperto uno spazio di gratuità, di non-funzionalità, di pura possibilità che nessuna amministrazione può completamente colonizzare.

Questa resistenza non è politica nel senso tradizionale del termine, ma è ancora più radicale: è ontologica. L'arte difende il diritto dell'essere umano a esistere anche al di fuori della logica produttiva, a trovare senso anche in ciò che non produce risultati misurabili, a mantenere viva quella capacità di stupore e di contemplazione che la modernità tende costantemente a erodere.

Il mondo amministrato dai "loro" che decidono sorridendo davanti alle telecamere è un mondo che ha perso questa dimensione. È un mondo dove tutto deve essere giustificato in termini di efficienza, produttività, utilità immediata. L'arte, essendo strutturalmente inutile rispetto a questi criteri, mantiene aperta una breccia in questo sistema totale.

Quando prepariamo gli spaghetti mentre pensiamo all'inutilità dell'arte, stiamo vivendo in prima persona questa contraddizione: da un lato il gesto pratico, necessario per la sopravvivenza, dall'altro la riflessione che ci porta oltre l'immediato, verso questioni che non hanno soluzione pratica ma che sono fondamentali per dare senso all'esistenza.

L'ossessione per l'inutilità dell'arte che ci accompagna nei gesti quotidiani non è un disturbo mentale, ma una forma acuta di coscienza critica. È il segno che qualcosa in noi si ribella all'accettazione passiva di un mondo dove solo l'utile ha diritto di cittadinanza.

Questa ossessione rivela la nostra consapevolezza che stiamo vivendo in un mondo impoverito, dove chi prende le decisioni fondamentali non ha accesso a quelle forme di conoscenza e di sensibilità che solo l'arte può fornire. È un'ossessione salutare, che ci impedisce di adattarci completamente a una realtà che ha sacrificato la profondità per l'efficienza.

Il fatto che questo pensiero ci assalga proprio nei momenti di maggiore banalità quotidiana - mentre siamo in bicicletta, mentre ci laviamo le mani - rivela che la questione dell'arte e della sua utilità o inutilità tocca il nucleo stesso della nostra esistenza. Non è una questione estetica marginale, ma una questione esistenziale centrale.

L'ossessione ci protegge dall'accettazione acritica del mondo come ci viene presentato. Ci mantiene svegli rispetto alla possibilità che esistano altre dimensioni dell'umano oltre a quelle riconosciute dal potere amministrativo. Ci ricorda costantemente che la vita ha bisogno di senso oltre che di funzionalità.

Il teatro del potere contemporaneo - quello delle conferenze internazionali, dei vertici, delle decisioni prese "per l'umanità intera" - è un teatro senza arte, senza poesia, senza quella dimensione tragica che dovrebbe accompagnare ogni decisione che tocca il destino di milioni di persone.

I "loro" che posano sorridenti davanti alle telecamere incarnano perfettamente questa assenza. I loro sorrisi sono vuoti perché non sono informati da quella consapevolezza della complessità e della tragicità dell'esistenza che solo l'arte può fornire. Decidono come se le loro decisioni non avessero conseguenze sulla vita concreta delle persone, come se l'amministrazione della materia potesse prescindere dalla comprensione dello spirito.

Questo teatro del potere ha espulso l'arte non per caso, ma per necessità sistemica. L'arte, con la sua capacità di rivelare contraddizioni, di mettere in discussione le certezze, di mostrare la complessità dove si vorrebbe vedere semplicità, è strutturalmente incompatibile con un potere che ha bisogno di presentarsi come razionale, efficiente, inevitabile.

L'assenza dell'arte dal teatro del potere non è solo una perdita culturale, ma una perdita di umanità. Senza arte, le decisioni politiche diventano mere operazioni tecniche, prive di quella dimensione etica e spirituale che dovrebbe sempre accompagnarle quando si tratta del destino umano.

"Loro amministrano solo la materia e l'amministrano male" - questa constatazione rivela il centro del problema. Non si tratta solo del fatto che chi governa ignora l'arte, ma del fatto che questa ignoranza si traduce in un'amministrazione deficitaria anche della dimensione materiale dell'esistenza.

Senza spirito, senza poesia, senza empatia, l'amministrazione della materia diventa meccanica, disumana, inefficace perfino nei suoi stessi termini. I problemi ambientali, sociali, economici che affliggono il mondo contemporaneo sono in gran parte il risultato di questa amministrazione senza anima, che tratta la realtà come un insieme di variabili da manipolare piuttosto che come un tessuto vivente di relazioni complesse.

L'arte, con la sua capacità di cogliere le connessioni nascoste, di intuire le conseguenze non previste, di sentire il polso della realtà al di là delle sue manifestazioni superficiali, potrebbe fornire strumenti preziosi anche per una migliore amministrazione della materia. Ma questi strumenti vengono sistematicamente ignorati da un potere che riconosce solo la logica quantitativa.

Il risultato è un mondo amministrato male non solo dal punto di vista spirituale, ma anche da quello materiale. Un mondo dove le crisi si moltiplicano perché chi prende le decisioni non ha la sensibilità necessaria per prevedere le conseguenze delle proprie azioni, non ha la capacità empatica per comprendere l'impatto delle proprie scelte sulla vita concreta delle persone.

"Che ne sanno loro del mistero e dell'essenza delle cose?" - questa domanda va al cuore della questione. L'arte non è solo decorazione o intrattenimento, ma è una forma di conoscenza che ha accesso a dimensioni della realtà precluse al pensiero puramente razionale e strumentale.

Il mistero di cui parla l'arte non è irrazionalismo o oscurantismo, ma è il riconoscimento che la realtà è più complessa di quanto i nostri strumenti concettuali riescano a catturare. È la consapevolezza che esistono verità che si rivelano solo attraverso l'esperienza estetica, intuizioni che nascono solo dal confronto con la bellezza, comprensioni che si aprono solo nella contemplazione dell'opera d'arte.

L'essenza delle cose, che l'arte sa cogliere e rivelare, è quella dimensione della realtà che sfugge alla quantificazione ma che è fondamentale per comprendere cosa significa essere umani. È quella qualità particolare dell'esistenza che fa la differenza tra il vivere e il sopravvivere, tra l'esistere e il funzionare.

Chi amministra il mondo ignorando il mistero e l'essenza delle cose amministra solo la superficie della realtà, i suoi aspetti più esterni e manipolabili. Ma la realtà ha anche una profondità, una dimensione qualitativa che sfugge a questo tipo di controllo e che si vendica attraverso le crisi, i conflitti, le contraddizioni che nessuna amministrazione puramente tecnica riesce a prevedere o risolvere.

L'inutilità dell'arte va compresa come una categoria filosofica prima ancora che estetica. È l'inutilità di tutto ciò che ha valore intrinseco piuttosto che strumentale, di tutto ciò che vale per se stesso piuttosto che per i risultati che produce.

In una società completamente dominata dalla logica dell'utilità, l'inutile diventa automaticamente rivoluzionario. Non perché si opponga direttamente al sistema, ma perché mantiene viva la memoria di un'altra possibilità, di un altro modo di essere al mondo che non sia completamente subordinato alla logica produttiva.

L'arte è inutile come è inutile la contemplazione, come è inutile l'amore disinteressato, come è inutile la ricerca della verità fine a se stessa. Ma questa inutilità è anche la garanzia di una libertà che nessun potere può completamente colonizzare, perché si sottrae per definizione alla logica del controllo e dello sfruttamento.

La categoria dell'inutile ci permette di ripensare il valore al di fuori della logica economica dominante. Ci ricorda che esistono forme di ricchezza che non possono essere accumulate, forme di conoscenza che non possono essere commercializzate, forme di esperienza che non possono essere ridotte a merce.

Quando constatiamo che "loro" amministrano il mondo "senza alcuna spiritualità, poesia e empatia", non stiamo facendo un rimprovero moralistico, ma stiamo identificando una carenza che ha conseguenze politiche concrete. La mancanza di spiritualità nel governo del mondo non è solo una perdita culturale, ma è anche una forma di violenza sistemica.

La spiritualità di cui l'arte è portatrice non è necessariamente religiosa, ma è quella dimensione dell'umano che riconosce l'esistenza di valori che trascendono l'immediato interesse materiale. È la capacità di vedere nell'altro un fine e non solo un mezzo, di riconoscere nella natura qualcosa di più di una risorsa da sfruttare, di trovare senso anche in ciò che non produce profitto.

Senza questa dimensione spirituale, l'amministrazione del mondo diventa necessariamente cinica, strumentale, inumana. Diventa l'applicazione di regole tecniche a situazioni che richiederebbero invece comprensione, empatia, saggezza. Il risultato sono politiche che possono essere tecnicamente corrette ma umanamente disastrose.

L'arte mantiene viva questa dimensione spirituale non attraverso la predicazione, ma attraverso l'esperienza diretta della bellezza, del sublime, del tragico. Offre un'educazione sentimentale che nessun corso di management può fornire, una sensibilità che nessuna competenza tecnica può sostituire.

L'assenza di empatia in chi governa il mondo non è solo un difetto caratteriale, ma è l'espressione di un sistema che ha sistematicamente eliminato la dimensione affettiva dal processo decisionale. L'arte, al contrario, è strutturalmente empatica: ci permette di vedere il mondo attraverso gli occhi dell'altro, di sentire quello che sente, di comprendere dall'interno esperienze che non sono le nostre.

Questa capacità empatica dell'arte non è sentimentalismo, ma è una forma raffinata di conoscenza. È la possibilità di accedere a informazioni sulla condizione umana che nessuna statistica può fornire, di comprendere le conseguenze esistenziali delle decisioni politiche, di prevedere le reazioni emotive che certe scelte potrebbero provocare.

Un governo che fosse informato dall'arte sarebbe un governo più empatico, e quindi paradossalmente più efficace anche nei suoi obiettivi pratici. Saprebbe prevedere le resistenze, comprendere le aspirazioni, interpretare i bisogni non detti che si esprimono spesso attraverso forme di disagio sociale che la pura analisi tecnica non riesce a decifrare.

L'empatia che l'arte insegna non è buonismo, ma è intelligenza emotiva applicata alla comprensione della realtà sociale. È la capacità di leggere tra le righe, di cogliere i segnali deboli, di comprendere che dietro ogni dato statistico ci sono persone in carne e ossa con le loro speranze, paure, delusioni.

Il paradosso fondamentale che emerge dalla nostra riflessione è che l'arte, proprio perché inutile, si rivela fondamentale. Questo paradosso non è una contraddizione logica, ma è l'espressione di una verità profonda sulla natura dell'umano e sui suoi bisogni più autentici.

L'arte è inutile nel senso che non produce risultati immediati, tangibili, quantificabili. Ma è fondamentale perché risponde a bisogni che vanno oltre la sopravvivenza materiale: il bisogno di senso, di bellezza, di trascendenza, di connessione con qualcosa che vada oltre l'immediato interesse personale.

Questo paradosso rivela l'insufficienza di una visione del mondo puramente utilitaristica. Mostra che l'essere umano ha bisogno anche di ciò che non serve a nulla, anzi ha bisogno proprio di ciò che non serve a nulla per ricordare a se stesso che è qualcosa di più di una macchina per produrre e consumare.

La società che elimina l'inutile elimina anche una parte essenziale dell'umano. Diventa una società efficiente ma disumana, produttiva ma priva di senso, organizzata ma spiritualmente vuota. L'arte, mantenendo vivo lo spazio dell'inutile, mantiene viva anche la possibilità di una vita pienamente umana.

Quando constatiamo che chi governa il mondo lo fa "senza poesia", non stiamo rimpiangendo l'assenza di ornamenti letterari nei discorsi politici, ma stiamo lamentando la perdita di una forma specifica di conoscenza che solo la poesia può fornire.

La poesia non è decorazione del pensiero, ma è pensiero che si fa forma, intuizione che si fa linguaggio, comprensione che passa attraverso canali diversi da quelli della logica razionale. È una forma di conoscenza sintetica che coglie le connessioni là dove l'analisi vede solo separazioni, che intuisce le totalità là dove la scienza vede solo parti.

Un governo senza poesia è un governo che ha rinunciato a questa forma di conoscenza, che ha scelto di limitarsi agli aspetti quantificabili della realtà ignorandone le dimensioni qualitative. È un governo che sa contare ma non sa pesare, che sa misurare ma non sa valutare, che sa calcolare ma non sa giudicare.

La poesia che manca al governo del mondo non è quella dei versi rimati, ma è quella capacità di cogliere l'essenza delle situazioni, di intuire le direzioni di sviluppo, di comprendere il significato profondo degli eventi al di là della loro apparenza superficiale. È quella forma di intelligenza che i greci chiamavano phronesis e che è indispensabile per ogni autentica attività politica.

Una delle ragioni per cui l'arte appare inutile nel mondo contemporaneo è la diversità radicale tra il tempo dell'arte e il tempo della politica. La politica vive nell'urgenza della decisione immediata, nell'imperativo dell'azione tempestiva, nella necessità di produrre risultati visibili nel breve periodo. L'arte, al contrario, lavora sui tempi lunghi della maturazione, della sedimentazione, della trasformazione profonda della sensibilità.

Questa differenza temporale crea un'incomprensione strutturale tra il mondo dell'arte e quello del potere. Chi governa non riesce a comprendere l'utilità di un'attività i cui risultati si manifestano solo a distanza di generazioni, i cui effetti sono difficilmente misurabili, la cui influenza si esercita attraverso canali sotterranei e impercettibili.

Ma è proprio questa differenza temporale che rende l'arte preziosa per la politica. L'arte lavora su quella dimensione della trasformazione sociale che sfugge all'azione politica diretta: la formazione della sensibilità, l'educazione del gusto, la creazione di nuovi linguaggi e nuove forme di sensibilità che preparano il terreno per cambiamenti che solo successivamente diventeranno politicamente visibili.

La miopia temporale della politica contemporanea - sempre più schiacciata sull'immediato dalle logiche mediatiche e elettorali - ha bisogno del tempo lungo dell'arte per ritrovare una prospettiva più ampia, una capacità di pensare oltre l'orizzonte del prossimo sondaggio o della prossima scadenza elettorale.

L'arte non è solo conservazione del passato, ma è anche e soprattutto memoria del futuro: mantiene vive possibilità che il presente non riesce ancora a realizzare, tiene aperte strade che la storia non ha ancora percorso, custodisce semi di trasformazioni che germoglieranno solo quando i tempi saranno maturi.

In questo senso, l'arte è sempre in anticipo sulla politica, sempre più avanti nella percezione delle contraddizioni, sempre più sensibile ai fermenti che preparano i cambiamenti epocali. Gli artisti sono spesso i primi a sentire i cambiamenti nell'aria, a percepire le trasformazioni in corso, a dare forma a intuizioni che solo successivamente diventeranno consapevolezza collettiva.

Chi governa ignorando l'arte si priva di questo prezioso strumento di previsione sociale. Si condanna a subire i cambiamenti invece di anticiparli, a rincorrere gli eventi invece di orientarli, a essere sempre in ritardo rispetto alle trasformazioni che attraversano la società.

L'inutilità dell'arte, da questo punto di vista, si rivela come una forma superiore di utilità: quella di chi lavora per un futuro che ancora non esiste, di chi semina senza vedere immediatamente i frutti, di chi investe su trasformazioni che matureranno solo a distanza di tempo.

La distinzione arendtiana tra il bene radicale e il male esteso e superficiale illumina perfettamente la nostra situazione contemporanea. Il male che caratterizza il mondo amministrato non è il male assoluto dei grandi criminali della storia, ma è il male più subdolo della superficialità, dell'indifferenza, della mancanza di pensiero.

È il male di chi prende decisioni che riguardano milioni di persone senza mai interrogarsi sul significato profondo di quelle decisioni, senza mai chiedersi se esistano alternative, senza mai mettere in dubbio i presupposti su cui si basano le proprie scelte. È il male della routine burocratica applicata alla vita umana, della logica aziendale estesa alla gestione della società, della razionalità strumentale elevata a unico criterio di giudizio.

Questo male è esteso perché tocca tutti gli aspetti della vita sociale, e superficiale perché non scava mai in profondità, non si interroga mai sui fondamenti, non mette mai in discussione le premesse. È il male dell'amministrazione senza anima, della gestione senza visione, del controllo senza comprensione.

L'arte, nella sua inutilità radicale, rappresenta l'antidoto più efficace a questo male esteso e superficiale. Non perché offra soluzioni immediate ai problemi concreti, ma perché mantiene viva quella capacità di interrogazione profonda, quella disponibilità al dubbio, quella apertura al mistero che sono l'esatto contrario della superficialità amministrativa.

L'arte resiste al mondo amministrato non attraverso l'opposizione diretta, ma attraverso la persistenza nell'inutile. È una forma di resistenza passiva ma efficacissima, perché sottrae spazi e tempi alla logica del profitto, mantiene aperte possibilità che il sistema vorrebbe chiudere, custodisce valori che la società dei consumi vorrebbe eliminare.

Questa resistenza dell'inutile è tanto più potente quanto più è sottile e impercettibile. Non si manifesta attraverso conflitti aperti, ma attraverso la semplice persistenza di pratiche che non hanno senso secondo i criteri dominanti, attraverso la testimonianza vivente che esistono altre forme di valore oltre a quello economico.

Ogni volta che qualcuno si dedica all'arte senza aspettarsi un ritorno economico immediato, sta compiendo un atto di resistenza al mondo amministrato. Sta affermando praticamente che esistono attività degne di essere perseguite per se stesse, valori che non possono essere ridotti a merce, esperienze che non possono essere quantificate.

Questa resistenza dell'inutile è tanto più necessaria quanto più il mondo si orienta verso la totale mercificazione dell'esistenza. È l'ultimo baluardo di una concezione dell'umano che non si riduce alle sue funzioni produttive, che mantiene aperta la possibilità di una vita che abbia senso anche al di fuori del lavoro e del consumo.

L'ossessione per l'inutilità dell'arte che ci tormenta nei gesti quotidiani è in realtà il sintomo di un risveglio della coscienza. È il segnale che qualcosa in noi si ribella all'accettazione passiva di un mondo dove tutto deve essere giustificato in termini di utilità immediata.

Questa ossessione ci dice che non siamo completamente adattati al mondo amministrato, che conserviamo ancora la capacità di sentire come problematica una situazione che molti considerano normale. Ci dice che la parte più autentica di noi sa riconoscere il valore dell'inutile, anche quando la ragione sembra suggerire il contrario.

Il tormento che proviamo di fronte all'apparente inutilità dell'arte è il tormento di chi sente che qualcosa di essenziale sta andando perduto, che una dimensione fondamentale dell'umano sta venendo sacrificata sull'altare dell'efficienza e della produttività.

Ma questo stesso tormento è anche la prova che quella dimensione non è completamente perduta, che continua a vivere in noi sotto forma di nostalgia, di inquietudine, di domanda che non trova risposta nel mondo così com'è organizzato attualmente.

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