lunedì 3 agosto 2026
Venticinque anni
Venticinque anni sono tanti. Sono abbastanza perché un’opera smetta di essere soltanto un’opera e diventi quasi una parte biografica, qualcosa che non si può più distinguere del tutto dalla persona che l’ha scritta. A un certo punto non si sa più dove finisca il libro e dove cominci la propria vita, quali siano le pagine che appartengono al romanzo e quali, invece, gli anni trascorsi intorno a quelle pagine. "El Horno" non è più semplicemente un romanzo che ho scritto: è un luogo nel quale sono rimasto incastrato per un quarto di secolo, una stanza dalla quale sono uscito molte volte soltanto per rientrarci subito dopo, convinto che ci fosse ancora qualcosa da aggiungere, da togliere, da correggere, da salvare. È diventato una specie di interlocutore silenzioso, una presenza ostinata che ha attraversato il tempo insieme a me, cambiando mentre cambiavo io.
Venticinque anni sono un tempo spropositato per qualunque cosa, ma forse lo sono ancora di più per un libro. Un libro, almeno nell’immaginario contemporaneo, dovrebbe avere una nascita, un percorso, una pubblicazione e poi una vita propria. Dovrebbe essere consegnato ai lettori e lasciato andare. Dovrebbe liberarsi del suo autore. Nel mio caso è successo qualcosa di completamente diverso. "El Horno" non ha seguito una traiettoria lineare. Non è nato, cresciuto e poi morto, o almeno non secondo la normale cronologia di un’opera letteraria. È rimasto lì. È tornato. Ha cambiato forma. È stato ripensato. È stato riscritto. È stato sottoposto a una specie di interminabile processo di revisione che, guardato oggi, assomiglia quasi più a un rapporto sentimentale complicato che a un normale rapporto fra uno scrittore e il proprio testo.
Per venticinque anni ho continuato a guardare questo libro come se non fosse mai veramente finito. Ogni nuova versione sembrava poter essere quella definitiva e, contemporaneamente, ogni versione conteneva già la possibilità di essere rimessa in discussione. La scrittura, in questo senso, non è stata soltanto un lavoro di composizione, ma una forma di inseguimento. Inseguivo il libro che avevo immaginato, ma inseguivo anche me stesso, la persona che lo aveva scritto e che nel frattempo era diventata un’altra persona. Perché venticinque anni modificano inevitabilmente lo sguardo, il linguaggio, le ossessioni, perfino il modo in cui si giudica ciò che si è fatto. Rileggere un’opera dopo tanto tempo significa anche incontrare qualcuno che non esiste più esattamente nella forma in cui lo ricordavamo.
E questo è forse uno degli aspetti più strani della scrittura: si scrive sempre nel presente, ma ciò che si scrive rimane. L’autore procede, invecchia, cambia idea, perde persone, ne incontra altre, attraversa stagioni politiche e culturali differenti, modifica il proprio modo di guardare il mondo, mentre il testo rimane lì a registrare una versione precedente di lui. Quando poi torna a quel testo, non trova soltanto un’opera: trova una propria immagine precedente. Una specie di fotografia scattata con le parole. E quella fotografia può essere impietosa, perché non permette di fingere che il tempo non sia passato.
"El Horno" ha dunque finito per contenere anche il tempo che lo separa dalla sua prima forma. Non è soltanto ciò che racconta, ma anche tutto ciò che è accaduto mentre io continuavo a occuparmene. È diventato, in qualche modo, un archivio involontario della mia esistenza. Ogni intervento sul testo porta con sé una stagione diversa della mia vita. Ogni correzione contiene una diversa idea di letteratura. Ogni riscrittura racconta anche una diversa idea di me stesso. Il romanzo è rimasto apparentemente uguale a se stesso proprio mentre io cambiavo continuamente.
Forse per questo la nuova edizione cartacea assume per me un significato che non riesco a ridurre alla semplice pubblicazione di un libro. È come se, finalmente, arrivasse il momento in cui la storia privata di quest’opera può smettere di coincidere con la mia. Stavolta non devo più correggerlo, rifarlo, inseguirlo. Non devo più convincermi che esista una versione ancora migliore, più precisa, più compiuta, più vicina a quella che avrei voluto scrivere. Posso finalmente lasciarlo andare.
È una parola semplice, ma non lo è affatto il gesto che contiene. Lasciare andare un libro sul quale si è lavorato per così tanto tempo significa accettare che, a un certo punto, l’autore debba smettere di intervenire e consentire all’opera di esistere da sola. Significa rinunciare a quella forma di controllo che la riscrittura perpetua inevitabilmente alimenta: la convinzione che ci sia sempre un’ultima imperfezione da correggere, una frase da spostare, una pagina da rifare, un errore da cancellare. Significa accettare che l’imperfezione non sia necessariamente un difetto, ma una delle condizioni attraverso le quali un’opera diventa finalmente un’opera.
Per molto tempo ho probabilmente confuso il perfezionamento con la necessità. Pensavo che continuare a lavorare sul libro significasse continuare a proteggerlo, mentre forse significava anche impedirgli di vivere. Ogni nuova correzione era una promessa e contemporaneamente una sottrazione. Ogni intervento aggiungeva qualcosa, ma portava via anche la possibilità che il libro si confrontasse finalmente con l’esterno, con i lettori, con il loro giudizio, con la loro indifferenza, perfino con il loro eventuale rifiuto. Perché finché un’opera è ancora nella disponibilità dell’autore, può sempre essere salvata. Quando viene pubblicata, invece, non può più essere salvata da lui.
E forse è proprio questo che rende la pubblicazione una forma di separazione. Un libro pubblicato è un libro che non appartiene più interamente a chi lo ha scritto. Può essere interpretato male. Può essere ignorato. Può essere amato da qualcuno per ragioni che l’autore non aveva mai immaginato. Può essere detestato. Può essere letto superficialmente o letto in profondità. Può essere dimenticato. Può persino essere completamente frainteso. Ma tutto questo fa parte della sua vita, e non è più possibile intervenire per correggere la lettura degli altri.
Non perché abbia finalmente trovato il successo che meritava. Questa sarebbe una conclusione troppo facile, e forse anche troppo consolatoria. Non perché finalmente qualcuno mi debba qualcosa. Dopo venticinque anni sarebbe quasi ridicolo pretendere dal mondo una restituzione proporzionata al tempo, alla fatica, alla solitudine e alle energie investite nella scrittura. Il mondo non funziona così, e la letteratura, forse, ancora meno. Un libro può essere importante per chi lo scrive senza diventare necessariamente importante per gli altri. Può attraversare la vita del proprio autore senza riuscire ad attraversare quella dei lettori. Può essere stato scritto con ostinazione, con necessità, perfino con una certa disperazione, e tuttavia non produrre quella risposta che si immaginava o che, in qualche momento, si sperava.
Questa è forse una delle cose più difficili da accettare quando si è dedicata alla scrittura una parte così consistente della propria esistenza: l’opera e il riconoscimento non sono la stessa cosa. Non c’è una relazione matematica fra il lavoro compiuto e l’attenzione ricevuta. Non esiste una proporzione morale secondo la quale a una certa quantità di fatica debba corrispondere una certa quantità di successo. Non è vero che chi lavora di più viene necessariamente letto di più. Non è vero che chi scrive meglio viene necessariamente pubblicato meglio. Non è vero che la durata di una ricerca garantisca la sua visibilità. E soprattutto non è vero che il tempo investito in un libro costituisca un credito che prima o poi qualcuno dovrà saldare.
Questo è doloroso, ma è anche liberatorio.
Perché se il successo non è una misura attendibile del valore, allora bisogna imparare a separare le due cose. Non significa raccontarsi che l’insuccesso sia una prova di genialità, né costruire una consolazione narcisistica attorno alla propria invisibilità. Significa semplicemente riconoscere che esistono opere che trovano il proprio pubblico e opere che non lo trovano, libri che entrano nel circuito della cultura e libri che rimangono ai margini, scrittori che riescono a trasformare la propria attività letteraria in una professione e scrittori per i quali la scrittura resta una necessità senza diventare una fonte di reddito sufficiente.
E nemmeno perché "El Horno" debba necessariamente produrre denaro. Questa è forse la parte più difficile da ammettere, soprattutto quando si arriva a una certa distanza dal proprio lavoro e ci si accorge che la scrittura, nonostante gli anni, non ha mai davvero restituito economicamente ciò che ha richiesto. C’è una forma di amarezza nel riconoscere che si può dedicare una parte enorme della propria esistenza alla parola scritta senza riuscire a trasformare quella stessa parola in una vera possibilità di sostentamento. Ma anche questa amarezza, dopo venticinque anni, può smettere di essere una condanna e diventare semplicemente un dato della propria storia.
Non voglio fingere che non faccia male. Farebbe quasi ridere, dopo una vita di scrittura, raccontarsi che il denaro non conta, che il riconoscimento non conta, che essere letti non conta. Naturalmente conta. Conta essere riconosciuti, conta sapere che ciò che si è fatto ha raggiunto qualcuno, conta poter vivere almeno in parte del proprio lavoro, conta sentire che il tempo dedicato a una determinata attività non è stato completamente assorbito dal vuoto. La retorica romantica dello scrittore che scrive soltanto per necessità interiore è bella nei libri, ma nella vita reale esistono bollette, affitti, spese, responsabilità, stanchezza e anni che passano.
Eppure, proprio perché tutto questo conta, può diventare necessario smettere di lasciare che conti fino a determinare il significato complessivo di un’opera. Se "El Horno" non ha prodotto ciò che speravo producesse, questo non cancella il fatto che io l’abbia scritto. Se non ha generato il riconoscimento che immaginavo, non significa che quei venticinque anni siano stati privi di senso. Se non ha costruito attorno a sé quella carriera che forse un tempo avrei potuto immaginare, non significa che il libro sia stato un errore.
Forse il problema nasce quando chiediamo a un’opera di giustificare retroattivamente la nostra vita. Quando pensiamo che il successo di un libro possa finalmente dimostrare che avevamo ragione a scriverlo. Quando immaginiamo che una recensione, una vendita, un premio, una ristampa o un riconoscimento possano risarcire tutto ciò che abbiamo sacrificato. Ma nessun libro dovrebbe avere il compito di risarcirci. Un libro non è un tribunale nel quale ottenere finalmente giustizia per la propria esistenza.
"El Horno" non deve più dimostrare niente.
E forse è proprio questo che rende la nuova edizione diversa dalle precedenti. Non la considero soltanto una nuova occasione. Non voglio caricarla dell’obbligo di essere la volta buona, l’edizione che finalmente cambierà tutto, quella che finalmente renderà visibile ciò che per anni è rimasto ai margini. Se arrivasse qualcosa di tutto questo, naturalmente, ne sarei felice. Sarebbe ipocrita fingere il contrario. Ma non voglio più che la possibilità di quella ricompensa condizioni il mio rapporto con il libro.
Dopo venticinque anni posso dire: questo è il libro che volevo lasciare.
La frase sembra semplice, ma contiene una quantità enorme di cose. "Questo è il libro che volevo lasciare" significa che accetto finalmente la sua forma. Significa che non lo considero più un cantiere. Significa che non devo più entrare nel testo con la cassetta degli attrezzi in mano, alla ricerca dell’ultima crepa. Significa che posso riconoscere il lavoro compiuto senza doverlo trasformare continuamente in una promessa di lavoro futuro.
E soprattutto significa che posso accettare il tempo.
Il tempo che è passato e quello che rimane. Perché venticinque anni non sono soltanto un numero. Sono un quarto di secolo. Sono una parte considerevole di una vita adulta. Dentro venticinque anni possono cambiare completamente le coordinate di un’esistenza. Cambia il corpo, cambia il modo di guardarsi allo specchio, cambiano le persone che abbiamo accanto, cambiano le città, le tecnologie, le forme della comunicazione, i linguaggi, i gusti, la politica, l’idea stessa di cultura. Ci sono libri che venticinque anni fa sembravano indispensabili e oggi appaiono quasi invisibili. Ci sono autori che allora occupavano uno spazio enorme e oggi sono ricordati soltanto da pochi. Ci sono parole che hanno cambiato significato.
E in mezzo a tutto questo "El Horno" è rimasto.
È rimasto come rimane una casa abbandonata nella memoria: non necessariamente intatta, ma riconoscibile. Ci si torna e si scopre che alcune stanze non sono più come le ricordavamo. Alcune porte non si aprono. Alcune finestre danno su un paesaggio che non esiste più. Eppure sappiamo ancora che quella casa è nostra. Non perché continuiamo ad abitarla, ma perché una parte di noi è stata costruita lì dentro.
Forse la nuova edizione cartacea è proprio il momento in cui posso chiudere quella porta senza avere la sensazione di abbandonare qualcosa. Posso uscire. Posso guardare la casa dall’esterno. Posso riconoscere che mi ha protetto e imprigionato, che mi ha dato qualcosa e mi ha tolto qualcos’altro, che mi ha accompagnato e insieme trattenuto. Non devo stabilire se sia stata una buona o una cattiva esperienza. È stata la mia esperienza.
E c’è qualcosa di molto dignitoso, quasi di definitivo, nel consegnare un’opera al mondo senza più pretendere che il mondo la ricompensi. Non è rassegnazione, o almeno non vorrei che lo fosse. È piuttosto una forma di libertà che arriva tardi, quando ci si accorge che forse la letteratura non deve necessariamente restituire ciò che le abbiamo dato. Un libro si scrive, si riscrive, si corregge, si difende, si ama, si detesta e, prima o poi, bisogna avere il coraggio di abbandonarlo.
La parola dignità mi interessa proprio perché non coincide con la parola successo. La dignità non ha bisogno di applausi. Non dipende dalle classifiche, dal numero di copie vendute, dall’attenzione ricevuta sui social, dal fatto che qualcuno abbia deciso che un autore è finalmente importante. La dignità può stare anche in un gesto molto più silenzioso: riconoscere il proprio lavoro e smettere di chiedergli di diventare ciò che non è diventato.
Forse c’è persino una forma di pudore in questo. Dopo venticinque anni non ho più voglia di raccontare "El Horno" come un libro che deve ancora dimostrare la propria importanza. Non voglio costruire intorno a lui una leggenda personale. Non voglio trasformare il tempo impiegato in una medaglia. Non voglio dire: ho lavorato per venticinque anni, dunque dovete ascoltarmi. Il tempo non garantisce la qualità, così come la brevità non dimostra la superficialità. Il tempo, semplicemente, è passato.
Ed è passato anche su di me.
Forse arrivare alla fine significa proprio questo: smettere di aspettare. Smettere di aspettare che qualcuno riconosca finalmente la fatica, che arrivi il lettore decisivo, l’editore decisivo, la recensione capace di cambiare tutto, il successo che trasformi retroattivamente anche gli anni di invisibilità in una sorta di necessaria preparazione. Smettere di aspettare che il futuro ci restituisca quello che il passato non ci ha dato.
È un gesto molto più difficile di quanto sembri. Perché aspettare è una delle forme più resistenti della speranza. Finché aspettiamo, possiamo ancora immaginare che qualcosa debba accadere. Possiamo mantenere aperta una possibilità. Possiamo dirci che non è ancora finita. Ma proprio per questo l’attesa può diventare una prigione. Se tutto deve ancora cominciare, allora nulla è veramente concluso. Se il riconoscimento deve ancora arrivare, allora continuiamo a vivere in una specie di futuro permanente.
A un certo punto, invece, bisogna avere il coraggio di dire: è accaduto.
Il libro è stato scritto. È stato riscritto. È stato modificato. È stato pubblicato. È stato ripreso. È stato nuovamente lavorato. E ora, finalmente, può essere lasciato andare.
Non perché abbia ottenuto tutto ciò che avrebbe potuto ottenere, ma perché non voglio più che il suo destino determini il mio.
Questa distinzione è fondamentale. Per anni un autore può vivere con l’impressione che il destino dell’opera e il destino personale siano la stessa cosa. Se il libro non funziona, allora sono io a non funzionare. Se il libro non viene letto, allora sono io a essere invisibile. Se non vende, allora il mio lavoro non vale. Se nessuno ne parla, allora forse non avrei dovuto scriverlo.
Ma un libro non è una sentenza sull’autore.
È un oggetto separato, anche quando nasce dalla parte più intima di noi. Una volta scritto, deve poter essere lasciato libero di fallire senza che questo significhi necessariamente che abbiamo fallito noi. Deve poter essere ignorato senza trasformare l’ignoranza altrui in una prova della nostra inconsistenza. Deve poter vivere una vita piccola senza che questo renda piccola la vita di chi lo ha scritto.
E forse proprio qui "El Horno" può finalmente diventare davvero mio.
Perché finché ho continuato ad aspettare qualcosa da "El Horno", in qualche modo "El Horno" è appartenuto anche a quell’attesa. È stato il romanzo che avrebbe potuto essere diverso, che avrebbe potuto trovare un’altra strada, che avrebbe potuto incontrare un pubblico, che avrebbe potuto produrre qualcosa di più concreto della semplice soddisfazione di averlo scritto. Adesso, invece, posso provare a sottrarlo a tutte queste ipotesi. Posso lasciarlo essere quello che è. Un libro attraversato da venticinque anni della mia vita e, insieme, un libro che da questa vita finalmente può uscire.
E forse questa è la cosa più sorprendente: la libertà può arrivare proprio quando smettiamo di aspettare la ricompensa.
Non significa smettere di desiderare. Non significa diventare indifferenti. Non significa raccontarsi che non sarebbe bello essere letto, riconosciuto, apprezzato. Significa soltanto che questi desideri non devono più avere il potere di decidere se il libro sia stato un’esperienza significativa oppure no.
Un’opera può non averci dato ciò che speravamo e averci comunque dato qualcosa. Può averci insegnato una lingua, una disciplina, una forma di resistenza. Può averci accompagnato durante anni nei quali avremmo avuto bisogno di una ragione per continuare. Può averci costretto a confrontarci con noi stessi. Può averci fatto scoprire che cosa siamo capaci di fare e, altrettanto importante, che cosa non siamo capaci di fare. Può essere stata una compagnia perfino quando non la consideravamo più tale.
"El Horno" è stato tutto questo.
E ora, dopo venticinque anni, non voglio più chiedergli di essere altro.
Non voglio che sia la prova che avevo ragione. Non voglio che sia la rivincita su qualcuno. Non voglio che sia il risarcimento per gli anni passati. Non voglio che sia necessariamente il libro che finalmente mi permetterà di vivere di scrittura. Non voglio nemmeno che sia la conclusione perfetta di una storia letteraria. Voglio soltanto che sia il libro che ho deciso di lasciare.
È una differenza enorme.
Perché lasciare non significa abbandonare. Abbandonare contiene l’idea della fuga, della rinuncia, della perdita. Lasciare può invece essere un atto deliberato. Significa mettere qualcosa nelle mani di qualcun altro. Significa smettere di trattenerlo. Significa riconoscere che il rapporto fra autore e opera, a un certo punto, deve interrompersi nella sua forma originaria.
E forse c’è qualcosa di profondamente umano in questa separazione. Tutto ciò che amiamo, prima o poi, dobbiamo lasciarlo andare. Le persone, i luoghi, le epoche, le versioni di noi stessi. Anche i libri. Soprattutto i libri che abbiamo inseguito per anni, perché sono quelli che rischiano maggiormente di diventare una parte troppo stretta della nostra identità.
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