«Hegel» non è veramente un album su Hegel. Hegel è piuttosto una specie di grande maschera concettuale. Attraverso filosofia, estetica, amore, corpo, linguaggio e percezione, Panella sembra interrogare continuamente una domanda: che cosa rimane di noi quando le parole non riescono più a coincidere con ciò che vediamo, sentiamo e desideriamo?
Il disco è l'ultimo della collaborazione Battisti-Panella e porta all'estremo la loro idea di canzone come spazio linguistico instabile, nel quale metafore, doppi sensi, filosofia e apparente nonsense non devono necessariamente ricomporsi in una narrazione tradizionale.
«Almeno l'inizio»
La leggo come la canzone della possibilità prima della conoscenza, del momento in cui qualcosa comincia ma non possiede ancora una forma definitiva.
Il titolo è già straordinario: non promette l'inizio, ma almeno l'inizio. Come se, in un mondo nel quale tutto è incerto, perfino cominciare fosse già troppo chiedere. O forse come se la sola cosa che possiamo veramente ottenere da una storia, da un amore, da un'esperienza, fosse il suo primo movimento.
Il testo ruota attorno al corpo osservato e immaginato, al desiderio di vedere l'altro e contemporaneamente di entrare nel suo punto di vista. Ci sono immagini di occhi, finestre, corpo, solitudine, movimento: ma niente resta semplicemente ciò che è. Il corpo diventa paesaggio, lo sguardo diventa architettura, l'intimità diventa spazio.
Una possibile chiave è questa: per amare qualcuno dobbiamo prendere in prestito i suoi occhi, ma nel momento in cui crediamo di vedere attraverso di lui o di lei, lo trasformiamo inevitabilmente in una nostra immagine.
Perciò «Almeno l'inizio» mi sembra parlare di un amore che nasce già nella distanza. Non possediamo l'altro; possediamo soltanto l'inizio del tentativo di raggiungerlo.
È significativo che l'album cominci proprio qui: prima della filosofia, prima dell'estetica, prima delle grandi costruzioni concettuali, c'è il desiderio. E il desiderio, per Panella, è sempre anche un problema di linguaggio.
«Hegel»
Qui il filosofo entra direttamente in scena, ma io non credo che Panella voglia fare una canzone biografica o filosofica su Georg Wilhelm Friedrich Hegel.
Hegel diventa il nome stesso della costruzione del pensiero.
Il filosofo, trasformato quasi in personaggio pop, viene continuamente abbassato, spostato, deformato. La filosofia alta entra in collisione con la quotidianità, con il corpo, con l'abbigliamento, con immagini quasi comiche. È una strategia tipicamente panelliana: togliere la filosofia dal piedistallo senza per questo banalizzarla.
Il punto, secondo me, è che Hegel rappresenta la tentazione di pensare che tutto possa essere ricondotto a un sistema.
La grande filosofia hegeliana cerca infatti il movimento del reale, la contraddizione, il suo superamento, il percorso attraverso il quale ciò che è separato può essere ricomposto in una totalità.
Panella sembra però domandarsi: e se la vita fosse troppo fisica, troppo erotica, troppo assurda per entrare completamente in un sistema?
Per questo «Hegel» è continuamente attraversata da una tensione tra:
- il concetto e il corpo;
- il filosofo e la persona;
- la cultura e la materia;
- la serietà e la parodia.
C'è anche la possibilità, avanzata da diversi commentatori, che alcune immagini dell'album contengano riferimenti ironici alla precedente stagione Battisti-Mogol, ma io eviterei di ridurre il brano a questa lettura.
Per me «Hegel» dice soprattutto questo:
la vita vuole essere pensata, ma ogni volta che crediamo di averla pensata completamente, ricompare il corpo e rovina il sistema.
«Tubinga»
«Tubinga» è una delle canzoni più vertiginose del disco.
Tubinga è la città universitaria tedesca legata agli anni giovanili di Hegel, ma Panella prende questo riferimento colto e lo getta dentro una specie di centrifuga linguistica.
Filosofi, oggetti domestici, immagini della classicità, modernità e banalità quotidiana si mescolano. Il risultato è deliberatamente destabilizzante. La cultura non appare più come un tempio ordinato: diventa un grande magazzino mentale nel quale Seneca può convivere con un elettrodomestico e la Grecia antica con il rumore della modernità.
Io credo che qui Panella metta in scena la confusione della cultura contemporanea.
Noi abbiamo ereditato migliaia di anni di filosofia, arte, poesia e storia, ma viviamo in un mondo nel quale tutto questo viene continuamente mescolato, accelerato, ridotto a frammento.
La testa diventa allora una specie di frullatore.
Non è necessariamente una critica nostalgica. Panella non dice: «una volta c'era la cultura vera e adesso c'è il caos». Piuttosto mostra che il caos è diventato la nostra forma di conoscenza.
Non pensiamo più in una biblioteca silenziosa.
Pensiamo circondati da rumori, immagini, pubblicità, memoria, oggetti, corpi.
E forse «Tubinga» è proprio questo: Hegel dopo la televisione, dopo il supermercato, dopo la cultura di massa.
«La bellezza riunita»
Questa, secondo me, è una delle chiavi segrete dell'intero album.
Il titolo contiene una parola decisiva: riunita.
Che cosa significa riunire la bellezza?
Significa forse che la bellezza non appartiene mai a un dettaglio isolato. Un gesto, un volto, un corpo, un movimento acquistano senso solo dentro la relazione con tutto il resto.
In Hegel la verità di una cosa non è semplicemente la cosa isolata, ma il suo rapporto con il tutto. Panella sembra giocare poeticamente proprio con questa idea.
La persona amata non è bella perché possiede un singolo elemento bello.
È bella perché ogni suo gesto contiene qualcosa che appartiene all'intera persona.
Un movimento della mano non è soltanto una mano che si muove: dentro quel movimento c'è tutta la storia del corpo che lo compie, tutto ciò che quella persona è stata e continua a essere.
Il testo sembra quindi proporre una specie di metafisica del gesto.
L'altro non può essere spezzato.
Se guardo soltanto un dettaglio, lo impoverisco.
La bellezza appare quando il dettaglio viene restituito alla sua totalità.
Ed è qui che il titolo diventa quasi filosofico: la bellezza è riunita quando ciò che abbiamo separato torna a essere relazione.
«La moda nel respiro»
Qui Panella è più apertamente ironico.
Il tema è la moda, naturalmente, ma la moda non riguarda soltanto gli abiti. È la forma invisibile attraverso cui un'epoca ci abita.
Pensiamo di scegliere liberamente ciò che indossiamo, ciò che ascoltiamo, le parole che utilizziamo, i gusti che abbiamo.
Ma il testo suggerisce qualcosa di più inquietante: anche chi crede di opporsi alla moda continua a essere definito dalla moda.
La ribellione stessa può diventare una tendenza.
Chi disprezza ciò che è contemporaneo, spesso è contemporaneo proprio attraverso il proprio disprezzo.
Il respiro del titolo è fondamentale: la moda non è qualcosa che indossiamo soltanto sulla superficie del corpo. La moda entra dentro di noi fino a diventare respirazione.
Respiriamo la nostra epoca.
E quindi non possiamo semplicemente uscirne.
La canzone mi sembra parlare della condizione di chi vuole essere autentico ma scopre continuamente che perfino la propria autenticità utilizza linguaggi, gesti e pose messi a disposizione dal proprio tempo.
Per questo «La moda nel respiro» è molto più filosofica di quanto sembri.
La domanda è:
esiste veramente qualcosa di noi che non sia già stato formato dall'epoca nella quale viviamo?
Il testo insiste proprio sull'impossibilità di porsi completamente fuori dal proprio tempo.
«Stanze come questa»
Qui tocchiamo uno dei testi più misteriosi dell'album.
E io lo leggerei attraverso una parola: interno.
La stanza è un luogo fisico, naturalmente, ma nella poesia può essere anche la mente, il corpo, la memoria, la canzone stessa.
Una delle interpretazioni critiche più interessanti della stagione Battisti-Panella identifica infatti la «stanza» con lo spazio della canzone: il luogo chiuso nel quale linguaggio, immagini e ascoltatore entrano in relazione.
«Stanze come questa» sembra continuamente costruire e distruggere un ambiente.
Dentro quella stanza ci sono il corpo, l'erba, le tracce, la memoria. Il mondo esterno entra nell'interno e l'interno si comporta come un paesaggio.
La cosa che più mi colpisce è che la stanza non sembra mai completamente abitabile.
È uno spazio della memoria.
E sappiamo che la memoria fa una cosa terribile: conserva la presenza proprio attraverso l'assenza.
Ricordiamo qualcuno perché non è più davanti a noi.
La stanza diventa allora il luogo nel quale il corpo assente continua a lasciare un'impronta.
Per me questa canzone parla della difficoltà di dire:
«Tu non sei qui, ma tutto ciò che è qui continua a parlare di te».
Ed è forse una delle canzoni più malinconiche del disco, proprio perché Panella non trasforma la malinconia in confessione sentimentale.
La trasforma in ambiente.
«Estetica»
Questa è probabilmente la canzone centrale di «Hegel».
E il titolo è fondamentale.
L'estetica, filosoficamente, è il pensiero dell'arte, del bello, della percezione. Ma in Panella diventa qualcosa di molto più doloroso: il momento in cui scopriamo che la bellezza non basta a salvare una relazione.
Qui c'è una coppia.
C'è un rapporto.
C'è stata vicinanza.
Ma qualcosa è finito.
La cosa sconvolgente è il modo in cui viene affrontata questa fine: senza esplosione, senza tragedia tradizionale, quasi con la lucidità di chi osserva un processo inevitabile.
È accaduto ciò che doveva accadere.
E questa frase può essere letta in senso hegeliano: il reale, nella sua necessità, arriva a compimento attraverso ciò che accade.
Ma Panella introduce subito una ferita.
Perché capire che qualcosa doveva finire non rende meno dolorosa la sua fine.
L'intelligenza non salva dal dolore.
Puoi comprendere perfettamente una separazione e continuare a soffrirne.
E qui, secondo me, arriva una delle intuizioni più profonde dell'intero disco: l'amore può produrre bellezza, può produrre immagini, può persino diventare arte, ma non può essere conservato attraverso la sua rappresentazione.
Puoi fare il ritratto di una relazione.
Non puoi impedire che la relazione finisca.
Alcuni hanno letto «Estetica» anche come possibile metafora della fine della collaborazione artistica tra Battisti e Panella, e questa interpretazione è affascinante proprio perché «Hegel» sarà effettivamente l'ultimo capitolo del loro sodalizio. Non è dimostrabile come intenzione certa, ma come lettura retrospettiva possiede una sua forza.
Per me «Estetica» dice una cosa spietata:
ci si può piacere immensamente e tuttavia non riuscire a restare insieme.
E forse è proprio per questo che la bellezza può essere così inutile.
«La voce del viso»
E qui il disco arriva, secondo me, alla sua conclusione definitiva.
Dopo Hegel, dopo Tubinga, dopo l'estetica, dopo tutta questa immensa macchina di parole, Panella sembra arrivare a una conclusione quasi paradossale:
il viso dice ciò che il linguaggio non riesce a dire.
Il titolo è magnifico perché mette insieme due cose diverse.
La voce appartiene normalmente alla lingua.
Il viso appartiene all'immagine.
Ma qui il viso possiede una voce.
E quella voce non utilizza la grammatica.
L'espressione del volto non costruisce proposizioni, non coniuga verbi, non argomenta.
Eppure comunica.
Anzi: forse comunica più profondamente.
Un sorriso.
Un tremore.
Uno sguardo.
Una contrazione.
Tutte queste cose possono dire ciò che migliaia di parole non riescono a dire.
Ed è straordinario che l'ultimo album di Battisti finisca, concettualmente, proprio qui.
Dopo anni di parole sempre più complesse, dopo Panella, dopo l'ermetismo, dopo i giochi linguistici, il punto d'arrivo sembra essere:
la sintassi non basta.
Il volto possiede un linguaggio precedente o successivo alla lingua.
E forse l'ultima canzone dice che il miracolo dell'espressione comincia proprio dove il linguaggio perde il controllo.
Una lettura critica ha interpretato il finale proprio come una sorta di resa della parola davanti all'espressione del viso: dopo l'estrema complessità verbale dell'album, ciò che resta è l'emozione non completamente traducibile in linguaggio.
Se dovessi ridurre «Hegel» a un unico movimento
Io lo vedrei così:
«Almeno l'inizio» — il desiderio di cominciare e di vedere l'altro.
«Hegel» — il tentativo di comprendere il mondo attraverso il pensiero.
«Tubinga» — il pensiero che esplode nella confusione contemporanea.
«La bellezza riunita» — la ricerca di una totalità attraverso il corpo e il gesto.
«La moda nel respiro» — la scoperta che perfino noi stessi siamo attraversati dal nostro tempo.
«Stanze come questa» — la memoria dell'altro trasformata in spazio.
«Estetica» — la bellezza incapace di impedire la fine.
«La voce del viso» — ciò che resta quando le parole hanno esaurito il loro potere.
Per me, insomma, «Hegel» di Lucio Battisti è un disco sull'insufficienza del linguaggio. Panella usa parole complicatissime non perché creda che la complessità linguistica possa spiegare tutto, ma forse per dimostrare il contrario: puoi costruire labirinti di filosofia, poesia e immagini, e alla fine scoprire che il volto di una persona, senza dire una sola frase, continua a sapere qualcosa che la lingua non saprà mai.
E, francamente, credo che «La voce del viso» sia una conclusione quasi perfetta per l'intera avventura Battisti-Panella.
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