mercoledì 26 agosto 2026
Il ritorno alla pagina e il sismografo del tempo
Prima o poi accade senza che lo si decida davvero. Non c'è un progetto, non c'è un programma di letture da rispettare, ma soltanto quel gesto ormai familiare di passare la mano sui libri, lasciando che siano loro, e non noi, a scegliere il momento dell'incontro. Così mi è capitato di riaprire I Buddenbrook, quasi per caso, come se il romanzo di Thomas Mann avesse pazientemente atteso il proprio turno sugli scaffali, certo che prima o poi sarei tornato. È una forma di rapporto con i libri che appartiene soprattutto alla maturità. Da giovani si leggono i grandi romanzi per conquistare un territorio sconosciuto, per divorarli, per aggiungere un titolo alla propria formazione. Più tardi, invece, si finisce per comprendere che alcune opere possiedono un tempo diverso dal nostro e che siamo noi, in fondo, a doverci adeguare ai loro richiami. Mentre sfogliavo le prime pagine mi sono sorpreso a fare un calcolo che non avevo mai affrontato con lucidità: la prima volta che lessi questo romanzo doveva essere intorno al 1970. Più di mezzo secolo fa. Cinquant'anni e oltre. Scriverlo produce quasi un senso di vertigine, come se quella distanza appartenesse alla biografia di qualcun altro. E invece quel ragazzo esiste ancora. È rimasto nascosto sotto tutti gli anni trascorsi, sotto tutte le altre letture, sotto le esperienze, le perdite, le illusioni consumate dal tempo. Non è scomparso; è diventato uno dei molti strati di cui è composta la persona che oggi riapre le stesse pagine.
La memoria, del resto, non funziona come un archivio ordinato. Dimentica moltissimo, elimina ciò che ritiene superfluo, cancella successioni di eventi, confonde cronologie, dissolve dettagli che un tempo sembravano fondamentali. Ma proprio mentre distrugge, salva. Custodisce alcuni volti, alcune emozioni, certe presenze che sembrano sottrarsi all'usura degli anni. È forse questo il miracolo della grande letteratura: non ci obbliga a ricordare i fatti, ma ci consegna delle figure umane che continuano a vivere dentro di noi. Per questo, pensando ai Buddenbrook, non riaffiorano per primi gli intrecci economici, le vicende della ditta commerciale di Lubecca, le questioni ereditarie o le strategie della famiglia. Tornano invece due figure che sembrano occupare gli estremi opposti della stessa esperienza umana: Hanno e Thomas. È come se il romanzo intero si fosse progressivamente condensato attorno a loro, lasciando evaporare tutto ciò che era semplice trama per conservare soltanto ciò che appartiene all'essenza.
Hanno continua ad apparirmi come una delle creature più fragili e insieme più resistenti dell'intera letteratura europea. Vive ai margini del rumore del mondo, incapace di adattarsi alla logica della competizione, del successo, della produttività. È un personaggio costruito quasi interamente per sottrazione: non possiede l'aggressività necessaria agli affari, non ha alcuna inclinazione verso il commercio di famiglia, non conosce il linguaggio dell'ambizione. La sua vera patria è la musica, il silenzio, l'esitazione. In una società che misura il valore delle persone attraverso l'efficienza, il rendimento e la capacità di produrre ricchezza, Hanno è inevitabilmente destinato a essere considerato un fallimento. Ma proprio questa sua incapacità di adeguarsi ai criteri dominanti lo rende così profondamente umano. Ogni rilettura rafforza in me l'impressione che Thomas Mann avesse intuito con straordinario anticipo qualcosa che il Novecento avrebbe poi mostrato in tutta la sua drammaticità: la fragilità non è il contrario della forza. Esiste una forza che consiste precisamente nel non lasciarsi trasformare da ciò che il mondo pretende da noi, nel rimanere fedeli a una sensibilità che può apparire improduttiva, perfino inutile, ma che conserva una forma di verità impossibile da ridurre a semplice debolezza.
Di fronte a Hanno si staglia Thomas, il grande custode dell'ordine, della disciplina e del dovere. Se il primo rappresenta la resa alla propria natura più intima, il secondo sembra costruire la propria esistenza come un interminabile esercizio di controllo. Thomas continua a sostenere il peso della famiglia, dell'impresa, del prestigio sociale, anche quando tutto lascia intuire che quell'edificio sta lentamente cedendo. La sua tragedia consiste proprio in questo: recitare fino in fondo il ruolo che la tradizione gli ha assegnato, ben oltre il momento in cui ha smesso di credere davvero nella sua necessità. Ogni gesto, ogni decisione, perfino la cura dell'aspetto esteriore, sembrano nascere dall'urgenza di preservare un ordine che dentro di lui è già compromesso. Rileggendolo oggi mi appare ancora più evidente che Mann non stesse raccontando soltanto il tramonto economico di una famiglia borghese. Il suo vero oggetto era la lenta erosione delle illusioni sulle quali gli individui, le famiglie e persino le civiltà costruiscono la propria identità. La decadenza materiale diventa soltanto il sintomo visibile di un processo molto più profondo, quello attraverso cui ogni sistema di valori, prima o poi, scopre di non poter arrestare il tempo.
Ed è proprio il tempo, forse, il vero protagonista di questa rilettura. Quando affrontai I Buddenbrook da ragazzo avevo davanti quasi tutta la vita. Ogni romanzo era soprattutto una promessa, un laboratorio di possibilità, un luogo nel quale cercare modelli, identificazioni, destini da imitare o evitare. Oggi la prospettiva è inevitabilmente diversa. Gli anni trascorsi alle mie spalle sono ormai più numerosi di quelli che posso ragionevolmente immaginare davanti. È un semplice dato anagrafico, ma modifica radicalmente il modo di leggere. Lo stesso libro che allora parlava del futuro oggi parla soprattutto del tempo. Non delle occasioni che attendono di essere colte, ma dell'inesorabile trasformazione di ogni cosa. Non delle possibilità ancora aperte, ma della pazienza con cui il tempo modifica persone, famiglie, convinzioni, ideali. Da giovani si cercano personaggi nei quali riconoscersi; più avanti si cercano autori capaci di spiegare ciò che ci è accaduto senza che ce ne accorgessimo. Si osserva il mutamento quasi impercettibile delle persone amate, la scomparsa di punti di riferimento che sembravano eterni, l'erosione lenta delle certezze, il naturale passaggio del testimone tra le generazioni, quella malinconia sommessa che non nasce dai grandi eventi ma dall'accumularsi dei giorni ordinari. I grandi romanzi finiscono allora per assomigliare meno a mappe del futuro e molto di più a strumenti con cui comprendere il lavoro silenzioso del tempo sulle nostre esistenze.
Forse è proprio questo il privilegio più autentico della rilettura. Non serve a verificare se ricordiamo la trama o il nome di un personaggio secondario. Serve a misurare la distanza che separa ciò che eravamo da ciò che siamo diventati. Ogni libro importante funziona come uno specchio che non riflette soltanto il testo stampato, ma anche il lettore che vi si affaccia. Alcune frasi che un tempo sembravano marginali emergono improvvisamente con una forza inattesa, quasi fossero state scritte soltanto per questo momento della nostra vita. Altri passaggi, che da giovani ci avevano entusiasmato, perdono invece parte del loro fascino. Non perché il romanzo sia cambiato: le parole sono rimaste esattamente le stesse. È cambiata la materia con cui quelle parole entrano in contatto. Sono cambiate le nostre esperienze, le nostre ferite, le perdite, le attese, le disillusioni. La letteratura rimane immobile; siamo noi a trasformarla ogni volta che torniamo a leggerla.
Quando richiudo il volume, la giornata è ormai vicina alla sera e ciò che rimane non è nostalgia. La nostalgia tende a immobilizzare il passato, a renderlo innocuo, quasi decorativo. La rilettura, invece, compie il movimento opposto: rimette il passato in circolazione, lo costringe a dialogare con il presente e a modificarlo. Quello che provo assomiglia molto di più alla gratitudine. Gratitudine verso quei libri che sanno aspettare senza impazienza, che restano sugli scaffali per decenni senza pretendere nulla, certi che arriverà il giorno in cui saremo finalmente pronti ad ascoltare ciò che, alla prima lettura, non potevamo ancora comprendere. Così una domenica d'agosto, apparentemente uguale a tante altre, finisce per essere abitata dalla presenza silenziosa di due figure che non appartengono più soltanto alla famiglia Buddenbrook, ma alla nostra stessa esperienza del vivere. Hanno e Thomas continuano a interrogare il tempo, la fragilità, il dovere, il destino, ricordandoci che certi libri non finiscono davvero quando si arriva all'ultima pagina. Rimangono dentro di noi come una voce discreta, quasi nascosta, in attesa che il trascorrere degli anni ci renda finalmente capaci di riconoscerla e di comprenderne fino in fondo il significato.
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