venerdì 7 agosto 2026

Mircea Cărtărescu, “Solenoide”: la letteratura come ultima prigione

Solenoide di Mircea Cărtărescu è uno di quei romanzi davanti ai quali la parola “grande” rischia di diventare immediatamente inservibile: grande per dimensioni, certo, ma soprattutto per ambizione, per voracità, per la pretesa quasi oscena di non lasciare fuori nulla. Il corpo, la malattia, l’infanzia, la sessualità, la memoria, la matematica, la fisica, la morte, il sogno, la religione, la dittatura, la letteratura, la materia, il cosmo: tutto viene trascinato dentro una macchina narrativa che non procede veramente verso una soluzione, ma sprofonda. È questo, forse, il verbo più esatto per avvicinarsi al libro: Solenoide non racconta tanto una storia quanto una discesa nella materia stessa dell’esistenza.

Il romanzo, pubblicato originariamente nel 2015, è costruito intorno a un io narrante che ha qualcosa di radicalmente antiromanzesco: è un insegnante di scuola nella Bucarest degli anni del regime comunista, un uomo che avrebbe voluto essere scrittore e che invece ha conosciuto una sorta di fallimento letterario originario. La sua esistenza sembra dunque essersi consumata in una biforcazione sbagliata: avrebbe potuto essere un’altra persona, vivere un’altra vita, scrivere altri libri. Cărtărescu prende questo semplice dispositivo e lo porta fino alle conseguenze estreme. Non costruisce semplicemente l’ipotetica biografia di un uomo che non è diventato scrittore: costruisce il mondo mostruosamente complesso di ciò che potrebbe esistere al posto della letteratura. Il libro si presenta infatti come un manoscritto, una sorta di diario delle anomalie, nel quale la vita quotidiana e le visioni si contaminano continuamente, fino a rendere impossibile stabilire dove termini l’esperienza e dove cominci il delirio.

È qui che la Bucarest di Solenoide smette di essere una semplice ambientazione. La città non fa da sfondo: è un organismo. È una creatura malata, una massa architettonica in decomposizione, una città socialista fatta di scuole periferiche, edifici miserabili, strade, appartamenti, corpi, ospedali, topografie deformate dalla memoria. Cărtărescu stesso ha spiegato di avere in qualche modo inventato la propria Bucarest, appropriandosi letterariamente della città reale fino a trasformarla in una città fantastica, una “città più triste del mondo”, costruita sulle rovine di una gloria perduta.

Questa precisazione è importante perché impedisce di leggere Solenoide semplicemente come un romanzo fantastico ambientato nella Romania di Ceaușescu. Il regime è certamente presente, e la realtà storica della dittatura costituisce una delle pressioni concrete che deformano l’esistenza dei personaggi, ma Cărtărescu non vuole limitarsi alla rappresentazione del totalitarismo. Il comunismo diventa piuttosto una delle forme storiche di una prigione infinitamente più vasta. La vera dittatura è quella della realtà stessa. La vera tirannia è quella dei cinque sensi, della carne, della morte, della temporalità, della causalità, della geometria tridimensionale dentro la quale siamo stati condannati a vivere.

Da questo punto di vista il solenoide è molto più di un oggetto fantastico. È un dispositivo metafisico. Nella casa a forma di nave acquistata dal protagonista ne esiste uno, lasciato dal precedente proprietario, e il suo campo magnetico permette al corpo di sottrarsi alla gravità. Ma nella Bucarest sotterranea del romanzo esistono altri solenoidi, e la loro presenza suggerisce che sotto la città visibile ne esista un’altra, invisibile, energetica, dimensionale, una rete capace di mettere in crisi le coordinate fondamentali della realtà.

La genialità di Cărtărescu sta nel non utilizzare mai la fantascienza come evasione dalla realtà. Accade esattamente il contrario. Più il romanzo diventa fantastico, più la realtà si fa insopportabilmente concreta. Più il protagonista sogna, più il corpo diventa presente. Più si inoltra nelle dimensioni parallele, più si scontra con la morte. Più cerca una via d’uscita dall’universo, più l’universo gli restituisce la propria irriducibilità.

È una contraddizione che attraversa tutto il libro: la fuga dalla realtà può essere tentata soltanto attraverso una conoscenza ancora più radicale della realtà. E tuttavia la conoscenza non libera. Anzi, spesso rende la prigione più evidente.

In questo senso Solenoide è un libro profondamente kafkiano, ma definirlo semplicemente “kafkiano” significa forse fermarsi troppo presto. Kafka è certamente uno dei suoi fantasmi, così come Borges, e la critica ha insistito giustamente su questo sistema di parentele. La struttura labirintica, l’impossibilità di arrivare a un centro, l’ossessione per una verità continuamente differita, il senso di essere intrappolati dentro un ordine che non comprendiamo, sono inequivocabilmente kafkiani. Borges è invece presente nella proliferazione delle possibilità, nelle biforcazioni della realtà, nella biblioteca mentale, nei dispositivi combinatori e nell’idea che un universo possa contenere infiniti universi alternativi. Non è casuale che anche la critica abbia accostato Solenoide al Giardino dei sentieri che si biforcano.

Ma Cărtărescu non è né Kafka né Borges. E la cosa più interessante è proprio il punto in cui se ne allontana.

Kafka tende a prosciugare il mondo fino a trasformarlo in allegoria dell’angoscia. Borges tende a raffreddarlo, a renderlo una costruzione intellettuale, un congegno perfetto. Cărtărescu invece lo gonfia. Lo fa proliferare. Lo rende corporeo, vischioso, erotico, malato, parassitario, organico. In Solenoide la metafisica non è mai veramente disincarnata: passa attraverso la pelle, gli organi, le secrezioni, le infestazioni, le malattie, la sessualità, la paura del dolore e della morte. È una metafisica del corpo. Ed è probabilmente questa una delle caratteristiche più originali del romanzo.

La materia, in Cărtărescu, non è il contrario dello spirito. È lo spirito che non ha ancora trovato il modo di uscire dalla materia.

E allora comprendiamo anche perché il romanzo sia ossessionato dai parassiti, dagli insetti, dalle malattie, dalle anomalie corporee, dalle deformazioni. Non sono semplicemente immagini grottesche. Sono incrinature nella presunta perfezione dell’ordine naturale. Sono segnali. Il corpo è già una macchina incomprensibile e terrificante, un universo che portiamo addosso senza poterlo veramente conoscere. La pelle che separa il soggetto dal mondo diventa allora una frontiera illusoria: ciò che crediamo essere “io” è soltanto una zona provvisoria di un sistema infinitamente più vasto.

Qui il romanzo assume una dimensione quasi gnostica. Il mondo appare come una prigione e la conoscenza come una forma di fuga. Ma la fuga non coincide con la conquista di una verità religiosa rassicurante. Al contrario, ogni porta aperta conduce a un’altra porta, ogni dimensione a un’altra dimensione, ogni spiegazione a un enigma più grande. Il sapere non chiude il labirinto: lo moltiplica.

E proprio per questo la figura del protagonista-insegnante è tutt’altro che casuale. Egli è colui che dovrebbe trasmettere la conoscenza e che, contemporaneamente, non riesce a trovare una conoscenza capace di salvarlo. Insegna letteratura rumena in una scuola periferica, dentro una quotidianità spesso sordida e assurda, mentre la sua mente costruisce un’altra architettura dell’universo. La scuola diventa così una sorta di controfigura dell’universo stesso: un luogo nel quale gli esseri umani vengono confinati, educati, disciplinati, classificati, costretti dentro una normalità che nessuno ha scelto. Il professore insegna dentro la prigione mentre sogna di evadere dalla prigione cosmica.

È qui che la biografia di Cărtărescu diventa materia narrativa senza trasformarsi semplicemente in autobiografia. Il protagonista avrebbe potuto essere scrittore, ma non lo è diventato; Cărtărescu invece lo è diventato. Il romanzo nasce precisamente da questa differenza. È come se l’autore avesse creato una propria linea temporale alternativa, una vita possibile nella quale la letteratura non ha avuto luogo, e poi avesse osservato cosa sarebbe accaduto a quell’uomo. L’esperimento è vertiginoso perché la letteratura, nel libro, diventa contemporaneamente ciò che manca e ciò che continua ossessivamente a manifestarsi.

Il protagonista non può smettere di scrivere anche se è proprio la scrittura che mette continuamente sotto processo.

Questo è, a mio avviso, il punto più terribile di Solenoide: la letteratura non viene semplicemente celebrata. Viene sottoposta a un processo.

Ed è qui che il confronto con Proust diventa davvero interessante. Apparentemente i due universi sembrano lontanissimi. Da una parte la Recherche, la memoria involontaria, il tempo perduto, l’arte come forma di risarcimento; dall’altra la Bucarest allucinata di Cărtărescu, i solenoidi, le dimensioni parallele, la matematica, le sette mistiche, le apparizioni, il corpo, il delirio. Eppure sotto questa distanza esiste una parentela profonda: entrambi i romanzi sono costruiti intorno alla convinzione che la realtà visibile non esaurisca l’esperienza e che il passato continui a vivere dentro il presente attraverso la memoria. Anche in Cărtărescu ricordare significa riaprire il tempo, riportare alla superficie qualcosa che sembrava morto.

Ma qui la strada si biforca.

Per Proust la memoria può finalmente trovare nell’opera d’arte la propria forma di redenzione. Il tempo perduto non viene restituito alla vita: viene trasformato. La letteratura riesce a fare ciò che la vita non può fare, cioè dare una forma alla perdita. L’esperienza diventa opera e, diventando opera, cessa almeno in parte di essere soltanto dolore.

In Solenoide questa fiducia è quasi completamente corrosa.

La letteratura non è più necessariamente la porta d’uscita. Può essere un altro solenoide. Un’altra macchina. Un altro dispositivo costruito dall’uomo per convincersi che esista un altrove.

È una differenza enorme.

Proust può ancora credere nella salvezza estetica perché, alla fine, crede nella possibilità che l’esperienza venga ricomposta attraverso la forma. Cărtărescu sembra invece sospettare che ogni forma sia già una semplificazione. Che il mondo sia troppo vasto, troppo ramificato, troppo mostruosamente molteplice perché un’opera possa contenerlo davvero. La letteratura può soltanto registrare le anomalie, inseguire i frammenti, costruire mappe di una realtà che continua a sfuggire.

Da qui la natura sterminata del romanzo. La sua lunghezza non è un incidente e neppure una semplice prova di virtuosismo. È una dichiarazione di poetica. Solenoide deve essere enorme perché l’universo che tenta di contenere è enorme. La digressione non è un difetto del racconto: è il racconto. La deviazione è la struttura. Il labirinto non è un luogo nel quale la narrazione si perde: è la forma stessa della narrazione.

Per questo trovo riduttivo parlare di Solenoide come di un romanzo “surrealista” o “magico”. Sono categorie utili per avvicinarsi al libro, ma insufficienti per comprenderne la natura. Cărtărescu non introduce il fantastico dentro un mondo realistico: modifica progressivamente il concetto stesso di realtà. Il sogno non è l’opposto della realtà perché anche la realtà è, in qualche modo, un sogno che non sappiamo di sognare. Il delirio non è una deviazione patologica dalla normalità: è una delle modalità attraverso le quali la normalità rivela la propria natura delirante.

La frase secondo cui il delirio non sarebbe una scoria della realtà, ma parte di essa, contiene in fondo la chiave dell’intero libro. Non esiste una realtà pura dalla quale il sogno possa essere separato. Esiste un continuum nel quale memoria, desiderio, paura, esperienza sensoriale, immaginazione e materia si compenetrano incessantemente.

È per questo che Solenoide può risultare talvolta estenuante. E sarebbe sbagliato nasconderlo dietro l’ammirazione. Cărtărescu ha una tendenza all’accumulo che può diventare quasi tirannica. Il romanzo insiste, ritorna, dilata, aggiunge, moltiplica. Alcuni motivi vengono ripresi fino a produrre nel lettore una sensazione di saturazione; persino una parte della critica favorevole ha osservato come talvolta certe immagini ritornino oltre il punto necessario e alcuni passaggi rallentino eccessivamente.

Ma forse anche questo eccesso appartiene alla sua necessità interna. Solenoide non vuole essere un libro “perfetto” nel senso classico. Non vuole essere una macchina narrativa impeccabile. È una proliferazione. Un organismo che cresce per metastasi. E come ogni organismo smisurato produce anche tessuti eccedenti, escrescenze, zone nelle quali il lettore si perde.

È un libro che rischia continuamente di diventare troppo. E proprio questo “troppo” è la sua forza. Perché il vero argomento di Solenoide non è la possibilità di un’altra dimensione. È l’insufficienza della dimensione nella quale siamo stati gettati. Non è la fantasia. È l’impossibilità di accontentarsi del reale.

Il protagonista non cerca semplicemente un universo parallelo: cerca un’esistenza che non sia condannata alla morte. Ed è qui che la morte diventa il centro segreto del romanzo. Tutto ciò che accade — le visioni, la matematica, i solenoidi, le sette, i sogni, la sessualità, la memoria, le anomalie, la letteratura — è un tentativo di rispondere a una domanda infantile e terribile: perché dobbiamo morire? E soprattutto: perché dobbiamo sapere di dover morire?

La conoscenza della morte è forse la prima e ultima prigione dell’uomo. Non possiamo uscire dal nostro corpo, non possiamo uscire dal tempo, non possiamo uscire dalla nostra coscienza, e soprattutto non possiamo uscire dalla consapevolezza che tutto questo finirà. La metafisica di Cărtărescu nasce da questa ferita.

E allora il solenoide diventa il simbolo perfetto: una macchina capace di alterare la gravità, dunque una macchina capace di intervenire sulla legge fondamentale che ci tiene inchiodati alla terra. Il sogno umano più antico — volare, trascendere, non essere più sottoposti alla materia — viene tradotto in un dispositivo quasi scientifico. La metafisica assume la forma della tecnologia e la tecnologia si trasforma in metafisica.

Ma nessuna macchina è sufficiente. Nemmeno la letteratura. Nemmeno il sogno. Nemmeno l’amore. Nemmeno la conoscenza. Nemmeno l’arte.

E forse è proprio qui che Solenoide diventa un libro disperatamente contemporaneo. Perché ci parla di un’epoca nella quale abbiamo accumulato strumenti di conoscenza infinitamente superiori a quelli del passato e tuttavia non abbiamo risposto alle domande fondamentali. Sappiamo infinitamente di più e comprendiamo forse infinitamente meno. Abbiamo moltiplicato le mappe senza trovare una via d’uscita.

Cărtărescu porta questa contraddizione fino all’estremo: la cultura diventa sterminata, la conoscenza enciclopedica, l’immaginazione inesauribile, e tuttavia l’uomo continua a essere un animale chiuso dentro un corpo destinato a morire.

È questo che rende il romanzo tanto diverso dalla semplice celebrazione dell’immaginazione. L’immaginazione non è consolatoria. È una forma di disperazione.

Immaginare altri mondi significa ammettere che questo mondo non basta. E forse scrivere significa precisamente questo: non riuscire ad accettare il mondo così com’è.

Da questo punto di vista Solenoide mi sembra uno dei grandi libri contemporanei sulla condizione dello scrittore, ma paradossalmente è anche un libro sulla necessità di mettere in dubbio lo scrittore. Il protagonista è uno scrittore mancato e proprio per questo diventa una specie di negativo fotografico di Cărtărescu. Il romanzo si costruisce intorno alla domanda: che cosa sarebbe successo se la letteratura non fosse stata la mia salvezza? E la risposta è terribile: forse non esiste salvezza.

Cărtărescu non risponde con la fede nella letteratura. Risponde con una letteratura che mette in scena la propria insufficienza.

E qui ritorna Proust, ma capovolto. Se nella Recherche l’artista arriva infine a comprendere che la propria vita, proprio perché perduta, può essere salvata attraverso l’opera, in Solenoide l’opera stessa sembra essere trascinata dentro la corrente della perdita. Non c’è una definitiva trasformazione della sofferenza in bellezza. C’è una bellezza che continua a sorgere dalla sofferenza, certo, ma senza poterla cancellare.

È una differenza sottile e abissale. Proust trasforma il tempo in arte. Cărtărescu tenta di trasformare l’arte in una porta attraverso cui uscire dal tempo. E la porta non si apre. O forse si apre, ma conduce soltanto a un’altra stanza.

È questa la vertigine di Solenoide: la promessa della fuga e la sua impossibilità coincidono. Il libro continua a costruire passaggi verso l’altrove, ma ogni altrove si rivela una nuova forma del dentro. Il mondo può essere attraversato, deformato, sognato, moltiplicato, ma non abbandonato.

Alla fine rimane il corpo. Rimane la memoria. Rimane la morte. Rimane la scrittura. E rimane quel gesto ostinato e quasi insensato con cui un uomo continua ad annotare ciò che gli accade, come se registrare le proprie anomalie potesse impedire all’universo di cancellarle.

È forse questo il vero solenoide del romanzo: non la bobina nascosta sotto la casa, non il campo magnetico capace di sospendere la gravità, ma il libro stesso. Una macchina narrativa che tenta di sospendere il peso della realtà attraverso la scrittura. Un gigantesco dispositivo costruito per sottrarre per qualche centinaio di pagine il lettore alla legge di gravità del mondo. E funziona. Funziona in modo quasi indecente.

Perché si esce da Solenoide con la sensazione di avere attraversato non una storia ma un’altra configurazione della mente. Come se il romanzo avesse spostato per qualche ora le coordinate abituali con le quali misuriamo ciò che chiamiamo reale. Non si torna semplicemente alla vita quotidiana dopo averlo letto: si torna alla vita quotidiana con il sospetto che sotto di essa esista qualcosa che continua a pulsare.

Forse è questa la grandezza definitiva di Cărtărescu: non aver inventato un mondo alternativo, ma aver reso insopportabilmente insufficiente quello che chiamiamo mondo.

E allora capisco perfettamente l’attesa di anni prima di arrivare a questo libro. Alcune opere non sono semplicemente libri da leggere. Sono dispositivi ai quali arriviamo quando siamo finalmente abbastanza stanchi della realtà per desiderare che venga messa in discussione.

Solenoide è uno di questi. Un romanzo mostruoso, smisurato, a tratti persino irritante nella sua bulimia immaginativa, ma proprio per questo irriducibile. Non chiede al lettore di credere alla sua metafisica: gli chiede qualcosa di più pericoloso, cioè di dubitare della propria.

E forse la letteratura, quando raggiunge questo punto, non è più una forma di salvezza. È una forma di vertigine. E la vertigine, qualche volta, è l’unica cosa che ci resta quando abbiamo smesso di credere alla possibilità di essere salvati.



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