Ci sono libri che si leggono per capire qualcosa e libri che si leggono perché hanno già capito qualcosa di noi. «Sommario di decomposizione» appartiene alla seconda categoria, che è anche quella più pericolosa. Non è un libro che ci spiega il nichilismo, la disperazione, il tempo, la solitudine, la storia, Dio o la morte: è un libro che ci mette davanti alla loro presenza, come davanti a uno specchio nel quale, dopo aver guardato abbastanza a lungo, cominciamo a riconoscere non il nostro volto ma la sua progressiva cancellazione.
Quando apparve a Parigi nel 1949, Cioran era ancora quell’apolide che avrebbe fatto della propria estraneità una specie di patria negativa. La cultura francese era attraversata dall’idea dell’impegno, dalla fede nella storia, dalla responsabilità dell’intellettuale, dalla necessità di prendere posizione. Cioran arriva esattamente dalla parte opposta: non vuole impegnarsi, non vuole appartenere, non vuole costruire una teoria del futuro, non vuole pronunciare quel «noi» che per lui è già l’inizio di una menzogna collettiva. Adelphi, nella presentazione del volume, sottolinea proprio questa opposizione all’ideale, all’avvenire, alla filosofia intesa come sistema e all’uso rassicurante del pronome «noi».
Ed è forse qui che comincia la vera attualità di Cioran.
Perché «Sommario di decomposizione» non è semplicemente un libro pessimista. Il pessimismo, dopotutto, è ancora una posizione: presuppone un mondo contro il quale protestare, una speranza rovesciata, una misura del bene dalla quale ricavare la misura del male. Cioran è più radicale. Non si limita a dire che il mondo è cattivo: sospetta della necessità stessa di formulare un giudizio sul mondo. Non vuole sostituire una fede con un’altra, né il progresso con la decadenza, né Dio con il nulla. Vuole arrivare al punto in cui persino le nostre consolazioni negative cominciano a perdere consistenza.
È questa la ragione per cui Cioran è molto più difficile da liquidare come «nichilista» di quanto non sembri.
Il nichilista da manuale distrugge i valori perché non ne riconosce più alcuno. Cioran, invece, sembra distruggere anche il gesto stesso della distruzione. La sua è una forma di pensiero che non riesce — e forse non vuole — stabilizzarsi in una dottrina. Ogni frase afferma e contemporaneamente corrode ciò che ha appena affermato. Ogni conclusione porta in sé il germe della propria smentita. Cioran non costruisce una filosofia del nulla: costruisce, piuttosto, una scrittura capace di far sentire il nulla mentre lavora dentro le cose.
Il titolo è già una dichiarazione di poetica. Un «sommario» dovrebbe ordinare, catalogare, mettere in successione. La «decomposizione», al contrario, disfa, separa, corrompe, porta ogni organismo verso la propria dissoluzione. Il titolo contiene dunque una contraddizione perfettamente cioraniana: fare l’inventario di ciò che non può essere ordinato, compilare il catalogo di una rovina, dare una forma letteraria all’impossibilità di ogni forma definitiva.
E Cioran, infatti, è soprattutto uno scrittore.
Questa è una cosa che a volte si dimentica quando lo si inserisce troppo frettolosamente nella storia della filosofia. La sua parentela più profonda non è forse con i filosofi sistematici, ma con i moralisti, con gli aforisti, con i grandi anatomisti dell’animo umano. Adelphi lo accosta significativamente a Chamfort e Pascal, più che a Sartre; e la sua scrittura francese appare subito come una lingua nella quale il pensiero non viene semplicemente espresso, ma prende una forma nuova, nervosa, musicale, definitiva.
Il francese, in Cioran, non è soltanto una lingua adottata: è una disciplina.
La sua lingua romena era stata la lingua dell’ebbrezza, dell’insonnia, dell’esaltazione, della febbre metafisica. Il francese diventa invece il bisturi. È come se Cioran avesse capito che per dire veramente la disperazione occorresse sottrarla alla disperazione stessa, togliendole ogni grido, ogni teatralità, ogni sentimentalismo. La frase deve essere elegante proprio mentre pronuncia l’orrore. Deve essere limpida mentre parla dell’abisso. Deve possedere una precisione quasi classica mentre descrive la disgregazione dell’essere.
È questa compostezza a rendere Cioran così feroce.
La sua disperazione non urla. Non ha bisogno di farlo.
Cioran sa che l’urlo, quando diventa letteratura, rischia di trasformarsi in posa. Preferisce allora la frase breve, la sentenza, l’epigramma, l’affondo improvviso. Il pensiero diventa una lama. Ma una lama che conosce la musica. Non è casuale che il libro venga considerato da molti uno dei suoi testi maggiori e che, nella sua storia editoriale, sia stato tradotto in tedesco da Paul Celan, uno dei grandi poeti del Novecento.
Leggere Cioran significa allora entrare in una letteratura nella quale la filosofia ha perso la propria rispettabilità accademica e ha ritrovato la propria ferocia originaria.
La filosofia, in queste pagine, non è più la disciplina che risponde alle domande. È quella che impara a sopportarle senza risposta.
E soprattutto è quella che smette di fingere che le risposte siano necessarie.
Cioran diffida dell’idea. Diffida dell’avvenire. Diffida della Storia con la maiuscola. Diffida del progresso. Diffida delle comunità fondate su una verità condivisa. Diffida dell’entusiasmo. Diffida persino di quella particolare forma di intellettuale che crede di poter parlare a nome degli altri. Il suo bersaglio non è dunque soltanto la religione o la politica: è ogni costruzione mentale che pretenda di trasformare la contingenza dell'esistenza in un progetto dotato di senso.
E qui il libro diventa politicamente più inquietante proprio perché non è un libro politico.
Cioran guarda con sospetto tutti coloro che possiedono una destinazione per l’umanità. Ogni ideologia, ogni utopia, ogni religione secolarizzata gli appare come una macchina capace di trasformare l’uomo in strumento. Dietro il linguaggio dell’avvenire intravede sempre il presente che viene sacrificato. Dietro il «noi» sente già la violenza che sarà esercitata contro chi non ne farà parte.
È difficile non leggere queste pagine oggi con una certa inquietudine.
Abbiamo cambiato le ideologie, abbiamo cambiato i mezzi, abbiamo cambiato la velocità della comunicazione, ma non abbiamo smesso di desiderare sistemi capaci di dirci dove andare. Anzi, forse abbiamo sviluppato un bisogno ancora più disperato di appartenenza. Abbiamo trasformato l’identità in una religione quotidiana, l’opinione in un distintivo, la posizione in una forma di fede. Cioran, invece, continua a ricordarci che ogni volta che qualcuno parla troppo convintamente in nome di tutti, qualcosa dovrebbe metterci in allarme.
Il suo odio per il «noi» è una delle intuizioni più moderne del libro.
Non perché l’individuo debba necessariamente essere celebrato contro la comunità — sarebbe troppo facile, e Cioran non è mai così facile — ma perché ogni comunità tende a inventarsi una lingua nella quale la responsabilità individuale evapora. Il «noi» può essere una forma grammaticale dell’innocenza collettiva. Si dice «noi» e improvvisamente nessuno è più responsabile di niente.
Cioran preferisce l’io, ma persino l’io gli sembra sospetto.
Ed è qui che la sua scrittura diventa veramente vertiginosa: non c’è una posizione esterna dalla quale giudicare il mondo. Il pensatore è dentro la decomposizione che descrive. Non osserva il cadavere dal bordo della strada: è parte del cadavere. Non denuncia la vanità: ne è contaminato. Non contempla il nulla: lo porta con sé.
Questo è ciò che distingue Cioran da una certa letteratura del pessimismo che, pur proclamando la propria disperazione, conserva in fondo una robusta fiducia nell’io che la pronuncia. Cioran invece corrode anche il soggetto che parla. La sua intelligenza non è una fortezza dalla quale guardare il disastro: è una sostanza corrosiva che finisce per aggredire anche chi la utilizza.
E forse per questo Cioran non è mai veramente consolatorio.
Nemmeno quando è divertente.
Perché Cioran è spesso divertentissimo. La sua crudeltà possiede una vena comica che impedisce alla disperazione di diventare pomposa. La battuta, l’iperbole, il paradosso, l’ironia fanno continuamente saltare la solennità del discorso metafisico. Cioran conosce benissimo il ridicolo di chi parla troppo seriamente del nulla. E sa che anche il nichilismo, quando si mette in posa, rischia di diventare una religione da salotto.
Questa ironia è la sua forma di igiene.
Lo salva dall’essere un predicatore della morte.
E lo salva soprattutto dai suoi imitatori.
Perché il problema di Cioran è che è stato facilmente trasformato in una fabbrica di citazioni. È diventato uno degli autori più saccheggiati dalla cultura della frase memorabile: una frase sul nulla, una frase sulla solitudine, una frase sulla nascita, una frase sulla morte, una frase sull’amore, e Cioran può essere ridotto a una collezione di sentenze da condividere. Ma un Cioran ridotto alla citazione è un Cioran addomesticato.
Il vero Cioran è molto più scomodo.
Non offre frasi da mettere in cornice: offre un metodo per togliere la cornice alle cose.
La sua scrittura non è una raccolta di belle frasi sulla disperazione; è l'esperienza della disperazione come forma di lucidità. Ed è proprio questa lucidità che può diventare insopportabile. Perché il pessimismo è ancora una posizione emotiva, mentre la lucidità è qualcosa di più freddo. Può lasciarti senza l’alibi dell’emozione.
Cioran non dice semplicemente: «sono disperato».
Dice: guarda cosa resta quando smetti di raccontarti che la disperazione ha bisogno di una ragione.
È una differenza enorme.
In «Sommario di decomposizione» si avverte inoltre una tensione costante tra metafisica e fisiologia. L’essere umano è un animale che pensa troppo al proprio destino e troppo poco al proprio corpo, mentre il corpo, silenziosamente, continua a lavorare contro tutte le nostre illusioni. La morte non è soltanto un evento futuro: è una presenza che attraversa ogni istante. La decomposizione è già cominciata.
Questa è forse la vera crudeltà di Cioran: non dobbiamo aspettare la fine per finire.
Stiamo finendo continuamente.
Ogni cosa che amiamo è già consegnata alla perdita nel momento stesso in cui appare. Ogni identità è provvisoria. Ogni passione porta in sé la propria stanchezza. Ogni memoria è un modo di sottrarre qualcosa al presente e, nello stesso tempo, di accettarne la scomparsa. Persino la scrittura — che sembrerebbe il gesto più ostinato contro la morte — non è altro che un modo elegante di lasciare tracce sopra qualcosa che continua a cancellarle.
E allora perché scrivere?
Cioran non risponde mai davvero. O risponde in cento modi diversi, tutti contraddittori.
Forse si scrive perché non si può fare altro. Forse perché la parola è una malattia. Forse perché parlare significa rimandare il silenzio. Forse perché ogni libro è una forma di vendetta contro il tempo. Ma forse anche perché esiste una strana voluttà nel mettere ordine nella propria rovina.
Il «sommario» è precisamente questo: il tentativo impossibile di dare una forma alla decomposizione.
Ed è qui che Cioran diventa, a mio avviso, più vicino alla poesia che alla filosofia.
Non perché scriva versi, ma perché ogni sua intuizione pretende una precisione ritmica. La frase deve cadere nel punto esatto in cui il pensiero diventa ferita. La sua metafisica è una metafisica della cadenza. Il concetto, in Cioran, non è mai completamente separabile dalla musica della frase.
È un pensatore che ha bisogno della letteratura per poter pensare.
E forse questa è la ragione per cui lo si legge meglio quando si è già diventati diffidenti verso la filosofia.
Quando si è capito che i sistemi, alla fine, sono edifici e che tutti gli edifici hanno bisogno di fondamenta, mentre Cioran preferisce sedersi proprio sul punto in cui il pavimento comincia a cedere.
Quando si è capito che la cultura può essere una forma di consolazione tanto quanto la religione.
Quando si è capito che anche la letteratura, se vuole essere soltanto «bella», rischia di diventare una decorazione del nulla.
Cioran non decora.
Scortica.
E tuttavia non bisogna cadere nell'equivoco di considerare «Sommario di decomposizione» un libro semplicemente cupo. La sua forza nasce da una specie di energia negativa, da una vitalità che non coincide affatto con l'ottimismo. C’è qualcosa di quasi euforico nella sua intelligenza. La negazione stessa diventa una forma di ebbrezza. Non a caso il percorso di Cioran arriverà poi all’aforisma dei «Sillogismi dell’amarezza», dove il pensiero si farà ancora più concentrato, ancora più fulmineo, attraversando vuoto, solitudine, erotismo, suicidio, musica, storia e tempo. Adelphi definisce significativamente «Sommario di decomposizione» un trattato «sul bordo di un precipizio».
È una definizione perfetta.
Cioran scrive sul bordo e non oltrepassa il bordo.
Questa è la sua grandezza e forse anche la sua etica.
Perché la disperazione assoluta, se presa alla lettera, non produce necessariamente la morte: può produrre una forma esasperata di attenzione alla vita. Se nulla ha senso, allora ogni dettaglio diventa terribilmente importante. Se tutto è destinato a finire, allora il tempo diventa quasi insopportabilmente prezioso. Se non c’è salvezza, allora bisogna almeno guardare con precisione ciò che ci sta accadendo.
La lucidità diventa l’ultimo vizio del disperato.
E Cioran lo sa.
Per questo non credo che si debba leggere «Sommario di decomposizione» cercando una filosofia da adottare. Sarebbe quasi tradire il libro. Cioran non vuole discepoli. Un Cioran trasformato in maestro sarebbe già una contraddizione. Non vuole fondare una scuola del disincanto, perché anche il disincanto, quando diventa scuola, si trasforma in dogma.
Vuole piuttosto insinuare un dubbio.
Un dubbio che non riguarda soltanto Dio, la storia o l’uomo, ma riguarda la nostra necessità di credere che qualcosa debba necessariamente significare qualcosa.
Ed è questo che rende la sua opera così difficile da consumare.
La si può leggere a vent'anni come una rivelazione. A quaranta come una diagnosi. A sessanta come una specie di complicità. Ma ogni età modifica il veleno.
Perché Cioran cambia quando cambiamo noi.
Il giovane cerca in lui la legittimazione della propria disperazione. L’adulto vi riconosce la stanchezza delle illusioni. Il vecchio può incontrarvi qualcosa di ancora più terribile: non la morte, ma la progressiva sottrazione delle ragioni per cui avevamo creduto necessario continuare a costruire.
E allora «Sommario di decomposizione» non è più soltanto un libro sul nulla.
È un libro sul tempo.
Sul modo in cui il tempo ci spoglia lentamente di tutte le nostre definizioni. Prima siamo qualcuno per gli altri, poi diventiamo qualcuno per pochi, poi qualcuno che viene ricordato, poi qualcuno che deve essere ricordato da qualcun altro, finché anche il ricordo perde il proprio destinatario.
La decomposizione è anche questa.
È la dissoluzione della biografia.
E forse è proprio qui che Cioran diventa più vicino a noi di quanto vorremmo ammettere. Perché tutti abbiamo costruito una storia intorno a noi stessi. Tutti abbiamo avuto un’idea del nostro posto, delle persone che ci hanno formato, dei libri che abbiamo letto, delle cose che abbiamo fatto, delle sconfitte che ci hanno definito. Poi arriva il tempo e comincia a cancellare i contorni.
Cioran non promette di salvarci da questa cancellazione.
Ci insegna, semmai, a guardarla.
Con una frase impeccabile.
Con una risata improvvisa.
Con una crudeltà che talvolta assomiglia alla pietà.
Questo è il paradosso più bello di Cioran: scrive contro tutte le consolazioni e tuttavia la sua scrittura può diventare una compagnia. Non una consolazione — sarebbe troppo semplice — ma una compagnia. La compagnia di qualcuno che non ci dice che andrà tutto bene. Qualcuno che non ci promette un futuro migliore, non ci invita a credere, non ci vende una formula per la felicità.
Qualcuno che semplicemente si siede accanto a noi davanti alla rovina e dice: guardiamola bene.
E forse è questo il motivo per cui continuiamo a tornare a Cioran.
Non perché ci abbia insegnato a vivere.
Ma perché, in un mondo che non smette di ordinarci di vivere, produrre, credere, partecipare, appartenere, progettare, migliorare, Cioran conserva il diritto — scandaloso, aristocratico, quasi osceno — di dire di no.
No alla Storia.
No al progresso.
No alle ideologie.
No alle grandi parole.
No al conforto dell'appartenenza.
No persino alla pretesa che il dolore debba necessariamente produrre un significato.
E dentro tutti questi «no» c’è una forma paradossale di libertà.
Non la libertà di chi ha trovato una verità, ma quella di chi ha smesso di averne bisogno.
È qui che «Sommario di decomposizione» smette di essere un semplice libro di filosofia negativa e diventa letteratura nel senso più alto e più pericoloso della parola: un’opera che non ci consegna una risposta, ma modifica la qualità delle nostre domande.
Dopo Cioran, persino il silenzio sembra avere un pensiero.
E la decomposizione non è più soltanto ciò che accade alle cose quando muoiono.
È ciò che accade alle illusioni quando finalmente diventiamo abbastanza vecchi, abbastanza stanchi o abbastanza lucidi da non averne più bisogno.
Forse è questo il vero «sommario» di Cioran: non un catalogo del nulla, ma l’inventario spietato di tutto ciò che, dentro di noi, non riesce più a fingere di essere eterno.
E per questo «Sommario di decomposizione» resta un libro terribile.
Non perché ci dica che moriremo.
Quello lo sappiamo tutti.
Ma perché, con una eleganza quasi indecente, ci costringe a riconoscere che una parte di noi è già morta ogni volta che abbiamo smesso di credere a qualcosa, ogni volta che una persona è diventata assenza, ogni volta che un’epoca è finita senza accorgersi di essere finita, ogni volta che un libro ha chiuso per sempre una porta che credevamo ancora aperta.
Cioran non scrive dunque della fine.
Scrive del momento esatto in cui ci accorgiamo che la fine era già cominciata.
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