martedì 25 agosto 2026

Corpi che non tacciono


Non è dal volto che comincia questa storia. Comincia dal margine, dalla piega della pelle, dal punto in cui il linguaggio fallisce e il corpo resta solo a testimoniare. Comincia da un gesto minimo, quasi invisibile: una mano che si solleva, una bocca che non parla, uno sguardo che non chiede permesso. È lì che l’arte femminista degli anni Settanta prende parola senza pronunciarla, nel bianco e nero che non addolcisce nulla, che non consola, che non promette redenzioni facili. Il bianco e nero non è stile, è condizione. È la luce dura di un’epoca che non aveva filtri né indulgenze, che costringeva le donne a misurare il proprio spazio dentro case troppo piccole, dentro ruoli già scritti, dentro amori che spesso erano soltanto violenze educate.

Le fotografie di Ketty La Rocca e di VALIE EXPORT non raccontano una storia lineare. Non c’è narrazione, non c’è sviluppo, non c’è catarsi. C’è piuttosto un’ostinazione: il corpo che ritorna, che insiste, che si espone come problema politico prima ancora che estetico. Mani, bocche, busti, ferite visibili e invisibili. Non sono autoritratti nel senso tradizionale, ma campi di battaglia. Ogni immagine è una domanda che non cerca risposta, un atto di accusa rivolto a un interlocutore che spesso non compare, ma che è sempre presente come minaccia, come ombra, come struttura di potere interiorizzata.

Negli anni Settanta il patriarcato non era un concetto astratto. Era un mobile in salotto, un letto matrimoniale, una tavola apparecchiata, un silenzio imposto. Era la grammatica quotidiana dei rapporti, il codice invisibile che regolava i gesti, i desideri, le paure. Le case non erano rifugi, ma dispositivi di controllo. Piazze chiuse, senza folla ma non senza violenza. Dentro quelle stanze si consumava una guerra a bassa intensità, fatta di sguardi che giudicano, di mani che possiedono, di parole che feriscono senza lasciare lividi riconoscibili. È da lì che nasce la necessità di fotografarsi, di mostrarsi, di prendere possesso di un’immagine che non fosse più concessa dallo sguardo maschile, ma costruita come atto di autodeterminazione, anche quando doloroso, anche quando spietato.

Ketty La Rocca lavora sul linguaggio come su una ferita aperta. Le parole non sono strumenti neutrali: sono armi, sono gabbie, sono eredità tossiche. La sua pratica artistica smonta la sintassi del potere, ne mostra l’arbitrarietà, ne denuncia la violenza strutturale. Il corpo entra in questa battaglia come ultimo territorio non completamente colonizzato, ma già segnato, già compromesso. La malattia, nel suo lavoro, non è mai metafora astratta. È esperienza reale, inscritta nella carne, resa visibile senza pudore, senza eroismi. Mostrare la malattia significa rifiutare l’idea di un corpo femminile come superficie decorativa, come oggetto di consumo visivo. Significa affermare che il corpo è tempo, è finitezza, è resistenza fragile.

VALIE EXPORT, dal canto suo, porta il conflitto nello spazio pubblico, lo espone senza mediazioni. Il suo lavoro non chiede di essere guardato, costringe a guardare. La violenza simbolica del potere maschile viene ribaltata attraverso azioni che mettono in crisi lo spettatore, che lo rendono complice, che lo obbligano a interrogarsi sul proprio ruolo. Non c’è compiacimento, non c’è estetizzazione del dolore. C’è una lucidità feroce, una volontà di smascheramento che non concede tregua. Il corpo femminile, da oggetto passivo, diventa dispositivo critico, strumento di analisi, luogo di scontro.

La mostra che riunisce Ketty La Rocca e VALIE EXPORT alla Thaddaeus Ropac di Milano non è una semplice operazione curatoriale. È una dichiarazione politica. Mette in relazione due percorsi diversi ma convergenti, due modalità di affrontare lo stesso nemico diffuso, tentacolare, capace di mutare forma senza mai scomparire. Camminare tra queste opere significa attraversare un campo minato di immagini che non hanno perso la loro capacità di ferire, di disturbare, di interpellare. Non c’è nostalgia, non c’è mitizzazione degli anni Settanta. C’è piuttosto una consapevolezza inquietante: molte delle battaglie di allora sono ancora aperte, molte delle ferite non si sono mai rimarginate.

Oggi, in un presente attraversato da politiche coercitive, belliche, autoritarie, il corpo torna a essere terreno di conquista. I governi vampiro succhiano risorse, diritti, vite, mentre il linguaggio del potere si fa sempre più muscolare, sempre più acefalo, sempre più indifferente alla complessità dell’esperienza umana. Il patriarcato non ha bisogno di un volto: funziona come sistema, come automatismo, come tradizione che si riproduce anche quando si proclama superata. Le villette piccoloborghesi, apparentemente pacificate, continuano a essere luoghi di sopraffazione silenziosa. La violenza non sempre esplode, spesso si deposita, sedimenta, diventa norma.

In questo scenario, le prime vittime restano le stesse. Bambini e donne, corpi considerati sacrificabili, vite percepite come meno degne di tutela. La retorica della sicurezza, della famiglia, dell’ordine nasconde un ritorno feroce a modelli autoritari che si nutrono di paura e di controllo. Le immagini di Ketty La Rocca e VALIE EXPORT parlano direttamente a questo presente. Non come reliquie di un passato glorioso, ma come strumenti ancora affilati, capaci di incidere nella coscienza collettiva. Ci ricordano che il corpo non è mai neutro, che ogni gesto è politico, che ogni silenzio è già una forma di linguaggio.

Dire che tutte le lotte di liberazione siano state inutili è una tentazione comprensibile, soprattutto quando lo sguardo si posa sulle macerie del presente. Ma è una tentazione pericolosa. Il potere ama il disincanto, si nutre della stanchezza, prospera sull’idea che nulla possa davvero cambiare. Le artiste femministe degli anni Settanta non lavoravano nella certezza del successo. Non avevano garanzie, non avevano protezioni istituzionali, non avevano pubblico compiacente. Agivano in un territorio ostile, spesso in solitudine, pagando prezzi altissimi in termini di esposizione, di marginalizzazione, di dolore personale. Eppure hanno aperto brecce, hanno creato linguaggi, hanno reso visibile ciò che prima era indicibile.

La loro eredità non è un insieme di forme da imitare, ma una postura critica da assumere. È la capacità di guardare il proprio tempo senza indulgenze, di mettere in gioco il proprio corpo senza trasformarlo in merce, di accettare la vulnerabilità come forza politica. È anche la consapevolezza che ogni conquista è fragile, reversibile, continuamente minacciata. La libertà non è uno stato acquisito, ma un processo instabile, sempre incompiuto.

Rivedere oggi le opere di Ketty La Rocca e VALIE EXPORT significa misurare la distanza e la prossimità tra ieri e oggi. Significa riconoscere quanto sia stato fatto e quanto resti ancora da fare. Significa accettare che la lotta non produce risultati immediati, che spesso germoglia in ritardo, che può apparire acerba, incompiuta, persino fallimentare. Ma proprio in questa apparente incompletezza risiede la sua forza. Una lotta conclusa è una lotta morta. Una lotta che continua a inquietare, a disturbare, a porre domande scomode è una lotta viva.

Il corpo, allora, resta l’ultimo archivio di verità non addomesticate. Porta i segni della violenza, ma anche le tracce della resistenza. Non promette salvezza, non offre consolazioni. Chiede attenzione, ascolto, responsabilità. Le artiste femministe lo hanno capito prima di molte altre e di molti altri. Hanno trasformato la propria esposizione in gesto politico, la propria fragilità in atto di forza. E ci hanno lasciato un compito scomodo ma necessario: continuare a guardare, continuare a nominare, continuare a non tacere.

La lotta non è finita. Non è stata inutile. È semplicemente più lenta, più complessa, più faticosa di quanto avremmo voluto. È acerba perché rifiuta le scorciatoie, perché non si accontenta di vittorie simboliche, perché sa che il potere cambia pelle ma non scompare. Essere certi di questo non significa essere ottimisti. Significa essere lucidi. E la lucidità, oggi come negli anni Settanta, resta una delle forme più radicali di resistenza.

Nessun commento:

Posta un commento