Eros e Priapo non è un libro: è una detonazione. Quando lo si apre non si entra in una prosa ordinata, ma in un cratere ancora fumante. Non sorprende che sia stato scritto in clandestinità tra il 1944 e il 1945, mentre l’Italia era ancora travolta dalla guerra civile e l’odore della catastrofe saturava l’aria. Non sorprende neppure che Gadda lo abbia tenuto nel cassetto per anni, pubblicandolo solo nel 1967 con Garzanti, quando ormai la sua reputazione di scrittore “difficile” era consolidata. È un testo che nasce dall’urgenza, dal rancore, dalla necessità di dire tutto in una lingua che volutamente rifiuta la misura, la compostezza, il decoro.
Il titolo stesso è una chiave: Eros e Priapo. Freud aveva già illuminato le categorie di Eros e Thanatos; Gadda, che non era psicoanalista ma che aveva respirato l’aria nuova della psicoanalisi diffusa in Europa, prende quel concetto e lo trasforma. Il fascismo non gli appare come ideologia, ma come libido collettiva degenerata: desiderio che diventa culto fallico, Eros che si coagula in Priapo, il dio dell’erezione perenne e sterile. Il Duce, dunque, non è solo capo politico ma feticcio erotico, incarnazione della potenza, padre-sposo-padrone da venerare, fallus che eiacula discorsi su masse adoranti.
I primi due capitoli sono un assalto frontale. Quel ritornello Ku-cé, Ku-cé, Ku-cé non è semplice satira ma la riproduzione di una macchina sonora: l’eco delle adunate, il suono ipnotico di una folla che si annulla nella propria voce. Gadda lo scrive come un rumore, un martellamento che non lascia scampo. In questa caricatura sonora si condensa l’idea di un popolo ridotto a coro, di un’umanità che rinuncia alla parola critica per gorgheggiare sillabe vuote.
Mussolini, nelle pagine gaddiane, è al tempo stesso ridicolizzato e smascherato: un batrace bavoso, un luetico, un burattino impaludato con il suo culone goffo e inappetibile. Non c’è mai il suo nome: Gadda lo dissolve in un catalogo infinito di epiteti deformanti — Il Gran Cacchio, Il Paflagone, Il Giuda degli spettacoli e della fanfare. È un linciaggio linguistico, un abbattimento della statua attraverso l’insulto, la parodia, la degradazione scatologica.
Eppure, ridere non basta. Dietro la parodia c’è un’analisi spietata. Per Gadda il fascismo è innanzitutto un fatto psichico: nasce dal desiderio, dalla libido individuale che diventa massa. Le folle femminili — le “Marie Luise” educate in collegio — si trasformano in Erinni urlanti, acclamano la guerra e l’impero. È un’orgia collettiva che lega sesso, politica, religione, propaganda. Quando il Duce parla, non parla: eiacula. E la folla non ascolta: gargarizza, rimanda indietro, si eccita del proprio rumore. È qui che Gadda anticipa intuizioni che verranno più tardi sistematizzate da Elias Canetti in Massa e potere o da Wilhelm Reich in Psicologia di massa del fascismo: la politica come libidine, il potere come gestione della sessualità repressa, la dittatura come rituale erotico.
Il libro, però, non si ferma alla psicoanalisi. Si apre a digressioni feroci e lucidissime. Gadda smonta la religione patriottica, distingue (pagina 40) tra la religione autentica, impeto morale e ricerca di senso, e la falsa religiosità fasulla, retorica, usata come collante politico. Una riflessione che, letta oggi, appare sinistramente attuale: perché la manipolazione del sacro a fini nazionalistici non è certo scomparsa.
Poi si passa alla psicologia del capo: il Narciso politico, che si compiace della propria immagine riflessa nelle folle. Anche qui, Gadda sembra scrivere non solo di Mussolini ma di ogni leader che trasforma la politica in spettacolo. La sua prosa diventa quasi profetica: il cittadino ridotto a spettatore ipnotizzato, incapace di resistere, rapito come un passero dal serpente. La propaganda diventa idea-cetriolo: un’immagine grottesca, ma chiarissima. Senza spirito critico, l’uomo “introit[a], consustanzi[a], come castagna d’India in cassetta di sicurezza” ogni messaggio che gli viene proposto. È un’immagine che anticipa la nostra epoca di informazione compulsiva, in cui le notizie si ingoiano senza masticarle.
Accanto all’ironia più scatologica, però, Gadda lascia emergere momenti di pietà e dolore. A pagina 101, la rievocazione dei caduti è una delle più alte pagine del libro: “immoti e in trá cenci e il sasso roso in nell’odor funebre e putrido, bevendo sangue la terra con il ventre ignudato”. Qui il sarcasmo cede il passo al lutto. Gadda si inginocchia davanti ai corpi dilaniati: non c’è più parodia, ma compassione. È la conferma che il suo disprezzo non è mai cinismo: è sempre indignazione etica, rabbia morale che si spegne solo nel riconoscimento del dolore umano.
E poi c’è la lingua. Un labirinto di neologismi, arcaismi, inflessioni lombarde e romane, metafore deliranti: “si coagula e fissa come una decalcomania sul vetro sporco del suo sommerso cervello”. Tre pagine vengono dedicate a confrontare le borsette delle donne con il loro apparato sessuale: una digressione surreale che mostra la libertà assoluta con cui Gadda lascia divagare la sua scrittura. È un caos calcolato: la furia di dire tutto sapendo che non si può, la necessità di moltiplicare gli stili per far esplodere la realtà.
La ricezione del libro fu inevitabilmente controversa. Quando apparve, molti lettori lo trovarono illeggibile, altri un capolavoro corrosivo. Ancora oggi divide: c’è chi lo considera un delirio e chi lo legge come un documento fondamentale per capire non solo il fascismo ma i meccanismi del potere. Non a caso, è stato definito “un libro scritto per pochi”. Ma quei pochi che vi si avventurano scoprono un testo che illumina anche il presente: l’analisi del capo come Narciso, della folla come corpo erotizzato, della propaganda come penetrazione irresistibile — tutto questo parla non solo all’Italia degli anni Trenta ma al mondo contemporaneo.
Ecco allora che Eros e Priapo diventa, suo malgrado, attuale. Non tanto perché ci dica ancora qualcosa su Mussolini, ma perché ci mostra che ogni potere che gioca con la libido collettiva, che trasforma il leader in idolo corporeo, che riduce il popolo a coro, è potenzialmente fascismo. La caricatura del Gran Cacchio non è solo ridicolo passato: è avvertimento per il futuro.
Alla fine resta l’immagine di Gadda stesso, piegato sul foglio con l’inchiostro “intinto nelle cacche”, convinto che solo sporcandosi si potesse rendere la verità di un’epoca. È un’immagine potente e disperata: uno scrittore che si sporca per purificare, che si lascia travolgere dal caos per mostrare il caos. Ed è questa, forse, la lezione ultima di Eros e Priapo: non c’è linguaggio pulito per raccontare l’osceno. C’è solo la lingua che si deforma, che si contamina, che ride e piange, che urla e digredisce. Una lingua che, proprio perché mostruosa, continua a parlarci.
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