sabato 23 maggio 2026
Mimmo Rotella 1945 – 2005 24 Apr 2026 — 13 Set 2026, ore 11:00 Palazzo Ducale, Genova
L’esposizione non si limita a ripercorrere la carriera di uno dei grandi protagonisti dell’arte italiana del Novecento. Ciò che emerge lungo il percorso è qualcosa di più complesso: la costruzione di uno sguardo capace di attraversare il secolo delle immagini e di trasformarne le contraddizioni in linguaggio artistico. Guardando le opere di Mimmo Rotella, si ha infatti la sensazione che la città moderna, il cinema, la pubblicità, il consumo e persino il rumore visivo della contemporaneità siano stati assorbiti e restituiti sotto forma di frammento, lacerazione, sovrapposizione.
Il punto di partenza della ricerca di Rotella coincide con un momento storico preciso: l’Italia del dopoguerra. Le città sono ancora segnate dalle macerie, ma allo stesso tempo iniziano a essere attraversate da una nuova energia visiva. I manifesti pubblicitari invadono i muri urbani, il cinema americano modifica l’immaginario collettivo, la comunicazione di massa cambia il modo stesso di percepire lo spazio pubblico. È dentro questo paesaggio che Rotella individua il proprio materiale artistico. Non guarda più alla pittura come superficie autonoma, separata dalla vita, ma alla strada come archivio spontaneo della modernità.
I celebri décollage nascono proprio da questa intuizione radicale. Strappando manifesti dai muri cittadini, l’artista sottrae immagini al loro ciclo ordinario di consumo e le trasforma in opere. Ma sarebbe riduttivo interpretare questo gesto soltanto come provocazione estetica. In Rotella lo strappo diventa una vera operazione critica. La superficie lacerata mostra il carattere instabile della comunicazione moderna: dietro ogni immagine ne esiste un’altra, sotto ogni slogan si accumulano tracce precedenti, frammenti dimenticati, residui di memoria collettiva.
La città, nelle opere esposte, non appare mai come semplice sfondo. È piuttosto un organismo visivo in continua mutazione. I muri urbani diventano pagine stratificate dove convivono pubblicità, propaganda, icone cinematografiche e segni anonimi della vita quotidiana. In questo senso, Rotella riesce ad anticipare molte questioni che oggi appartengono pienamente al dibattito contemporaneo: la saturazione delle immagini, l’eccesso comunicativo, la perdita di distinzione tra esperienza reale e rappresentazione mediatica.
Osservando i lavori dedicati al cinema, emerge con forza il rapporto dell’artista con il mito visivo del Novecento. I volti delle star hollywoodiane, le locandine dei film, i colori violenti della pubblicità cinematografica non vengono celebrati in modo nostalgico. Al contrario, Rotella interviene su quelle immagini con tagli, sovrapposizioni e lacerazioni che ne alterano profondamente la funzione originaria. Il divismo cinematografico perde la propria perfezione patinata e si trasforma in materia instabile, consumata, quasi vulnerabile.
È qui che il lavoro di Rotella si rivela sorprendentemente attuale. Viviamo immersi in una produzione incessante di immagini digitali, slogan, contenuti visivi destinati a essere consumati e dimenticati nel giro di pochi secondi. Eppure il gesto dell’artista conserva una forza straordinaria proprio perché mostra il lato fragile della comunicazione visiva. Ogni manifesto strappato sembra suggerire che nessuna immagine sia davvero eterna, stabile o innocente.
Il percorso insiste molto anche sul rapporto tra arte e cultura di massa, tema centrale per comprendere la posizione di Rotella nella storia artistica internazionale. Spesso associato al Nouveau Réalisme europeo e accostato alla Pop Art americana, l’artista italiano mantiene però una specificità molto precisa. Se nella Pop Art statunitense l’immagine pubblicitaria viene spesso riprodotta con freddezza quasi industriale, Rotella lavora invece sulla materia viva della città. Le sue superfici conservano tracce fisiche del tempo, dell’usura, della pioggia e dell’intervento umano. Sono immagini già consumate dalla realtà.
In questo senso, i lavori presenti sembrano custodire una tensione continua tra attrazione e distruzione. Da un lato il fascino irresistibile dell’universo mediatico; dall’altro la consapevolezza della sua natura effimera e manipolatoria. Lo strappo diventa allora metafora di una frattura più ampia: quella tra individuo e sistema delle immagini, tra esperienza autentica e spettacolarizzazione permanente della realtà.
Un altro elemento che colpisce è la capacità di Rotella di trasformare materiali apparentemente poveri in dispositivi complessi di riflessione culturale. Carta strappata, residui pubblicitari, frammenti tipografici: tutto ciò che normalmente sarebbe considerato scarto acquista dignità artistica. È una scelta che dialoga profondamente con molte ricerche del secondo Novecento, ma che mantiene una forte dimensione personale. Nei décollage non c’è mai soltanto il recupero dell’oggetto urbano: c’è soprattutto il tentativo di mostrare il modo in cui la società costruisce il proprio immaginario.
Camminando tra le sale, si percepisce chiaramente come la ricerca di Rotella attraversi decenni di trasformazioni sociali e culturali. Dall’Italia della ricostruzione economica fino alla nascita della società dello spettacolo globale, le sue opere registrano mutamenti profondi nella percezione collettiva. I manifesti cinematografici degli anni Cinquanta e Sessanta raccontano l’emergere del desiderio consumistico; le immagini pubblicitarie testimoniano la progressiva colonizzazione dello spazio pubblico da parte del linguaggio commerciale; le sovrapposizioni visive anticipano la frammentazione cognitiva tipica dell’epoca contemporanea.
Ciò che rende particolarmente interessante questo progetto espositivo è la sua capacità di restituire Rotella non come artista “storico” da celebrare in modo monumentale, ma come autore ancora capace di interrogare il presente. In un’epoca dominata dagli schermi, dai flussi digitali e dalla circolazione continua di immagini, il suo lavoro appare quasi profetico. Le superfici lacerate dei décollage sembrano parlare direttamente al nostro rapporto quotidiano con la comunicazione contemporanea: un rapporto caratterizzato da sovraccarico visivo, velocità e consumo incessante.
Anche il dialogo tra arte e spazio urbano assume oggi una nuova rilevanza. Rotella aveva compreso molto presto che la città moderna non era soltanto architettura o infrastruttura, ma soprattutto linguaggio visivo. I muri diventavano schermi collettivi su cui si proiettavano desideri, ideologie, modelli culturali. Oggi quello spazio si è in gran parte trasferito nel digitale, ma la logica rimane sorprendentemente simile: continuiamo a vivere immersi in superfici che producono immagini e orientano lo sguardo.
L’intero allestimento riesce quindi a costruire non solo un omaggio a un protagonista dell’arte italiana, ma anche una riflessione più ampia sul destino delle immagini nella modernità. Rotella comprendeva che ogni immagine pubblica è destinata a deteriorarsi, a essere sostituita, coperta, cancellata. Eppure proprio dentro questa precarietà risiede la sua potenza simbolica. Lo strappo non distrugge soltanto: rivela. Porta alla luce ciò che normalmente resta nascosto sotto la superficie compatta della comunicazione.
Per questo motivo, il percorso lascia una sensazione particolare. Non quella di aver semplicemente attraversato una retrospettiva storica, ma di aver osservato un laboratorio critico sul nostro modo di guardare il mondo. Le opere di Mimmo Rotella continuano infatti a interrogarci perché mostrano qualcosa che riguarda direttamente il presente: la fragilità delle immagini che consumiamo ogni giorno e il potere che esse esercitano sulle nostre vite.
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