venerdì 22 maggio 2026
Giustappunto! L’odio performativo e la crisi del linguaggio pubblico
La vicenda esplosa negli ultimi giorni attorno a un giovane che, durante una diretta TikTok, ha rivolto insulti transfobici contro la creator e attivista trans Greta La Medica — definendo le persone trans con espressioni apertamente degradanti e ripetendo frasi come “mi fate schifo” davanti a centinaia di utenti collegati — ha rapidamente superato i confini del semplice episodio social per trasformarsi in un caso pubblico e politico. Il ragazzo, presentandosi come studente dell’Università di Brescia, ha provocato la reazione dell’ateneo, che ha preso ufficialmente le distanze dalle dichiarazioni diffuse online, mentre l’Unione degli Universitari ha parlato della necessità di una riflessione collettiva per contrastare l’odio dentro e fuori gli spazi universitari.
Come spesso accade nell’ecosistema digitale contemporaneo, nel giro di poche ore il caso è stato assorbito dalla macchina della polarizzazione permanente: indignazione immediata, condivisioni virali, commenti feroci, schieramenti contrapposti, trasformazione dell’episodio in simbolo ideologico. Eppure, proprio nella velocità con cui questi eventi vengono consumati mediaticamente, rischia di sfuggire la domanda più importante. Il problema non riguarda soltanto il contenuto degli insulti — la loro violenza appare evidente — né esclusivamente la responsabilità individuale di chi li ha pronunciati. La questione più profonda riguarda il tipo di spazio pubblico che stiamo costruendo quando l’aggressività verbale, il disprezzo e l’umiliazione dell’altro diventano forme ordinarie di esposizione sociale.
Ogni volta che emerge un episodio simile, il dibattito pubblico sembra seguire uno schema ormai perfettamente prevedibile. Da una parte si produce una rapida ondata di indignazione morale, spesso accompagnata da richieste di isolamento simbolico del colpevole; dall’altra si attiva immediatamente il riflesso opposto, quello che minimizza tutto in nome della libertà di parola, della provocazione o della retorica secondo cui “non si può più dire niente”. Nel giro di poche ore il fatto concreto smette quasi di esistere e diventa materiale grezzo per l’ennesima guerra culturale online.
Ma proprio questa dinamica automatica impedisce spesso di comprendere ciò che davvero conta. Perché certi linguaggi non emergono nel vuoto. Nascono dentro un ecosistema comunicativo che incentiva continuamente l’estremizzazione emotiva, la provocazione permanente e la spettacolarizzazione del conflitto.
È necessario allora introdurre una distinzione fondamentale, oggi sempre più difficile da mantenere dentro un dibattito pubblico dominato dalla polarizzazione. Un conto è discutere criticamente questioni legate all’identità di genere, alle trasformazioni del linguaggio o alle politiche LGBTQ+; altro conto è utilizzare formule apertamente degradanti rivolte a persone specifiche o a interi gruppi umani. Le due cose non coincidono affatto. Anzi, confonderle significa impoverire sia il confronto democratico sia la capacità di riconoscere realmente l’odio.
Una società libera deve poter discutere anche temi sensibili in modo duro, conflittuale, persino radicale. Il dissenso non può essere automaticamente trasformato in colpa morale. Ma esiste una soglia oltre la quale il linguaggio smette di essere argomentazione e diventa gesto di esclusione simbolica. Quando qualcuno afferma “mi fate schifo”, non sta più elaborando una posizione culturale o politica: sta collocando un gruppo umano dentro una dimensione di repulsione morale. E il disprezzo, storicamente, non è mai neutrale.
Ogni processo di marginalizzazione collettiva passa quasi sempre attraverso una trasformazione preliminare del linguaggio. Prima della discriminazione politica o della violenza concreta, esiste una lenta sedimentazione simbolica in cui alcune persone vengono rappresentate come ridicole, innaturali, disgustose o indegne di rispetto. È in questo passaggio che il linguaggio smette di descrivere il reale e comincia invece a organizzare gerarchie emotive tra esseri umani. Le parole costruiscono atmosfere culturali. Definiscono chi merita riconoscimento e chi invece può essere umiliato pubblicamente senza conseguenze.
Ma sarebbe troppo semplice ridurre tutto alla figura del singolo colpevole. Anzi, una reazione esclusivamente scandalizzata rischia persino di essere rassicurante, perché permette alla società di pensarsi innocente. Se il problema viene confinato dentro l’immagine di un individuo “mostruoso”, allora il sistema culturale che rende possibile quel comportamento resta invisibile. Ci indigniamo per il sintomo e continuiamo a ignorare la struttura che lo produce.
La domanda veramente interessante è allora un’altra: perché oggi molti giovani sentono il bisogno di costruire la propria identità pubblica attraverso l’aggressività? Perché la brutalità verbale produce immediatamente visibilità, consenso e appartenenza? Perché insultare qualcuno in diretta sembra offrire una forma di riconoscimento sociale più efficace di qualsiasi discorso complesso?
Qui emerge una crisi molto più ampia della socialità contemporanea. Per decenni l’identità individuale si è costruita attraverso relazioni relativamente stabili: la scuola, il quartiere, il lavoro, le amicizie durature, le appartenenze collettive. Oggi, invece, moltissime persone crescono dentro ambienti digitali in cui il riconoscimento sociale dipende dalla capacità di catturare attenzione continua. Non basta più esistere: bisogna continuamente performare sé stessi davanti a un pubblico invisibile.
I social network hanno radicalizzato questa trasformazione. Ogni individuo viene spinto a diventare simultaneamente spettatore, autore, personaggio e prodotto. L’identità si frammenta in una sequenza incessante di micro-esibizioni pubbliche: una live, una storia, una reazione, una provocazione, un commento aggressivo. In questo sistema il conflitto non rappresenta più un incidente del discorso pubblico; ne diventa il motore principale.
TikTok, più di altre piattaforme, accentua enormemente questa logica perché funziona attraverso una continua intensificazione emotiva. I contenuti devono colpire immediatamente. Devono essere rapidi, estremi, facilmente condivisibili. La complessità rallenta la circolazione; la violenza la accelera. Gli algoritmi tendono naturalmente a favorire ciò che genera reazione immediata, e poche cose producono interazione quanto il disprezzo, lo scandalo o l’umiliazione pubblica.
Così l’aggressività verbale smette di essere soltanto uno sfogo individuale e diventa progressivamente una strategia identitaria. L’insulto non serve più soltanto a colpire qualcuno: serve a costruire sé stessi come presenza riconoscibile dentro il flusso digitale. Essere offensivi significa emergere. Essere brutali significa ottenere attenzione. L’odio diventa una forma di capitale simbolico.
Non è un caso che episodi di questo tipo avvengano spesso in diretta. La live rappresenta il formato perfetto della contemporaneità performativa: tutto è immediato, competitivo, teatrale. Non si parla realmente con qualcuno; si recita davanti a un pubblico che osserva, valuta, commenta, condivide. Ogni frase estrema può trasformarsi in un frammento virale. Ogni provocazione può produrre notorietà momentanea.
Dentro questo sistema cambia persino la funzione del linguaggio. Le parole non vengono più utilizzate principalmente per comunicare o ragionare, ma per produrre presenza sociale. Dire qualcosa di scioccante significa occupare per qualche minuto il centro dell’attenzione collettiva. E in un’epoca segnata da isolamento, precarietà emotiva e frammentazione dei legami, persino la visibilità negativa può apparire preferibile all’invisibilità.
È per questo che la sola indignazione morale appare insufficiente. Certamente gli insulti vanno criticati e respinti con chiarezza. Certamente le istituzioni hanno il dovere di prendere posizione contro forme esplicite di discriminazione. Ma se ci limitiamo alla denuncia episodica senza interrogarci sul modello culturale che alimenta continuamente queste dinamiche, continueremo semplicemente a riprodurre lo stesso ciclo infinito: scandalo, polarizzazione, dimenticanza.
La questione vera riguarda il progressivo deterioramento dello spazio pubblico contemporaneo. Una società che trasforma sistematicamente il conflitto in spettacolo e l’aggressività in linguaggio ordinario finisce inevitabilmente per normalizzare il disprezzo reciproco. E quando il disprezzo diventa abitudine comunicativa, il problema non riguarda più soltanto le persone direttamente colpite dagli insulti. Riguarda tutti.
Perché una democrazia non si misura soltanto dalla libertà di esprimere opinioni, ma anche dalla capacità di mantenere aperta la possibilità stessa del riconoscimento reciproco. Nel momento in cui l’altro viene ridotto a bersaglio simbolico, materiale per ottenere attenzione online o oggetto di umiliazione pubblica, il tessuto democratico comincia lentamente a consumarsi.
Ed è forse questo l’aspetto più inquietante della nostra epoca digitale: non il fatto che esista odio — l’odio è sempre esistito — ma il fatto che esso venga continuamente incentivato, teatralizzato, monetizzato e trasformato in forma ordinaria di socialità pubblica.
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