mercoledì 20 maggio 2026
Giustappunto! Post cancellato
Io credo che una delle più grandi truffe linguistiche degli ultimi vent’anni sia stata trasformare la parola “merito” in una specie di insulto morale. Lo dico davvero. Abbiamo assistito a qualcosa di grottesco: una parola che un tempo evocava studio, capacità, disciplina, talento, persino una certa idea repubblicana di emancipazione, è stata lentamente riscritta come sinonimo di crudeltà sociale. Pronunciare “merito” oggi, in certi ambienti culturali, equivale quasi a bestemmiare durante una conferenza sulla gentilezza inclusiva. Vedo gli sguardi irrigidirsi immediatamente. Le mascelle serrarsi. La conversazione assumere quel tono pedagogico e vagamente terapeutico con cui ormai si corregge ogni deviazione ideologica.
E allora bisogna subito specificare: “No, ma io intendo un merito non competitivo… un merito collettivo… un merito relazionale…” come se la parola, lasciata sola per qualche secondo, potesse mordere qualcuno.
La verità è che io non credo affatto che il problema del nostro tempo sia l’eccesso di meritocrazia. Penso esattamente il contrario. Credo che viviamo nell’epoca del nepotismo mascherato da sensibilità sociale. Nell’epoca delle caste travestite da comunità inclusive. Nell’epoca in cui chi possiede già reti familiari, economiche, accademiche o editoriali si presenta pure come vittima del sistema. E questa, francamente, è una delle performance più straordinarie del teatro contemporaneo.
Perché io li conosco quei mondi. Li ho attraversati. Li ho visti da vicino. Li ho abitati abbastanza da riconoscere immediatamente il linguaggio delle congreghe culturali. So come funziona una certa sinistra intellettuale quando diventa soltanto un sistema di autoconservazione reciproca. Ci si invita a vicenda. Ci si recensisce a vicenda. Ci si premia a vicenda. Ci si cita come una dinastia decadente che continua a passarsi gli argenti di famiglia mentre il palazzo cade a pezzi.
E guai a dirlo.
Perché appena qualcuno rompe il patto implicito della diplomazia culturale, scatta immediatamente il riflesso immunitario del gruppo. Prima il silenzio. Poi il fastidio. Poi la delegittimazione morale. Infine, quasi sempre, la rimozione. Non necessariamente fisica — anche se a volte accade pure quella — ma simbolica. Si smette di invitarti. Si smette di nominarti. Si evita di condividere ciò che scrivi. Ti si lascia evaporare lentamente dentro una nebbia di indifferenza organizzata.
Per questo io ho trovato magnifico quel gesto di scrivere un testo sul merito sapendo perfettamente che avrebbe creato disagio. Non perché fosse aggressivo o volgare, ma proprio perché era lucido. E la lucidità, oggi, è molto più pericolosa dell’insulto.
L’insulto produce scandalo temporaneo. La lucidità produce memoria.
Io continuo a pensare alla scena del post cancellato come a una piccola parabola perfetta del nostro tempo. Mi sembra quasi una novella morale di Čechov riscritta da un autore satirico contemporaneo. Per un attimo qualcuno dice ciò che pensa davvero. Lo dice con coraggio, persino con eleganza. Poi però sente il rumore del branco avvicinarsi. Immagina i commenti indignati. Gli screenshot. Le accuse implicite. I messaggi privati di amici prudenti: “Sai, forse hai esagerato…”. E allora cancella tutto.
Ma quello che mi interessa è quell’istante precedente alla cancellazione. Quel lampo.
Perché io credo che la verità, quando appare, funzioni sempre così: resta accesa solo per pochi secondi prima che qualcuno tenti di coprirla con il tovagliolo della buona educazione pubblica.
Eppure basta.
Basta quell’attimo.
Basta che qualcuno abbia letto.
Basta che qualcuno, magari seduto davvero su una panchina, si sia sentito meno solo.
La panchina… continuo a pensarci. Più ci rifletto e più mi sembra l’immagine politica più potente di tutto il discorso. Io ormai diffido profondamente dei grandi luoghi ufficiali della cultura. Diffido dei festival dove tutti parlano nello stesso modo. Diffido delle tavole rotonde dove l’unico rischio reale è che il microfono gracchi. Diffido di quel lessico manageriale che ha colonizzato persino la letteratura e l’arte: resilienza, networking, empowerment, community, visione…
Dio mio, “visione”.
Ormai chiunque abbia aperto un profilo Instagram curatoriale parla di “visione”.
Ma la cultura vera, almeno per come la sento io, nasce quasi sempre altrove. Nasce nelle conversazioni marginali. Nei fallimenti. Nei tavoli mezzi vuoti. Nei corridoi. Nelle persone non perfettamente integrate. Nasce soprattutto in chi non deve difendere una posizione acquisita.
Per questo la panchina mi sembra un luogo quasi sacro.
La panchina è il posto di chi osserva senza essere invitato al banchetto. Di chi resta ai bordi del campo ma vede tutto. Di chi non deve fingere entusiasmo per convenienza professionale. Da lì si guarda meglio. Da lì si può ancora applaudire sinceramente oppure fischiare senza paura di perdere un incarico.
Io stesso, molte volte, mi sono sentito così: spettatore laterale di un sistema culturale sempre più ossessionato dalla reputazione e sempre meno interessato alla verità. E trovo quasi comico che proprio gli ambienti che si proclamano più liberi siano diventati i più terrorizzati dal dissenso.
Perché questo è il punto: oggi non domina tanto la censura istituzionale quanto la paura reputazionale.
La gente non tace perché minacciata dallo Stato. Tace per non essere esclusa dal giro. Tace per non perdere relazioni utili. Tace per non essere considerata problematica. Tace per continuare a ricevere inviti, recensioni, collaborazioni, moderazioni, prefazioni, residenze artistiche, briciole di visibilità.
E allora si sviluppa questa lingua terribile, una lingua neutra, anestetizzata, prudentissima, dove ogni frase sembra scritta da un ufficio legale.
Io invece continuo ad amare chi rischia qualcosa nel momento in cui scrive.
Anche solo una reputazione.
Anche solo un piccolo consenso.
Anche solo l’approvazione di una comunità.
E forse è per questo che il riferimento a Baudelaire mi appare così inevitabile. Non il Baudelaire addomesticato delle antologie scolastiche, ma quello feroce, aristocratico e disperato che odiava la volgarità del conformismo collettivo. Io sono convinto che Baudelaire oggi sarebbe incompatibile con quasi ogni ambiente culturale contemporaneo. Verrebbe percepito come troppo ambiguo, troppo contraddittorio, troppo libero. E soprattutto imperdonabilmente non pedagogico.
Perché oggi tutto deve educare.
Tutto deve essere utile.
Tutto deve essere responsabile.
Persino la letteratura viene trattata come una branca delle risorse umane.
Io invece continuo a pensare che l’arte, il pensiero e persino la critica abbiano una funzione opposta: non tranquillizzare, ma destabilizzare. Non includere tutti in una carezza collettiva, ma creare attrito. Aprire ferite cognitive. Costringere a guardare dove normalmente si distoglie lo sguardo.
Ed è esattamente ciò che accade quando qualcuno pronuncia seriamente la parola “merito”.
Perché il merito autentico è profondamente scandaloso.
Non è una medaglia aziendale. Non è il ragazzotto motivazionale che si sveglia alle cinque del mattino per postare una foto della palestra con una citazione attribuita a Seneca. Non è la pornografia del successo individuale venduta dai coach digitali.
No.
Per me il merito è qualcosa di molto più tragico e molto più umano.
È il momento in cui una persona senza protezioni dimostra di possedere una voce, uno sguardo, una capacità reale.
È il momento in cui qualcuno emerge non perché spinto, ma nonostante tutto.
Ed è proprio questo che i sistemi chiusi temono davvero.
Perché il talento indipendente è ingestibile.
Una persona veramente libera non garantisce fedeltà eterna al clan che l’ha accolta. Non è ricattabile allo stesso modo. Non deve continuamente restituire favori.
E allora cosa si fa?
Si scredita l’idea stessa di eccellenza.
La si presenta come oppressiva.
La si associa automaticamente alla crudeltà sociale.
Nel frattempo, però, gli stessi ambienti continuano tranquillamente a funzionare attraverso meccanismi rigidissimi di selezione interna. Solo che non li chiamano più privilegi: li chiamano reti. Comunità. Percorsi condivisi.
Che meraviglia linguistica.
Il privilegio cambia nome e diventa improvvisamente etico.
Eppure io continuo a pensare che ci sia qualcosa di profondamente nobile nel desiderio di essere riconosciuti per ciò che si sa fare davvero. Non nel senso competitivo e capitalistico del termine, ma in quello quasi esistenziale. Diventare ciò che si è. Ogni volta che torno su quella frase sento dentro di me una specie di vibrazione antica, qualcosa che ha a che fare non con il successo ma con la verità.
Perché io conosco bene anche il fallimento.
Conosco la sensazione di vedere lavori mediocri premiati soltanto perché meglio inseriti nei circuiti giusti. Conosco l’amarezza di chi osserva certe dinamiche dall’esterno e capisce perfettamente che il gioco era deciso in anticipo. Conosco persino quella tentazione terribile di smettere di credere nel valore delle cose.
Ma forse proprio per questo continuo a difendere l’idea di merito.
Perché senza quella parola resta soltanto il cinismo.
Resta soltanto la genealogia del potere.
Resta soltanto la raccomandazione permanente elevata a sistema filosofico.
E io non voglio vivere in un mondo dove il talento debba sempre chiedere permesso prima di esistere.
No.
Io voglio ancora credere che una frase ben scritta, un’opera autentica, un’intelligenza viva possano attraversare le reti del conformismo e arrivare comunque da qualche parte. Anche solo fino a una panchina. Anche solo fino a uno sconosciuto che legge in silenzio e pensa: finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di dirlo.
E allora sì, continuo a immaginare quella scena finale quasi come un quadro decadente.
Pericle che stringe una mano con sobria solennità repubblicana.
Diogene che ride da lontano dentro la sua botte.
Baudelaire elegantemente ubriaco che versa assenzio con aria malinconica.
Forse persino Flaubert, in un angolo, che sospira disgustato davanti alla stupidità del proprio secolo — e dunque anche del nostro.
E io, sinceramente, vorrei sedermi a quel tavolo infinitamente di più che a qualsiasi panel contemporaneo sponsorizzato da qualche fondazione culturale con il logo minimalista e il buffet vegano.
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