sabato 12 settembre 2026

Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini


Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini, pubblicato postumo nel 1976 e costruito attorno agli ultimi interventi giornalistici, alle lettere aperte e agli scritti polemici dell'autore, molti dei quali apparsi sul Corriere della Sera e su altre testate negli anni immediatamente precedenti la morte, si presenta oggi, a distanza di mezzo secolo, non come un reperto storico da consultare per ricostruire il clima intellettuale di un'epoca conclusa, ma come un dispositivo critico ancora capace di produrre attrito, di sottrarsi a quella normalizzazione attraverso la quale gli scrittori scomodi vengono trasformati in classici innocui, buoni per essere citati ma non più realmente letti, poiché la distinzione che Pasolini elabora fra sviluppo e progresso — lo sviluppo inteso come crescita tecnico-economica priva di un orientamento umano e valoriale, il progresso come trasformazione che dovrebbe implicare un effettivo miglioramento delle condizioni dell'esistenza — conserva una sorprendente capacità di interrogare le retoriche contemporanee dell'innovazione, nelle quali la promessa di emancipazione convive con una crescente uniformazione dei comportamenti, dei desideri e dei linguaggi. È questo, più ancora della semplice denuncia della società dei consumi, il centro della sua riflessione: la convinzione che il potere stia cambiando natura e che alla repressione esercitata dalle istituzioni tradizionali si sostituisca una forma di dominio più pervasiva, capace di modificare dall'interno gli individui e il loro modo di percepire ciò che desiderano, un processo che Pasolini interpreta come una vera e propria mutazione antropologica e che, nei suoi passaggi più estremi, arriva a definire con la formula traumatica del «genocidio culturale», espressione con cui non intende semplicemente denunciare la scomparsa di un patrimonio folklorico fatto di dialetti, tradizioni e culture contadine, ma la progressiva perdita della possibilità di vivere secondo forme antropologiche differenti, sostituite da modelli sempre più uniformi attraverso la televisione, la pubblicità, la scuola e la diffusione di un linguaggio sociale comune; ed è proprio nell'articolo dedicato alla scomparsa delle lucciole, divenuto quasi per sinestesia il simbolo dell'intera riflessione pasoliniana dell'ultimo periodo, che questa tesi trova la sua immagine più memorabile e insieme più controversa, perché Pasolini prende un fenomeno concreto, la progressiva scomparsa delle lucciole dalle campagne italiane, legata alle profonde trasformazioni ambientali e agricole di quegli anni, e lo trasforma nel segno visibile di una cesura storica, individuando nella prima metà degli anni Sessanta il momento di una trasformazione che avrebbe separato un'Italia ancora caratterizzata da una pluralità di culture, comportamenti e forme linguistiche da una società sottoposta all'accelerazione della modernizzazione e dei consumi. Una periodizzazione tanto potente sul piano simbolico quanto problematica sul piano storiografico, perché il mondo al quale Pasolini guarda era tutt'altro che omogeneo e la contrapposizione fra un passato ancora autentico e un presente definitivamente corrotto contiene inevitabilmente una componente di costruzione retrospettiva; ma la forza delle lucciole non dipende dalla loro utilizzabilità come categoria storica, bensì dalla capacità di trasformare un mutamento ambientale in una figura della perdita, facendo coincidere la scomparsa di un piccolo organismo luminoso con la percezione di una civiltà che sta smarrendo le proprie differenze. Da qui prende forma una critica che non risparmia nessuno degli schieramenti politici del suo tempo, compreso e anzi particolarmente colpito il Partito Comunista Italiano, al quale Pasolini rimprovera di non comprendere fino in fondo la natura del nuovo potere e di continuare a leggere la società attraverso categorie politiche appartenenti a una fase ormai superata, mentre la trasformazione decisiva si produce nella vita quotidiana, nella ridefinizione dei desideri e nell'affermarsi di nuovi modelli di comportamento; è anche per questo che le sue posizioni sulle battaglie civili degli anni Settanta risultano difficili da ricondurre alla tradizionale cultura progressista, perché Pasolini rifiuta l'idea che ogni trasformazione dei costumi possa essere interpretata automaticamente come emancipazione e insiste sulla possibilità che alcune libertà vengano rapidamente assorbite dalla logica del consumo, trasformando la liberazione del desiderio nella sua mercificazione e la tolleranza in una nuova forma di conformismo. La sua posizione sull'aborto, in particolare, va letta dentro questa più ampia critica della società dei consumi e non può essere semplicemente sovrapposta a un'opposizione conservatrice alle conquiste civili: ciò che Pasolini teme è la capacità del nuovo sistema di incorporare persino le istanze nate contro di esso, fino a trasformare la trasgressione in linguaggio commerciale e l'emancipazione in comportamento socialmente prescritto. È una posizione che lo porta a entrare in conflitto con una parte significativa della cultura progressista del tempo e contribuisce alla sua crescente solitudine intellettuale, soprattutto quando le sue analisi si sovrappongono a questioni sulle quali la sinistra italiana rivendica invece con forza una propria idea di modernizzazione e libertà; nello stesso modo, i confronti e le polemiche con altri intellettuali, fra i quali Italo Calvino, mostrano quanto il dibattito culturale italiano degli anni Settanta sia attraversato da una frattura che non coincide semplicemente con la contrapposizione fra destra e sinistra, ma riguarda il significato stesso delle parole progresso, modernità, libertà e sviluppo. Pasolini sceglie deliberatamente di collocarsi in una posizione eccentrica, spesso urticante, rifiutando la prudenza dell'intellettuale chiamato a rappresentare una parte e preferendo assumersi il rischio di una scrittura che si espone all'errore pur di non rinunciare alla propria capacità di contraddire il senso comune, secondo quella logica corsara che aveva caratterizzato i suoi interventi pubblici e che consisteva nel sottrarre il discorso politico e culturale alle formule rassicuranti attraverso le quali ogni società tende a raccontarsi come inevitabilmente migliore della precedente; e se è vero che il libro, letto oggi, rivela anche i limiti di una visione talvolta aristocratica, incline a idealizzare il mondo contadino e sottoposta alla tentazione di trasformare la perdita delle differenze in una perdita assoluta, è altrettanto vero che proprio questa contraddittorietà impedisce di ridurre Pasolini a una formula. Un autore interamente coerente con le categorie attraverso le quali oggi siamo abituati a leggerlo sarebbe infatti molto meno interessante di quello che abbiamo davanti: spesso ingiusto nei dettagli, talvolta paradossale nelle conclusioni, ma capace di cogliere con impressionante precisione alcune delle direzioni profonde della trasformazione sociale. Pasolini non scrive trattati sistematici, ma interventi, lettere, articoli e provocazioni rivolti a destinatari concreti e spesso a un potere che sa non lo ascolterà, trasformando così la scrittura pubblica in una forma di testimonianza che non coincide con la ricerca di una soluzione, ma con il rifiuto di tacere davanti a ciò che egli percepisce come una mutazione irreversibile; ed è forse qui, nella consapevolezza di intervenire dentro un processo storico che sembra già oltrepassare la possibilità dell'intervento individuale, che risiede il nucleo più autenticamente tragico di Lettere luterane, perché Pasolini non consegna al lettore una teoria compiuta della società futura né una via politica capace di invertire il processo che denuncia, ma lascia piuttosto la sensazione di una diagnosi formulata nel momento stesso in cui il fenomeno osservato diventa irreversibile. Per questo una rilettura pacificante del libro, quella che trasformasse Pasolini in un semplice profeta del consumismo o in un innocuo anticipatore delle critiche alla società di massa, sarebbe profondamente riduttiva: ciò che resta, chiuso il libro, non è la certezza che avesse previsto il futuro nei suoi dettagli, né che tutte le sue interpretazioni possano essere trasferite senza mediazioni nel presente, ma il sospetto che alcune dinamiche da lui individuate non siano affatto scomparse e abbiano assunto forme nuove, mascherate da parole come inclusione, connessione, personalizzazione, libertà di scelta e accesso universale. Leggere oggi Lettere luterane significa allora misurare non soltanto la distanza che ci separa dall'Italia degli anni Settanta, ma la persistenza di una domanda che il libro continua a rivolgerci: che cosa accade a una società quando il potere non ha più bisogno di proibire ciò che vuole ottenere, perché è riuscito a fare in modo che siano gli individui stessi a desiderarlo? È una domanda che non rende Pasolini infallibile, ma che rende ancora difficile archiviarlo.

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