giovedì 24 ottobre 2024

cercavo appena un angolo


Cercavo appena un angolo, un frammento di mondo dove il silenzio avesse il suono del respiro. Un’isola sospesa nel vuoto, forse, con un sorriso che scivolava come una goccia di pioggia sulla pelle. Un bicchiere di vino, dolce e leggero, che sembrava uscito da un sogno d’infanzia, e una risata, fragile come vetro soffiato, appena accennata.

Le parole si spegnevano, come candele al vento, in un quieto conversare che non chiedeva nulla, solo la presenza. Era lì che vivevo, senza sapere che scrivere era già un modo di essere, di farsi spazio nel mondo.

E il delitto? Se c’era, non lo conoscevo. Forse era l’innocenza stessa di non saper chiedere perdono, di lasciar scorrere il tempo senza domande, come una barca che scivola via dall’ancora senza mai voltarsi indietro.

mercoledì 23 ottobre 2024

le notti insonni


Le notti insonni, quelle serate languide in cui l'anima si siede al tavolo dell’inquietudine per sorseggiare lentamente il calice amaro dei ricordi. Sono notti di pensieri oziosi, in cui ti scopri a contemplare la tua stessa immagine nello specchio della mente e, con un sorriso stanco, ti domandi se cambiare non sarebbe un atto supremo di arte personale. Vi sono notti in cui senti la mancanza non di grandi cose, ma di quelle frivolezze essenziali che, come un tocco di seta, rendono la vita degna di essere vissuta.

E poi, ci sono quelle notti di desideri segreti, così dolci nella loro impossibilità, e altre ancora in cui i progetti, già nati delusi, si sgretolano come statue di gesso, lasciando solo la polvere della disillusione. Infine, le notti più affascinanti di tutte: quelle in cui il tuo romanzo, frutto delle tue ore, dei tuoi sogni, è finalmente apparso al mondo, ma tu, creatura immortale eppure così effimera, non ci sei più. E ti accorgi, con un'elegante ironia, che il vero protagonista della tua storia è il tempo, quell’astuto ladro che sottrae tutto tranne l’eternità dell’arte.

l'uomo, fragile


L’uomo, fragile e sfuggente come un’ombra al tramonto, mi fissava con occhi pieni di una sfida morbida, quasi rassegnata. «Allora, su, mi stupisca, tiri fuori un’idea geniale» disse, con un tono che aveva il sapore amaro del disincanto. Io, come una statua di marmo, rimasi immobile, muto, arido. Nulla mi veniva in mente, nulla da offrire a quel gioco perverso di intelligenza e ironia.

Con un gesto stanco ma preciso, lui frugò nel suo zaino, tirando fuori un libricino consunto, vittima di troppe letture e troppa vita. Lo aprì a caso, come se stesse consultando un oracolo. Il suo viso, improvvisamente trasfigurato, si illuminò di una luce feroce, quasi divina, e iniziò a leggere con un’intonazione sacra e dissacrante al tempo stesso: «Invece di fissare il volto dei passanti, mi soffermavo sui loro piedi. Piedi che danzavano, correvano, si agitavano senza tregua – ma verso dove? La missione dell’uomo, mi parve chiaro, non è altro che sfiorare la terra, solleticare la polvere alla ricerca di un mistero vuoto, inutile, senza alcuna serietà».

Io, testimone muto di quella visione, ascoltavo rapito, mentre intorno a noi il Luxembourg si apriva come un sogno effimero, di quelli che al risveglio svaniscono come fumo. E, mentre lui parlava, mi sembrava di vedere tutto con nuova chiarezza: la gente che si agitava, i corpi che scivolavano avanti e indietro come fantasmi erranti, senza un senso, senza una destinazione. Non volti, non anime, solo piedi, solo passi. Passi inutili, come inutili erano le loro esistenze, condannate a una danza disordinata, un ballo tragico da cui non si può sfuggire.

lunedì 21 ottobre 2024

l'atto delle tenebre


L'atto delle tenebre: sottrarlo, come strappare l’anima al suo corpo in un colpo solo, tra gli occhi impietriti del pubblico. Da qui, il dialogo non è che un’eco con il destino sfatto, come un vecchio che non ricorda più il proprio nome, e nel farlo la vita scorre, vuota e straziata, come un volto sfigurato dal vento oscuro dei pollini abortiti, maledizione che profuma di morte. Le danze di un millennio ormai condannato, abortite anch'esse, si contorcono nell'oscurità, mentre la poesia si riduce a uno spasmo, a un ultimo sussurro. Il Desiderio stesso si disfa, ridotto a una carcassa inerte, inutile. Solitudine, un mostro straccione, un passero esangue, spolpato da sanguisughe ingorde, araldi di inganni scolpiti nella nostra carne fin da bambini.

Le briciole di amore si riducono a un'ossessione soffocante, disperata, un respiro rubato nell'agonia: “- o come un verso / per avere una possibilità di rinascita -”. Ma fuori, c'è solo il mondo che sghignazza, infliggendo la sua crudeltà come un coltello nella schiena: “uno spasso crudelissimo / infligge tutte le notizie”. E poi, un filo di luce spezzata, seguito dal buio eterno che si stende su tutto come una cappa di piombo. I campanili, sentinelle mute, guardano dall'alto un mattino senza vita.

Gli incontri non sono che fantasmi, come l'indice affilato di un demone che indica solo assenza. Stazioni nell’oblio, risucchiato da una furia cieca. I versi si piegano come cadaveri sotto un sole impietoso, chinandosi al deserto del tempo, l’ultima eco di un passato ormai decomposto. Il mutismo stritola le parole, che si assottigliano fino a non poter più dire nulla. La vita è un'ombra già dissolta, resta solo la panchina, un cimitero dove il poeta si ritira a guardare, vuoto come il buco nero dei suoi pensieri. Il verso si sfalda, disgregandosi come polvere, un futuro che non è mai nato.

E si arriva alla fine, al limite insuperabile, dove il muro è l’unico testimone rimasto del nostro incantesimo spezzato. La parola, come una vecchia àncora arrugginita, si aggrappa all’ultima lapide: nessun amore, nessun figlio, solo musica che si avvolge su sé stessa, come una maledizione infinita. Il desiderio di parlare è un grido soffocato, muto, lasciando solo l’eco del vuoto, l'afasia che avvolge ogni cosa. Si vive di assenza, si respira cemento, e la voce non è più che una tela strappata: "e tela non resta la voce".

L'aridità, quella sì, conquista tutto, senza rimorsi. “Età di licheni”, dicono i versi, fragili come un respiro in una tempesta. Le chele del destino brancolano, arrese al buio, riempiendo l’abisso con il vuoto della vita. L’immobilità si fa vivace, perché l'abbandono non ha più un padrone: è solo una lama affilata che, a volte, decide di non uccidere. “Credo che il piacere, se lasciato, / sia un'immensa fortuna, un racconto / da sogno, vicinanza, pronuncia”. Ma sogni, piacere, tutto svanisce, come una stella inghiottita dalla notte senza fine.

domenica 20 ottobre 2024

ah, mio caro, unico lettore

Ah, mio caro, unico lettore,, se mai vi è stato un uomo a cui l’universo ha concesso il dono di trasformare la propria anima in una meraviglia mostruosa, ebbene, quel giovane fu certamente Rimbaud. Egli, con una voluttà degna di un dio decaduto, si abbandonò all’arte del disordine — non un disordine volgare, badate bene, ma una squisita disgregazione di ogni senso e di ogni pensiero, come solo un autentico esteta potrebbe mai concepire.

Rimbaud, nella sua consapevolezza sfolgorante, intuì che per raggiungere il sublime, per scrutare l'ignoto, occorreva smarrirsi. Non vi è scienza nella moderazione; l’artista deve innanzitutto sconvolgere ogni fibra del proprio essere. Egli si immerse nei bagordi con la grazia di un principe in esilio, non per capriccio, ma per necessità. Oh, non aspettatevi che la gente comune comprenda una tale ambizione! A che pro spiegare l’immensità a chi è abituato a vivere nelle ristrettezze del pensiero?

Ah, la sofferenza! Che dolce maledizione. Per essere poeta, Rimbaud comprese che occorre essere maledetto, l’eletto tra i dannati. Non si nasce poeta, si diventa. E lo si diventa solo dopo aver camminato attraverso le fiamme dell’inferno interiore, solo dopo aver abbracciato l’orrore della conoscenza che annienta. "Io è un altro", ci dice, con l’ironia pungente di chi ha visto troppo. Noi non siamo altro che strumenti divini, e come il povero ottone che si desta tromba, non possiamo far altro che obbedire alla sinfonia cosmica che ci attraversa. Il pensiero non ci appartiene; ci attraversa, ci possiede, come un amante troppo ardente.

Ah, se solo quei vecchi imbecilli che si proclamano autori sapessero! L’uomo che crede di creare non è altro che un collezionista di ombre. Sono i folli, gli illuminati, coloro che hanno osato trasformare la propria anima in un orrore splendente, che toccano il vero. Sì, bisogna farsi veggente! Non basta coltivare il giardino dell’anima, bisogna devastarlo, piantarvi fiori velenosi e aspettare che sboccino in visioni.

Rimbaud ci invita a perdersi nelle forme più oscure dell’amore, della sofferenza, della follia, per estrarre dai veleni della vita la quintessenza. E che importanza ha se, in questo viaggio verso l’ignoto, si perde la ragione? Che importanza ha se il poeta, stremato dalle sue visioni, crepa come un Icaro che ha volato troppo vicino al sole? Ah, ma nel suo crollo, egli avrà visto cose che nessun altro ha osato vedere, e su quelle ceneri, altri folli prenderanno il suo posto, pronti a cadere da orizzonti sempre più alti.

che potere oscuro sei tu

Che potere oscuro sei tu, che senza chiedere, senza neppure bussare, hai osato scuotere ciò che giaceva lontano dalla luce? Da quale abisso sei sorto per riportarmi, contro ogni mio volere, al tepore crudele di questa terra? Mi hai fatto resuscitare, sì, ma non c’è gioia in questo, solo un peso insostenibile. Cosa speri, tu, potenza cieca e muta, nel ridarmi una vita che avevo già consegnato al gelo? Eri tu, dunque, che volevi risvegliare ciò che era stato accettato dal nulla?

Non comprendi, forse, la pace che mi avvolgeva in quei letti di neve eterna, candida e silenziosa. C’era dolcezza in quella bianca immobilità, un oblìo così perfetto che persino la memoria era diventata inutile, svuotata, lontana. La neve non era fredda, no, era un balsamo, un abbraccio senza richiesta, una carezza priva di calore, ma colma di silenzio. Mi cullava come una madre troppo stanca, senza più parole, e lì io trovavo finalmente riposo. E tu, spettro insensato, hai deciso che non doveva essere così, che la vita doveva tornare a reclamare il suo diritto su di me.

E ora guardami, mentre mi alzo, a malapena, dal letto di nebbia che mi tratteneva. Non è forse un oltraggio tutto questo? Non vedi quanto sono rigido? Questo corpo non vuole più rispondere ai tuoi comandi, questa carne non vuole più vivere. Ogni movimento è un insulto, un’eco di qualcosa che avrei dovuto dimenticare per sempre. Non c’è nulla di glorioso in questo risveglio, solo il peso della resurrezione che mi grava addosso, come un mantello troppo pesante da portare. È una piaga, questa vita, e tu l’hai riaperta.

Io ero molto capace di sopportare il freddo, sai? Avevo imparato l’arte della stasi, del non sentire, del vivere senza vivere. Il freddo mi aveva insegnato a essere nulla, a scomparire senza lasciare traccia. Era la mia sola forza, la mia unica vera capacità. E ora, mi costringi a sentire di nuovo, a muovermi in questo mondo che non voglio. Il gelo mi aveva reso libero, mi aveva insegnato a non desiderare più, a non aspettarmi nulla. Ma tu, con la tua forza impietosa, mi hai tolto anche questo.

Non capisci, dunque? Non voglio più respirare. Ogni respiro è una corda che si stringe attorno al mio collo, una catena invisibile che mi trascina verso il basso. Ogni passo è un ritorno alla sofferenza, al dolore che avevo dimenticato. Io non appartengo più a questo mondo, non ho più desideri, non ho più forze per combattere la vita. Mi hai tolto il solo bene che avevo: la quiete. E ora, cosa vuoi da me? Cosa puoi sperare in un corpo che non desidera più nulla?

Lasciami tornare nel freddo. Lì, dove il tempo non esisteva, dove nulla si muoveva, dove il silenzio era totale. Lasciami tornare alla mia neve, alla mia solitudine bianca, dove non c’erano più sogni, né parole, né dolore. Non voglio più vivere sotto il tuo comando, non voglio più sentire questo calore che brucia e consuma. Il freddo era la mia unica patria, l’unica cosa che ancora mi apparteneva. Lì c’era la libertà che la vita non può offrire, un’assenza così perfetta che nulla poteva più toccarmi.

Lasciami, lasciami morire congelato di nuovo. Non c’è più spazio per me nella vita, non c’è più luce che possa scaldarmi. Non c’è più nulla che desidero. La vita è un peso che non voglio più portare, una prigione che mi soffoca. Lì, nel freddo eterno, c’è la mia vera pace. Non ho più bisogno di risorgere, non ho più bisogno di sentire. Lasciami, lasciami sprofondare nel bianco immutabile, dove il gelo potrà finalmente chiudere su di me il sipario, come una madre che finalmente si addormenta.

sabato 19 ottobre 2024

Pasolini Giovannetti Cefis

Il caso del capitolo mancante di Petrolio, il romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini, è una di quelle storie che ci fa pensare a quanto l'Italia sappia essere un mix di misteri, politica e, ovviamente, cospirazioni degne di un thriller da Oscar.

Giovanni Giovannetti, fotografo e giornalista, si è inserito nel dibattito con dichiarazioni abbastanza esplosive. Secondo lui, quel famoso capitolo mancante non sarebbe altro che l'"Appunto 21," un tassello chiave del libro che tratta dei legami tra il potere economico e quello politico, con riferimenti alla strage di Piazza Fontana e ai misteri di Stato. Ma questo capitolo non è stato semplicemente dimenticato in qualche cassetto. No, qui si parla di un deliberato occultamento.

Giovannetti afferma che il capitolo non è sparito per caso: sarebbe stato rubato da mani che sapevano benissimo quanto fosse scottante quel materiale. L'idea che un'opera come Petrolio, che già di per sé rappresenta una feroce critica ai giochi di potere, abbia subito questo "trattamento speciale" non è poi così assurda, considerando il contesto dell'Italia degli anni ’70 e il clima di tensione politico-sociale dell'epoca.

Secondo alcune teorie, proprio quel capitolo mancante avrebbe messo a nudo non solo personaggi di spicco dell'economia, ma anche collegamenti tra politica e servizi segreti, quegli intrecci che oggi chiameremmo "deep state". Ecco perché, a detta di Giovannetti, quel capitolo era scomodo. Non è difficile immaginare perché qualcuno avrebbe preferito che non vedesse mai la luce.

Insomma, la vicenda del capitolo mancante di Petrolio è un perfetto esempio di come Pasolini non solo sia stato un intellettuale di rottura, ma anche di quanto il suo lavoro fosse pericoloso per chi deteneva il potere. Pasolini ci ha lasciato una traccia del puzzle, ma forse qualcuno ha deciso che quel pezzo finale fosse troppo esplosivo per essere messo insieme.

Giovanni Giovannetti non si è trattenuto dal fare nomi quando si è trattato di chi avrebbe potuto essere coinvolto nel furto del capitolo mancante di Petrolio. Ha infatti puntato il dito contro ambienti specifici: in particolare, ha indicato nomi legati all'ex dirigente dell'Eni, Eugenio Cefis, una figura chiave della politica industriale italiana dell'epoca, nonché uomo di potere con connessioni ai vertici dello Stato e dei servizi segreti.

Cefis, secondo Giovannetti, sarebbe stato uno dei principali bersagli delle denunce pasoliniane, poiché incarnava quel connubio fra affari, politica e misteri di Stato che Pasolini voleva smascherare. Proprio in relazione a Cefis, Pasolini nel suo capitolo mancante avrebbe raccontato di giochi di potere che legavano l'Eni a ombre ben più fitte e oscure, coinvolgendo anche eventi come la strage di Piazza Fontana.

Giovannetti ha collegato il furto del capitolo proprio a queste denunce esplosive. Non solo: ha suggerito che i servizi segreti italiani o elementi affini al potere economico-politico avrebbero agito per far sparire questo tassello imbarazzante. Il silenzio su certe questioni, la sparizione di documenti, e la morte di Pasolini nel 1975, per molti versi ancora avvolta nel mistero, rendono tutto questo non solo plausibile, ma una cospirazione che sembra uscita da un noir politico.

Insomma, i sospetti di Giovannetti non sono rivolti solo a dei "ladri" di capitoli, ma a figure potenti che volevano preservare il loro status eliminando prove compromettenti, e facendo in modo che certe verità non venissero mai rivelate.