giovedì 6 aprile 2023
l'argomento della persona
giovedì 14 luglio 2022
El Horno
A dargli tutto quel tempo che gli occorre, Skeeen è davvero capace di provare e d’impartire l’estasi
esattamente lungo tutto quanto il locale... Skeeen non può proprio celarlo nemmeno a se stesso: a
mala pena domina l’ansia che in quest’attimo l’assale, allorché, sospinto dal suo stesso interesse, si
risolve a trascrivere soltanto mentalmente – ma accuratamente, ma molto al di sopra di enigmatiche
parole, come fosse una cosa attigua a carceri questo pensamento, come fosse suo remoto parente
questo strazio straziante che strazia ma come costretto fosse a conviverci, come fosse un orizzonte
velato e oscuro, come fosse un piano secolare, come fosse un mandamento ma orrendamente divino –,
la copia affrettata, come fosse, di tutti quanti gli avvenimenti passati e anche futuri della sua vita... e via,
e via, ma proprio alcuni di questi avvenimenti, già da molto prima d’incominciare, hanno animo – muto
forse, silenziosissimo ma simile a tifone grandissimo – adulto e fanciullo insieme: terra e melma e paura
brulla e quasi mancamento e ancora lontananza da primissimo desiderio sono questi avvenimenti.
Niente d’altro da aggiungere, niente d’altro da dire.
A dargli tempo, quindi, Skeeen è proprio capace d’inebriarsi, d’ubriacarsi nel cuore stesso dell’inferno
abissale de El Horno: “il nome del posto è di per sé già strano, è come meraviglioso presagio, non tanto
allettante ma come non cedere alla tentazione”, dice nella sua mente Skeeen, “al disarmo totale che
prevede un luogo come questo: le luci appena visibili colpiscono in tutta la loro vera crudeltà: una
poesia del trasalimento” e via, e via e così Skeeen entra e nel frattempo dice: “un buco è un buco e non
ci si tira mica indietro nei fine settimana di questa città... e via, e via, ecco, e anche questa merda di
locale, poi, mica tanto è lontano dalle luride saune che frequento: è soltanto un ennesimo buco, un altro
locale da frequentare, un altro nuovo fine settimana da passare all’infinito anche se, proprio per il suo
senso immanente di ogni atto che all’interno si compie, non può avere mai fine” condividendo così,
quasi per intero – con le estreme forze che gli rimangono – una specialissima amicanza fratella, uno
spasimo fecale e sessuale con tutte le altre sventure smaniose che allegramente popolano questo antro
disarmonico, questa inquieta rottura con tutto il mondo esterno, questo locale acerrimo.
A dire il vero, nello stato di ebbrezza da Ceres assai avanzata nel quale Skeeen si trova, ad entrare a El
Horno prova solamente un disagio più che passeggero e già quasi arriva a sorprendersi e arriva a
confidarsi mentalmente cose che non gli sarebbe mai venuto in testa, normalmente, di rivelare
nemmeno al suo più intimo e letale amico, a maggior ragione a una persona che in un certo senso non
conosce affatto, anche se, provando per questa un desiderio vivissimo e cercando quindi di corteggiarla
già appena entrato, si mette largamente, in mancanza di altri argomenti, a parlare di sé... e via, e via, e
quello ad ascoltarlo distratto e silenzioso e quello a raccogliere tutti i suoi storpi discorsi che
inaridiscono, come una condanna, il corpo e il pensiero e i rapporti con il prossimo.
A giudicare dall’esplosione di risa con cui quel tipo saluta la prima confessione di Skeeen – e non è che
la prima delle tante che in questa serata daranno un senso minimo alla sua esistenza –, è da credere
che lo spettacolo dell’impudicizia possa talvolta ispirare altri sentimenti meno forti e meno fantasticati
ma così altrettanto fortemente e crudelmente ingiuriosi per colui che ne è oggetto.
“A livello morale con le coppie diciamo che non esiste nessun problema ed è proprio una cosa
assolutamente divertente la possibilità di vedere i più svariati atti amorosi fra i due e starsene lì seduti in
poltrona come al cine così si finisce per assistere come per una sorta di privilegio impietosi e ammirati a
questo straccio d’amitié ” dice una voce al tavolo accanto.
A lunghi passi Skeeen, inquieto, si è già si è già alzato e percorre velocissimamente il brevissimo
perimetro della dark che pare, come al solito, inferma e malata: è una mostruosa vacca selvaggia, si sa
che è celeste, tutti sanno che è una Selvaggia Vacca Celeste: la dark va benissimo per pasticciare, per
spettegolare, per ricordarci tutto il nostro passato, presente e futuro, tutta la nostra comunanza, la
nostra pazienza e il nostro sodalizio e va bene per ricordarci tutto quanto intero il nostro povero
divenire: un regolare vizio non isolato la dark ma si direbbe proprio fatto d’equivoci, pseudonimi che
nascondono vere identità, ingenui e idealisti disposti a tutto, a qualunque cosa, fino a farsi fare rumorosamente da chiunque come fecero esattamente gli stessi geni poetici che hanno amato,
leggendoli, per far rivivere, a quei cari trapassati, ancora un po’ di quotidianità.
A mano a mano che Skeeen si avvicina al canale scuro che conduce alla dark, può vedere davanti a sé
l’acqua degli zampilli di sperma scintillare esattamente come nella pallida luce dell’alba e dividersi e
sperdersi tutt’intorno sull’alta muraglia quasi impenetrabile, quasi insignificante, quasi anonima proprio
quanto un grosso ciottolo o un costone di roccia del muro sgretolato via dal buio antro.
A partire da questo preciso momento in cui le sue elucubrazioni si manifestano apertamente, per
Skeeen finisce qualsiasi analogia: inizia la realtà: finalmente questa vita vera ma col risultato che, ora,
le sue parole hanno tutto un altro suono che nessuno capisce, ed è proprio questa la vera causa d’ogni
strazio e d’ogni suo tumulto.
“A proposito” dice Skeeen “hai amici che diano una certa importanza a quello che ti capita? Se non ne
hai, penso che dopo tutto forse sei decisamente fortunato... e via, e via, ma sto indulgendo senza
motivo in questa digressione perché non mi avevano mai dichiarato che avessi un aspetto sofferente,
fino al giorno in cui, cedendo all’invincibile attrazione che da qualche anno esercita su di me un bel
piede adunco con tanto d’unghia incarnita e peli e peli sul dorso di quel bel piede, commisi la
spregevolissima imprudenza di leccarmene uno, anzi due, pubblicamente in questo stupido locale.
A questa affermazione naturalmente l’altro non ha nulla da rispondere se non un sussulto dell’arcata
sopraccigliare: resta come inebetito dal grondare rigoglioso e armonico della parole di Skeeen.
“A questo punto della mia esistenza” dice Skeeen “io posso misurare esattamente la difficoltà di
rintracciare un avvenimento della mia vita particolarmente confuso, del quale, se io voglio essere
veritiero, dovrò nello stesso tempo rispettarne l’incoerenza e conservarne le proporzioni, sempre però
sforzandomi di evitare di dargli solo tendenziosamente un significato che non ha avuto o di trattarlo
naturalmente con un sangue freddo un po’ troppo eccessivo che piano lo priverebbe, a posteriori, del
valore emotivo di cui era permeato... e via, e via, come è nato tutto questo strazio? era pieno giorno?
ma era tal quale un giorno del passato? era, questo odiato qualcosa, ciò che veramente lo divideva
dalle mie future ore di beatitudine? e via, e via, sarei quindi obbligato ad aprire una parentesi, ma tu
stesso devi aver sperimentato che non appena tenti di spiegarti con franchezza, ti trovi come costretto a
far seguire ciascuna delle tue frasi affermative da una dubitativa, ciò equivale, il più delle volte, a
negare quel che hai appena finito di affermare, insomma, è impossibile liberarsi dello scrupolo un po’
orripilante di non lasciare nulla nell’ombra: quindi niente parentesi, costruzione accurate di spieghi, non
storie di piedi di lume, unghie incarnire che mi balenano per la testa, nessun composto tremito che
possa anche soltanto lontanamente, che possa passare in questi resti di memorie, nessuna bufera o
rabbrividimento che possa... e via, e via… almeno non per ora… oh ma ti sto forse tediando…”.
A questo punto, nuovi mondi si scatenano a El Horno: rovina, estasi, perdita, comunione... e via, e via…
il tutto ha come ambientazione un cortiletto assi profondo e scuro: anche qui si scopa, è solo un po’ più
freddo, come sul fondo di un oscurissimo pozzo: Skeeen non se ne dispiace di vedere queste cose,
questo crea buonissime abitudini, dà ordine a tutti i pensieri e dà concentrazione, insegna – diciamolo
pure tranquillamente e senza timore di smentita – la rettitudine... e via, e via… anche nel buio de El
Horno il chiarore delle parole giunge, giunge come dall’alto e pure qui gli uomini sono sul fondo del
pozzo freddo.
A questo s’aggiunge un istante di piscio su un viso capovolto, stretto in una corda, col naso rosso e
l’aspetto paonazzo di quel minimo di soffocamento che gli produce il bandana ficcato in bocca e
l’aspetto preoccupato e Skeeen nello spazio intorno a sé non sente più nessuno per un attimo: come
fosse vuoto intorno, spazio occultato, ostinatamente tramonto lucido... soltanto quello stesso tipo
allungato profondamente sotto quel getto che, come dire, porta anche sopra, su in alto, insomma, lo si
capisce, non si intende su in alto fino agli astri celesti: è sufficiente questo pilastro di ragazzone che se
lo piscia all’inpiedi e che pare sorreggere il soffitto del cielo non stellato de El Horno perché i cosiddetti
esterni non esistano proprio più: qui è tutto interno tutto accade del a El Horno e parte finalmente il
primissimo pugno di Powerfist che toglie il fiato a tutti gli occhi vivi, dolci e graziosetti e parte la prima
fantasmagorica visione di Nina.
domenica 4 aprile 2021
passiamo i giorni...
martedì 30 marzo 2021
per Dario Bellezza: amore senza indugio
mercoledì 7 ottobre 2020
minime anime
Che rovesciato s’ascoltasse il di fuori! Come se fosse fatto viso, violento. Ma poiché c’è, questa tua faccia, su cui venire, fino in fondo, così, in duplice enunciata orgasmica quasi a rivivere in un’ondulazione di spasmi. Tu dici. La fine dei tre giorni insieme. Diverso. Meno presente. Col membro che si solleva da solo.
È un gesto, ormai, leggere i tuoi occhi. Noi eravamo, e si vede che è così, qui, alle stoffe, per colmare ciò che non è stato. E dell’aria sussiste.
Qualcosa, i frammenti di sbieco, discosti da un riflesso.
È difficile, adesso, risalire. Quasi agitata, la mente. Era senza questo presente, lo scorrere del tempo che torna da uno scambio, s’interrompe. S’era interrotto. Ma ripiegava ogni volta e ogni volta una registrazione, non proprio ogni volta, c’era.
Non più precisi di così, ero io, restavo. Perché vengono. Questo è accumularsi, dilatarsi, mentre l’insieme di tutte le cose non vien detto qui. Lo trovo, oggi, sull’orlo coricato.
Voi, in piedi, di fianco, dentro l’operazione. E non io in quel numero. La torsione era dunque l’eco.
Istantaneamente profondità o meglio: la carne, quel salto che risponde quale era scritto. Come se il muro, là, non altro colore potesse ricevere, per cui: il sudore.
Così, il punto e gli occhi, una forma che copre e allora sorge la testa. Questo richiamo, la bocca di qualcuno al seme, l’episodio che non avrebbe reso il rosso, il cielo riflesso, strappato nel quadro, terroso, dalla parte giusta che è poi la stessa che indicano tutti.
Al momento, in questo recesso, che è un momento di noi, gridando alla gola, venivamo.
S’apriva, così, a darci, in rilievo remoto.
martedì 6 ottobre 2020
l'immagine è quella
immagine è quella di un’applicazione che mette alla ricerca di coincidenze randomiche in punti randomici nello spazio attorno a te
nel silenzio del corpo, della parola scritta, brancicante e sfibrante come l’apparenza della vita e della morte
una teoria della distanza prima di ogni altra cosa
giovedì 1 ottobre 2020
The Filthiest Person Alive
“Come sarebbe a dire che non c’è spazzatura nel Mondo? sono nato per essere a buon mercato! svenduto intrepidamente! Odio il Mondo che è marcia merda!”
Seriamente. Dispiace farvi notare che questo dove alloggio stanotte è lo stesso albergo in cui morì Divine, la sboccata. The Regency Hotel. In culo a tutti voi! Vi ho fregati! Io sto qui!
È come se la sua presenza aleggiasse ancora in questo ormai fetido posto. Il suo grasso e pesante e ingombrante corpo, come Marilyn ma elevata con un argano all’ennesima potenza. È lei stessa come rinata icona hollywoodiana, fatta cattiveria in persona, con la sua figura possente, fisicamente pesante, un pressante ostacolo al Mondo stesso che non morirà molto presto. Non riuscirà ad ammazzarlo, questo Mondo di sperma malato, non farà in tempo a sparargli con la sua Colt rosa.
È come vuota, la stanza, adesso, senza la sua sconcia presenza. Mi sorrido beffardo allo specchio del cesso, col bozzo sul cranio che mi sono procurato sbattendo contro la porta entrando in camera. È pura follia essere qui. Uno sforzo mentale immenso. Ma ormai ci sono e vi trascino per i capelli con me in questa farneticazione.
Quindi io ho guidato fino al passo carraio di questo hotel che mi ha aiutato a conservare un po’ del suo ricordo. E a raccontarvelo. Questo è l’hotel. Questo è l’ingresso. E questo è l’hotel. E questo è lo scrivere per scrivere. L’infinitamente riscrivere pezzi che si alternano alla realtà. Lo stendere parole e incanti nell’inutile gioco dell’affabulazione.
E insomma, tre giorni dopo che Divine è morta, il suo corpo è stato trasportato a Baltimora per il funerale. Pure io ho accompagnato il corpo di Divine, e all’arrivo, ho salutato Frances, madre di Divine. Notò l’orecchino di diamante che portavo all’orecchio e che tanto sarebbe piaciuto a Divine stessa, per sua stessa ammissione. Amava i diamanti perché sono i migliori amici delle donne.
La sua curiosità è come quella di un adolescente, Divine usa se stessa per gettare all’aria le carte della società e del buon senso, quasi a voler decorare la propria stanza con fiori rubati dal cimitero. Un mostro postpunk. In molti dicono che era una star, una drag queen. Questo non è vero.
Lei era la Star spettacolare, la Jayne Mansfield svaccata sotto la forma di “zio Otto”. Questo era uno dei motivi per cui ha accettato di farlo, quel personaggio. Voleva recitare come un uomo.
Su Divine la madre, Frances Milstead, ha pubblicato un libro intitolato Mio Figlio Divine. Se vi piace Divine, è necessario averlo. È molto toccante, pieno di fotografie glamrock. Una roba strafiga. Benedite, o Dei, l’arte corrotta e l’immondizia di Divine.
Circa un anno dopo la morte di Divine, il mio amico, quello coi capelli verdi, adesso non ricordo il nome ma poi magari mi torna in mente, è andato a vedere John Waters dal vivo, stava tenendo una lezione, una cosa che non ho capito bene che cosa fosse. Ha parlato per poco più di un’ora. Mi ha spiegato che cosa aveva detto ma non mi ricordo molto, se non che ha imparato a non vestirsi di bianco. O una stupidata del genere. Mah, mi ricordo una roba così, ma forse ricordo male. O queste sono le parole esatte che riportò il mio amico. In seguito, avevano aspettato tutti in fila per incontrarlo.
Di fronte a Waters c’erano queste drag mostruose che avevano deciso di fare un provino per John. Voglio dire, queste femmine avevano script e tutto, cioè, mossette, capelli cotonati, abiti sgargianti… e quei terribilissimi monologhi.
È stato orribile, racconta il mio amico. Infine, John le interruppe bruscamente. [Mi piaceva che il mio amico mi raccontasse tutto. Poi quei capelli verdi gli donavano un tocco di non so che permettendogli di inventare la narrazione oltre ogni limite.] Dopo di che urlò “fucked off”, e firmò il mio manifesto di Hairspray che il verdecrinuto aveva portato con sé. Caro.
Divine è stato esposto nel suo “cofanetto” con addosso un abito Tommy Nutter, camicia dal collo nero, e un gioiello progettato da Andrew Logan. Una figata. Le sue mani sono state poste sul suo stomaco. Prima che la bara venisse chiusa, qualcuno [non son sicuro se Bernard J, ma forse sì] volle mettere il contratto di lavoro originale nel box con lui. Naturalmente, questo è quello che dice il mio amico che stava lì vicino a guardare. Io non c’ero. Forse che sì, forse che no. Sarà, non sarà, suona dubbia per me ’sta cosa.
Divine si specializzò in ruoli estremamente camp, quando non era deliberatamente trash, che fecero di lui una icona gay molto prima che diventasse famosa anche fra il pubblico generale.
Divine, pseudonimo di Harris Glenn Milstead. Nato a Towson il 19 ottobre1945, stato del Maryland, da Bernard e Diana Frances Milstead.
A dodici anni si trasferì con la famiglia a Lutherville, un quartiere di Baltimora. Il suo futuro regista, “scopa secca” John Waters, viveva poco distante, nella stessa strada ed è stato un suo amico d’infanzia.
Divine era noto per essere sempre puntuale. Così si lavora e così si comporta ogni vera attrice.
Quando non si presentò la mattina seguente per il suo turno, cominciarono a preoccuparsi.
Il suo manager Bernard Jay andò in albergo a mezzogiorno per controllare, usò la sua chiave di accesso per entrare. Lo trovò. Morto, nudo, e coperto con una coperta. Morì nel sonno di insufficienza cardiaca. Dicono. Aveva 42 anni. 43 non ancora compiuti.
[Si prega di perdonare il mio uso del genere indefinito (cioè lui / lei indifferentemente) ma non posso fare altrimenti.]
È seppellito a Towson, sua città natale.
Era soprannominato “Divine” dal regista e amico d’infanzia, John Waters. Hanno fatto film meravigliosi insieme, in particolare Female Trouble [uno dei miei preferiti] e Pink Flamingos.
È stato proprio Fenicotteri Rosache l’ha fatta diventare una celebrità, perché ha mangiato merda di cane per davvero. La scena più iconoclasta e punk che sia mai stata girata in un film. È stato scioccante per molti, e divenne la cosa che lo lanciò nelle leggende. Perché le leggende sono fatte di sterco che ingrassa il terreno delle merdose fantasie.
Ho avuto con la Star Divine un rapporto molto strano nel tempo. Per me era diventata una grande cantante Hi-NRG subito dopo i primi film di Waters grazie ai quali aveva avuto notorietà. Ho sentito la sua musica, e sono stato agganciato. Di pietra. Come soltanto mi era successo anni prima per Sylvester.
Mai veramente mi era interessato a seguirlo come attore/attrice. Poi ho visto Female Truoble da un amico, una copia sgangherata, piratissima e di recupero che non so nemmeno come facesse a possedere. E badaboooom.
Ho visto Divine in concerto molte volte. La prima volta che la vidi fu al Ballroom Nettarina a Ann Arbor, Michigan. Si presentò splendidamente in ritardo, ma un grande spettacolo. La volta dopo era al Liedernacht a Detroit. Insomma, per farla breve, durante lo show, le ho consegnato la mia copia di I’m So Beautiful, e lo ha firmato per me [elegantemente, in diagonale, sull’angolo, proprio in cima]. Poi, più tardi, quella stessa sera, Divine ha gettato il suo asciugamano madido di sudore a me, proprio a me. Ce l’ho ancora. Tesoro. Dopo di che, l’ho vista al Limelight di Chicago. Apertamente Divine mi piaceva. Il suo modo di stare in scena. Mi ha scelto fra il pubblico, e ho ballato sul palco con lei, e lei mi ha spinto in petto. Ha anche firmato il mio poster. Cioè il suo poster, mi sto incasinando.
Lui era in città per girare il suo primo episodio di Married… With Children. La notte prima era dovuta andare sul set, ha cenato con gli amici. In seguito, è tornato in albergo. Prima di entrare in camera numero 261 si sporge dal balcone e canta “Arrivederci Roma” per gli amici.
Questo accadeva alle 06:00.
Il carro funebre di Divine ha una scorta di polizia.
La maggior parte delle cose di Divine finirono poi per essere vendute all’asta da Christies, per coprire i debiti. Pure da morti, si risarciscono i debitori. Non c’è pace. No.
Non denaro devoluto in beneficenza a suo nome, ma che le persone le comprassero tanti fiori. Perché li amava così tanto. Elton John ha inviato tantissimi fiori, come hanno fatto Tab Hunter e Whoopi Goldberg – insieme con un biglietto che dice tipo: “Guarda che cosa può fare una buona recensione”.
Negli anni80 i dischi dance di Milstead (prodotti, composti e suonati da Bobby Orlando), furono famosi in America, Europa ed Australia. A quelli prodotti da Orlando fecero seguito pezzi di produzione inglese (Stock, Aitken e Waterman), tra cui il celeberrimo You Think You’re A Man, che salì in testa alle classifiche inglesi ed europee.
Pensi d’essere un uomo, ma sei soltanto un ragazzo, sei soltanto un giocattolo per la mia soddisfazione.
Nel 1988, Divine era praticamente entrato nel biz del Cinema. Hairspray era appena uscito. È stato veramente il primo film main stream di John Waters. Ed è stato super. Aveva ancora il fascino dei suoi vecchi film. Le recensioni erano fantastiche e, sulla scia di questo, a Divine venne offerto un ruolo semi-ricorrente nella serie Sposati… con figli, una serie televisiva FOX in prima serata.
Polyester, il primo film di Divine in odorama con Tab Hunter. Odori inclusi di rose, scoreggia, colla, pizza, benzina, puzzola, cuoio, scarpe sporche e deodorante.
E quanti froci freaky l’hanno amata questa qua? Molti oggi non sanno nemmeno chi fosse.
La notte in cui Divine è morto ho fatto tutto quello che poteva essere appropriato a renderle onore. Sono andato in un cinemino porno con il mio amico, la TicoTico che di giorno faceva la guardia giurata e la notte andava a battere in calze a rete nelle aree parcheggio dell’autostrada per farsi i camionisti, quelli più grassi. È stato come un doppio disegno, un’inversione di marcia. Non volevo pensare alla morte. Insomma, davano Faster Pussycat Uccidi! Uccidi! interpretato da Tura Satana e un’altra roba subito dopo dal titolo tipo La valle delle bambole o qualcosa del genere, non ricordo bene. Quando siamo arrivati a casa tardi quella sera, c’erano circa 4 messaggi di cordoglio sulla mia segreteria telefonica. Il giorno dopo ce ne sono stati molti di più. Io non rispondevo alle chiamate. No mi andava. Mi piace aver visto quei film il giorno in cui Divine morì.
Comunque ora sono qui, ll’hotel. Siamo entrati dall’ingresso principale e fatto il nostro giro dentro alla zona piscina. Puzzo intensissimo di cloro. Odioso.
Alzo gli occhi a quel balcone dove Divine ha cantato la canzone per le ultime persone che l’hanno visto in vita. Diobò mi piglia la tristezza. E racconto lo stesso. La mente è la stanza dei souvenir, che sono piuttosto scarsi, a basso costo. Il cesso dove vado a vomitare è un relitto. Sbatto con il cranio contro la porta. E vomito ancora. La mia missione è stata quella porta. Sbatterci contro.
Ho avuto, in ogni caso, il modo di vedere il numero della porta che Divine toccò e carezzò prima di morire.
Il 7 marzo, 1988, Divine era a Los Angeles, soggiornava al Regency Hotel, situato al 7940 di Hollywood Boulevard. Si è trasformato in un condominio ora, si può vivere lì.
In realtà il Regency Hotel è andato. Non esiste più. Il luogo in cui Divine ha respirato il suo ultimo respiro, è stato raso al suolo. Nel luogo in cui morì Divine, ora, è tutto andato, tranne forse il segno molto cool che è rimasto nella mia testa di cazzo che ha sbattuto su quella porta che nemmeno esiste più. Non c’è più quella stanza, zio Bo! Sta solo nel tuo cervello malato! Ma viaggiare indietro nel tempo.. mi rende felice, mi fa star bene e ancora mi fa sentire vivo. Se possibile.
Poi le ruote del mio cervello, si sa, come sempre cominciano la loro filatura di narrazione emozionale. L’affabulazione dello stolto e del mentecatto. Del mendico di trame e misfatti e d’orrori amorosi. Come sia morta davvero Divine, sono anni che me lo chiedo.