mercoledì 12 aprile 2023

e poi aveva preso a desiderare

E poi aveva preso a desiderare la mano, sbattendo oscuramente ai venti, nell’autunno pesante, tutte quelle migliaia di vite ammaccate dall’uso pluriennale. Finite.

Da “Commentario del Tempo” in Caròla – marzo 1991 – Crocetti Editore.

martedì 11 aprile 2023

di una lettura di The Waste Land

DI UNA LETTURA DI "THE WASTE LAND" di T.S. ELIOT

[questo testo è stato pubblicato su "Post scriptum" quadrimestrale di critica letteraria, ricerca culturale e recensioni, supplemento a "Tracce" n° 25, aprile 1988]

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Prima di iniziare ad addentrarmi nel territorio narrativo di The Waste Land di T.S. Eliot, un territorio desertico, desolato e terribile, ma appunto per questo percorribile in una sorta di mappa provvisoria ed incompleta, risulta necessario porre, innanzitutto, alcuni chiarimenti.

C’è, in ogni approdo al testo scritto, una specie di superamento, di scavalcamento rispetto al testo stesso. “La lettura di un testo è una attività critica, una interpretazione, una analisi, e cioè un lavoro sul corpo materiale della rappresentazione. Questa pratica deve recuperare e produrre significativamente ciò che è stato rimosso: la forza pulsionale, la situazione affettiva, il lavoro, l’intreccio ideologico, il processo di censura e di distorsione che sono alla base dell’opera, che hanno negato e al contempo raffigurato questi contenuti. L’analisi non è però il disoccultamento di una verità nascosta”. (cit. Franco Rella, Ipotesi per una descrizione di una battaglia Feltrinelli 1977)

Mi sono avvicinato al testo di Eliot dopo essermi convinto che si tratta (fra le altre cose già lette a proposito di questo scritto) di affrontare questo luogo (Land) come un territorio da attraversare, camminabile in senso letterale. Mi sono chiesto in che modo i personaggi si muovono all’interno di The Waste Land, come è possibile ritrovarli ovunque senza che abbiano uno spostamento. I personaggi di Eliot sono ovunque, debordano addirittura dalla stessa Waste Land.

“È mia opinione che anche per Eliot, come per Yeats, non sia particolarmente necessario (anzi, credo sia errato) analizzare poesia per poesia come se si trattasse di oggetti autonomi, o adotare un principio che segua l’ordine stabilito dal poeta. La mia prima impressione, leggendo Eliot, è sempre stata di una unità chiusa nel complesso di una raccolta, non di una sequenza di poesie ma di una sola poesia, nella quale le varie parti rappresentano momenti diversi ma inspiegabili al di fuori del contesto generale”. (cit. Roberto Sanesi, in Poesie di T.S. Eliot, Bompiani 1985)

"Aprile è il mese più crudele, genera
Lillà da terra morta,…
… risvegliando
Le radici sopite…
L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse
Con immemore neve la terra, nutrì
Con secchi tuberi una vita misera.
L’estate ci sorprese"

I personaggi che abitano The Waste Land mi sembra che, più che dell’atto di superare, subiscano una sorta di stasi; anzi direi che mirano allo stare:

"C’è solo ombra sotto questa roccia rossa,
(Venite all’ombra di questa roccia rossa)"

Sembra proprio che il luogo (topos), e dunque la scrittura stessa che lo circoscrive, lo trascrive e simbolicamente lo delimita, sia il problema di questi personaggi.

"Dall’ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi
     passi, o dall’ombra
Vostra che a sera incontro a voi si leva"

Oltre ai personaggi esiste il vuoto (spazio di relazione tra i personaggi) cioè lo spazio in cui i personaggi si muovono e che rende possibile il movimento stesso.

Ora: abbiamo due elementi distinti che sono i personaggi e le loro ombre. Dunque un corpo materiale con una sua propria densità e la sua ombra. Il salto, il ribaltamento è proprio il fatto che sia l’ombra (l’ombra, figlia dello spazio, azzeramento assoluto rispetto alla materia-personaggio e quindi intangibile, cfr Medardo Rosso) a seguire, l’ombra a venire incontro e, dunque, lo spazio a muoversi rispetto ai personaggi. Non viceversa.

Mi confermo con Eliot:
 
"Vedo turbe di gente che cammina in cerchio"

A parte i rimandi, ormai conosciuti ai più, a Dante, mi pare evidente un certo richiamo al tempo epico (circolare) e quindi fisso, fermo nel pur continuo muoversi, dove i personaggi, gli eroi, nel loro eterno vagabondare e al loro continuo combattere e muoversi attraverso territori sconfinati, restano pur sempre allo stesso punto (la pagina).

"Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine"

“Dal che risulta subito che tali allusioni non si tengono insieme per associazione esterna, meccanica, puramente letteraria (come qualcuno, ancora, insiste) ma perché parlando il linguaggio della memoria, dal profondo della psiche, rimandano a un significato mitico.”  (cit. Roberto Sanesi, Su un’immagine in The WasteLand, in La Valle della Visione, Grazanti 1985)

E come in Materia e Memoria di Bergson la riconduzione del movimento e durata (che è la caratteristica del mythos) porterebbe, per via contraria, alla tesi se il movimento non riguarda lo spazio, – il che nulla toglie alla sua unità -, Achille non raggiungerà mai la tartaruga (tesi di Zenone).

"Presso le acque del Lemano mi sedetti e piansi"

Tutta la terza sezione sembra confermare quanto sopra esposto. Il testo comincia con l’immagine del fiume. È una ripresa del tema dell’acqua (una presenza che sembra data dalla sua assenza: il titolo della sezione è, infatti, Il sermone del fuoco) attraverso l’idea del fiume. Il Tamigi stesso fa da specchio riflettente rispetto ad una precisa intenzione di a-temporalità, a-storicità, (i tempi storici si confondono). Il fiume, insisto, immette l’dea di flusso (movimento), lo scorrere del tempo e l’immobilità si percepiscono proprio attraverso il concetto di fiume.

Appaiono rimandi biblici legati all’idea di esilio, lontananza, sofferenza di un popolo.

Direi, osando, che questi personaggi, interrogando proprio sullo stare, l’abitare, del soggiornare nel luogo per mezzo della parola (e qui la nozione di “topos” si traspone con evidenza alla pagina scritta: il luogo è la pagina e la casa la parola scritta): mi pare che proprio qui si ponga il problema della casa dell’uomo e del proprio esilio.

C’è, ed è evidente in tutta la Waste Land, l’andare verso il luogo che si risolve in una specie di spostamento subitaneo, una sorta di salto che permette di essere, improvvisamente in un’altra dimensione spazio-temporale.

Qualcosa, in The Waste Land, anima il cammino delle parole e dei personaggi ma, al tempo stesso, lo riconduce al suo proprio fermarsi (che è il giusto assioma dell’andare: ciò che è).

Non intendo chiudere qui la questione ma aprire nuove domande.

L’uomo, dunque, (secondo questa mia tesi che cercherò di sostenere fino in fondo) non ha casa né sulla Terra né altrove. Nell’opera di T.S. Eliot che prendo in considerazione per esplicitarmi, sono i personaggi stessi a subirne le conseguenze: essi sono gli animale, esiliati, coloro che emergono dalla pagina scritta e che ne restano fuori, ne sporgono (l’immagine che ho in mente è l’iceberg).

The Waste Land può essere letto come un’indagine sull’abitare, nel luogo, per mezzo della scrittura. E mi pare chiaro, a questo punto, il richiamo al senso della Scrittura/Terra che procede paralela all’indicazione di una nuova patria simbolica (a costo di essere Waste) che non è una terra del male o del bene, che si estenderebbe oltre il territorio concessogli attraverso le sue rigide procedure di nominazione.

In questa nuova patria, in questa Waste Land che impropriamente traduco Terra Riguadagnata avrebbe dimora il vero linguaggio e, secondo questo lavoro di Eliot, il linguaggio non appartiene più all’uno, procede verso la propria destinazione ed entra in essa attraverso il procedimento nominativo.

Farei ora una distinzione che più avanti chiarirà la sua presenza: il distinguo è fra un pensiero (e quindi una scrittura) dirimente, una separazione, divaricazione, un gettare lontano e un pensiero (di nuovo, ancora, scrittura) agglutinato, una aggregazione, inserimento.

Ciò che intendo dimostrare a questo punto (e mi pare sia l’operazione di Eliot) è che l’unità comincia con la distinzione. L’unità nasce quando si comincia a distinguere. L’identità che ne risulta ha l’effetto di ridurre l’ansia che si manifesta là dove i significati oscillano

Il separare segna la nascita della scrittura (e qui mi sorge un dubbio: che sia proprio il lavoro di divaricazione ciò che fa pensare a The Waste Land come ad una sorta di “scrittura desolata”?), mentre l’aggregare ne rappresenta l’antecedente, un contesto simbolico dove tutti i significati possibili oscillano in una molteplicità di sensi.

Eliot, forse ignorando il principio di non-contraddizione, nel suo nominare offre un linguaggio simbolico che si concede all’animata fluttuazione dei significati.

"Bene allora v’accomodo io. Hieronymo è pazzo di nuovo."

(le traduzioni sono di Roberto Sanesi, a lui dedicai)

che rovesciato s'ascoltasse il di fuori

Che rovesciato s’ascoltasse il di fuori! Come se fosse fatto viso, violento. Ma poiché c’è, questa tua faccia, su cui venire, fino in fondo, così, in duplice enunciata orgasmica quasi a rivivere in un’ondulazione di spasmi. Tu dici. La fine dei tre giorni insieme. Diverso. Meno presente. Col membro che si solleva da solo.

È un gesto, ormai, leggere i tuoi occhi. Noi eravamo, e si vede che è così, qui, alle stoffe, per colmare ciò che non è stato. E dell’aria sussiste.

Qualcosa, i frammenti di sbieco, discosti da un riflesso.

È difficile, adesso, risalire. Quasi agitata, la mente. Era senza questo presente, lo scorrere del tempo che torna da uno scambio, s’interrompe. S’era interrotto. Ma ripiegava ogni volta e ogni volta una registrazione, non proprio ogni volta, c’era.

Non più precisi di così, ero io, restavo. Perché vengono. Questo è accumularsi, dilatarsi, mentre l’insieme di tutte le cose non vien detto qui. Lo trovo, oggi, sull’orlo coricato.

Voi, in piedi, di fianco, dentro l’operazione. E non io in quel numero. La torsione era dunque l’eco.

Istantaneamente profondità o meglio: la carne, quel salto che risponde quale era scritto. Come se il muro, là, non altro colore potesse ricevere, per cui: il sudore.

Così, il punto e gli occhi, una forma che copre e allora sorge la testa. Questo richiamo, la bocca di qualcuno al seme, l’episodio che non avrebbe reso il rosso, il cielo riflesso, strappato nel quadro, terroso, dalla parte giusta che è poi la stessa che indicano tutti.

Al momento, in questo recesso, che è un momento di noi, gridando alla gola, venivamo.

S’apriva, così, a darci, in rilievo remoto.

[Minime Anime: Qualcuno mi ha chiesto di poterlo leggere, quel testo. Pochi, invero, ma si sa che a me basta così.

La stesura originale apparve, per diretto interessamento di Ubaldo Giacomucci, nella rivista "Tracce, trimestrale di scrittura multimediale", anno V, Luglio/Agosto 1986. Qui se ne presenta una versione con non poche variazioni perché il tempo è passato ed è giusto così.]

giovedì 6 aprile 2023

l'essere umano

... l'essere umano, si sa, tende alle somiglianze, da un lato attribuendo loro una veridicità e dall'altro educandosi alla leggerezza della verosimiglianza. La cronaca ci dice, però, che basta un minimo scarto d'intenti (somigliarsi a un dio qualunque, una forza suprema, un assoluto orrore, un gas venefico) per ridicolizzare tutta questa voglia d'iperbole, la precarietà della traccia e della luce d'ogni essere vivente. E così, la leggerezza, non è più di tanto sostenibile tanto è minacciata dalla grevità fragile della materia dei corpi e dell'invidia degli dèi...

il desiderio

Il desiderio. Dov’è la sorgente? In quale recesso? Chi può ormai stanarlo? Queste le domande, come sangue nelle reni, afflusso improvviso come un tarlo che a poco a poco obnubila la mente. Non vale, allora, stimolarlo solo con la memoria, come se la poesia potesse essere pura sessualità (o artefizio di quella, come nell’amato Sandro Penna, o nel letto madido di sudore di morte di Dario Bellezza) non ritorna niente dal sesso scritto, niente.

Il sesso è pura alterità, non sta nemmeno più nei pornoshop e nemmeno nel deep web. Figuriamoci se può stare nella poesia. Nel suo lucente fingere. Finzione è poetare, al massimo è erotismo dello scrivere, altro da sé. O pornolalia.

Va detto più volte, anche di notte, quando il sonno non viene più. E, nonostante ciò che si può pensare, questo fare poetico non ha bisogno di orpelli visivi, di mattane teatrali poiché è già bruciore di vene, un piccolo fuoco – come così occorre che la poesia rimanga – una brace già nella completezza della pagina, del suo farsi verso (avvicinarsi a) ed è come se ancora, in questa nostra età sfinita, si potesse stare sulle barricate a dar voce alla vita. Come se si potesse.

tornare a svettare i pensieri

TORNARE A SVETTARE I PENSIERI SULL'EFFIMERO

Non resta un’opera inconclusa. E non trova davvero seguito se non con la coesione progettuale. Davvero tutta la poesia è attestata già a livello paratestuale: dal titolo della raccolta, all’epigrafe, all’enumerazione progressiva dei versi stessi in poi. E l’orizzonte comunicativo appare, fin da subito, come evidentemente cambiato: l’attacco già, da sempre, ne rileva la prima imposizione di un io-lirico che infatti resta in soliloquio decisissimo.

Così torna l’obiettivo della fuga dalla precarietà della vita grazie all’ardore ancora ardente, che tuttavia non realizza una vera vita. La condizione stessa di un sedicente io-lirico è diversa da quella del Mondo, il quale resta sostanzialmente ignaro della transitorietà, e così si giustifica la voglia sanguinaria di tornare a svettare i pensieri sull’effimero intraprendendo di nuovo il viaggio del piacere.

I versi non appaiono profondamente coesi, ma vi è un procedere per strappi ragionativi e sillogistici, con domande talvolta esistenziali da autobiografia patetica. È come si mettesse un poco in ordine la mente, ripassando la parte della vita che maggiormenete ci facilita, alternante all’invasione intermittente del corpo, con memorie o con ruvido materialismo del presente.

Il grande quesito inevaso è se l’amore per la scrittura possa qualcosa contro la solitudine della morte. L’una o l’altra, che differenza fa se poi s’ha da sentirsi sempre soli? Soli con la propria deprecabilità. Non più s’apre la strofa, non c’è più il referente diretto e l’io-lirico non ha più interlocutori, medita sulla sua medesima favola d’amore terminata almeno razionalmente, mentre perdura l’emozione.

Non a caso l’uomo è fuori dalla porta della scrittura poetica, estromesso dai pensieri ragionativi, e non interloquisce, ma interrompe semplicemente il flusso di coscienza poetico, che riprende faticosamente  con sequenze sulla prossimità dell’oblio. Come se stramazzasse giù nei propri inizi. Solo con se stesso. La riflessione lungo le vie inconoscibili e impervie della mente è più rischiosa del serraglio di assonnate lascivie entro cui tornare. È come un amplesso, lì si focalizzano i postumi dell’amore, gli umori rappresi e i tremiti passati, in piena coerenza con il desiderio vitalistico.

Da qui il desiderio rabbioso di condividere tutto, non solo il sentimento o il sesso. La metafora, porto sicuro, anche e soprattutto in previsione della morte della parola stessa, al limite del torpiloquio, della pornolalia e scavare nel proprio cuore di merda con la vanga e col piccone. Murare il sentimento, non desiderare più il vuoto dell’assente: l’unico conforto rimasto è nelle parole. Nuovamente, un richiamo bestemmiante che interviene a sabotare tutte le ispirazioni della poesia colta dal furore, l’io-lirico maledice l’uomo, in un violento climax di predicati che invitano alla sparizione. Per sempre.

Tuttavia, poi, l’ira si placa, si immagina cosa dire prima all’amante e poi si parcellizzano i messaggi al proprio cuore, al proprio corpo malato, con l’invito ad accontentarsi di quel che resta e alla propria mente. Si scivola quindi al ricordo di esperienze passate e alla riflessione su di sé, sfuggendo sempre al presente frustrante, fino a un’abbozzata idea di suicidio della scrittura, poi ritrattata, poi ridata, ritrattatta nuovamente.. all’infinito per un singolare e atavico attaccamento alla vita. Solo da ultimo, torna il pensiero, definito un estraneo, in attesa di risposte impossibili e di un piccolo scritto tranquillante (che può rimandare al corpo contratto, astratto, ma anche alla distensione dello stesso, alludendo quindi alla funzione placebo del sentimento).

Il rientro è salutato dal poeta che, ancora una volta, ha il compito di chiudere. Tornano l’offerta e il verbo volitivo che è perfettamente conscio della precarietà della vita e dell’approssimarsi della morte. L’uomo non fa niente per sottrarsi al destino, se non ingannare l’attesa condividendo piccoli e grandi piaceri.

l'argomento della persona

Questo scritto incomincia e finisce con l’argomento della persona. La persona che dovrebbe essere lo scrittore.

Noi viviamo in un mondo davvero basso: per adattarsi ad esso, il fanciullo che dovrebbe essere lo scrittore che è in noi abdica a tutta quanta la sua estasi [quasi Mallarmé].

Una persona, in questo caso scrittore, è quell’io o quel voi, quell’egli o quell’essa da cui, essa stessa oggetto, viene sperimentata.

Scrivendo tento di esprimere qualcosa a qualcuno [e allora faccio comunicazione]

Scrivendo sto ricomponendo gli elementi di qualche caleidoscopico mosaico interno [e allora faccio invenzione]

Scrivendo cerco di svelare i caratteri di nuove possibilità che emergono [e allora faccio rivelazione]

Mi sorprendo del fatto che appaia qualcosa che non esisteva prima, e che queste parole non ci fossero prima che io le scrivessi. A questo punto ci stiamo accostando all’esperienza della creazione dal nulla.

Sono in grado, oggi, gli scrittori d’essere persona?

Noi tutti siamo esseri potenzialmente scrittori fra i quali c’è il nulla, non c’è alcunché che ci unisca, nessuna cosa. Noi scriviamo. Ciò che c’è veramente fra di noi non si può esprimere con il nome di cose che ci si frappongono. Il fra è in sé un niente.

Gli scrittori non si parlano. Si citano. Autocitano. E precipitano.

Così è che tutti gli esseri umani, o solo alcuni, o nessuno siano delle scrittori.

Desidero definire lo scrittore in un modo doppio: in termini di esperienza come un centro di orientamento dell’universo prossimo [cioè a dire l’altro]; in termini di comportamento come l’origine degli atti [cioè a direl’essere interni solo a se stessi].

Si può vedere la gente dormire, mangiare, camminare e parlare ecc. in modi abbastanza prevedibili. Per gli scrittori non dobbiamo accontentarci solo di una osservazione di questo genere. L’osservazione del comportamento va estesa per mezzo di interferenze e attriti che ne vanificano qualunque esperienza di rapporto interpersonale. Se non quando può servire ad incensare il proprio nuovo scritto.

Senza il miracolo della scrittura non sarebbe accaduto nulla. Nulla potrebbe accadere senza la pagina scritta. Ma nulla accade anche in presenza di uno scrittore.

Se togliessimo di mezzo ogni cosa, tutte le vesti, le maschere, le stampelle, le truccature, e i progetti in comune, e quei giochi che forniscono il pretesto per delle circostanze camuffate da incontri a livello umano, se potessimo incontrarci veramente, se si verificasse un simile evento, una felice coincidenza tra scrittori, cosa ci separerebbe allora? Non più uno scrittore, certo. Una persona che saprebbe relazionarsi.

Se disegno una forma su di un pezzo di carta, compio un atto che scelgo in base all’esperienza della mia situazione; cosa ho esperienza di fare, e qual è la mia interazione col Mondo fuori dalla mia esperienza di scrittura? Nulla.

Questo equivale a dire che il fondamento dello scrittore è il rapporto che c’è con se stesso; questo rapporto è l’“è”, l’essere di tutto, e l’essere di tutto è esso stesso un nulla.

Questi signori dell’esperienza vivono in mondi totalmente irrelati di loro privata composizione? Le scritture che li uniscono, sono al contempo altrettante scritture, altrettante finzioni che li separano?

Questa regione dello scrivere, la regione del nulla, del silenzio dei silenzi, è essa stessa l’origine di ogni abbandono della realtà: noi dimentichiamo che siamo là interamente ed in ogni momento. E da là non ci rapportiamo con nessuno. Se non con noi stessi o con chi a noi stessi assomiglia.

Una luce pre-esistente, un pre-suono, una pre-forma, non sono nulla se non correlate con chi sta al di fuori, eppure costituiscono l’origine di tutte le cose create da chi scrive.

Un’esperienza ancorata all’identità, alla propria identità, vincolata allo spazio tempo del proprio essere.

Tutto un silenzio che precede la formazione e viene espresso dentro e attraverso il linguaggio, e che non può essere espresso dal linguaggio; ma il linguaggio può essere usato per dire cosa esso non sa dire, tramite i suoi interstizi, le sue vacuità e deficienze, tramite la struttura di parole, sintassi, suoni, e significati. Senza, per questo, doverosamente, doversi rapportare.

Modulazioni di tono e di volume che delineano una forma precisa ma senza fornire le informazioni ché mancanti negli spazi tra le linee e davvero sarebbe grave errore scambiare le linee per la forma, o la forma con ciò che essa rappresenta [quasi Jole De Sanna].

Può uno scrittore essere veramente se stesso con un altro uomo o con una donna?

Invito a cercare il motivo di questo stato di confusione in Heidegger: “Stanno giocando un gioco / Stanno giocando a non giocare un gioco. / Se mostro loro che li vedo giocare, / infrangerò le regole e mi puniranno. / Devo giocare al loro gioco / di non vedere che vedo il gioco”.

Prima di essere in condizioni di poter porre un interrogativo ottimistico come il seguente: “In cosa consiste un rapporto di interscambio” bisogna che ci chiediamo se un rapporto tra scrittori e persone sia possibile; o, meglio, se, nella nostra situazione attuale, sono possibili delle persone [dato che potenzialmente tutti siamo labilmente scrittori]… e tuttavia nel far uso di un vocabolo, qualunque esso sia, una lettera, un suono, OM, non si può prestare un suono al silenzio, o nominare l’innominabile.

Ognuno deve rifarsi, a questo punto, alla propria esperienza personale. La mia esperienza ed il mio agire si attuano su di un piano sociale di reciproca influenza e di interazione.

Noi siamo separati e congiunti gli uni agli altri fisicamente: le persone, in quanto esseri dotati di un corpo, si rapportano reciprocamente nello spazio; e inoltre siamo divisi ed uniti dai nostri diversi punti di vista, dalla diversità di educazione, di ambiente, di organizzazione sociale, dalla adesione a gruppi, associazioni, ideologie, da interessi economico-sociali di classe, e dai diversi temperamenti.

Noi non siamo un gran che interessati alle esperienze del “colmare una lacuna” di una teoria o di una conoscenza, del chiudere una falla, del riempire uno spazio vuoto: “non si tratta di immettere qualcosa nel nulla, ma di creare qualcosa dal nulla, ex nihilo. Il nulla da cui emerge la creazione, nella sua maggiore purezza, non è uno spazio vuoto, od un vuoto lasso di tempo”.

Noi esperimentiamo gli oggetti della nostra esperienza come là fuori nel mondo; l’origine della nostra esperienza sembra situarsi al di fuori di noi stessi. Nella nostra alienazione “normale” dall’essere, una persona che sia pericolosamente consapevole del non-essere di ciò che noi scambiamo per essere (gli pseudo-bisogni, gli pseudo-valori, le pseudo-realtà di quell’endemico inganno delle opinioni sulla vita, la morte ecc.) ci fornisce, nell’epoca in cui viviamo, quegli atti creativi che noi disprezziamo e di cui abbiamo estremo bisogno.

L’origine delle immagini, delle forme, dei suoni, viene da noi sperimentata come interna e tuttavia al di là di noi stessi: i colori provengono da una fonte di pre-luce in sé oscura, i suoni dal silenzio, le forme dall’informe.

Ma se potessimo lasciar perdere tutte le esigenze e le contingenze, e rivelarci reciprocamente la nostra nuda presenza? Se gli scrittori divenissero persone ed imparassero a rapportarsi?

Una situazione che si fa comica: cresce sempre più l’interesse per la comunicazione in sé, e diminuisce l’interesse a comunicare.

La creazione è stata giudicata impossibile persino a Dio, ma noi ci occupiamo di miracoli. Dobbiamo udire, come dice Lorca, la musica delle chitarre di Braque.

Lo scrittore, insomma, non è essenzialmente impegnato nella scoperta, nella produzione, o anche nella comunicazione e nell’invenzione di ciò che trova: il suo atto è quello di permettere all’essere di emergere dal non-essere.

Lo scrittore d’oggi vive uno stato di normale alienazione dell’essere interiore a favore di una esteriorità falsa ed oscura. Almeno a me. Che scrittore non sono. Scrivente sì. E persona.