sabato 3 giugno 2023

è durissimo non esistere più



(È durissimo non esistere più, non essere più in qualcosa. Da anni. Che paiono secoli.

Il vero dolore consite nel sentire il proprio pensiero spostarsi dentro di sé. Ma il pensiero, come un’ombra, non è certo una sofferenza.

No, in ogni estirpamento corporeo, ogni diminuzone dell’attività fisica, il luogo da cui più si torna indietro, questo fastidio che si percepisce impercepito che si ha sentendosi dipendere nel proprio corpo autorale inesistente, e questo stesso corpo autorale carico di marmo e disteso su un legno scadente o su dell’acqua immobile.

Non uguagliamo la pena che si ha sapendosi privati dalla scienza fisica del pensiero e dal senso del proprio equilibrio interno.)

https://cultura.gaiaitalia.com/cat/zio-bo/

Intervista a Bo Summer’s, autore del libro che pubblichiamo a puntate, “El Horno”


El Hornodi Maximiliano Calvo

Da diverse settimane ormai, e con crescente successo, pubblichiamo a puntate su Gaiaitalia.com il romanzo “El Horno”, di Bo Summer’s curato da Fabio Galli nella nostra rubrica Week-End letterariSkeen, il protagonista del libro, è un personaggio scomodo che chiama le cose con il loro nome, così come piace a noi.

El Horno, rifiutato da diverse case editrici italiane, troppo occupate a fare i conti con la pruderie dei loro direttori editoriali e con la necessità di vendere, perché si guarda sempre e solo al proprio ombelico, sarà pubblicato presto in e-book da gli e-book di Gaiaitalia.com, uno dei molti progetti culturali cui daremo vita nei prossimi mesi.

L’intervista all’autore non è un obbligo, è una necessità. Per conoscerlo, prima di tutto, e per parlare di letteratura e scrittura, e di cultura, ché non se ne parla più, quando non è quella becera istituzionalizzata da anno di burlesconismo & soci. Di seguito domande e risposte. Con conseguenti ringraziamenti.

L’intervista:

La genesi de El Horno (che tra parentesi è un locale gay che esiste sul serio)… ?

El Horno è un locale che esiste davvero, in Spagna, ma la descrizione dell’ambiente assembla vari locali che si possono identificare facilmente. Tutto nasce da una di immagine che io trovavo divertente: un uomo, durante un fist subito, ha la visione angelica di Nina Hagen nel suo periodo ultraterreno: completamente ambientato negli Anni ’80, El Horno ha una struttura cut-up ma la follia è stata di scriverlo in ordine alfabetico. Le prime stesure, iniziate intorno al 1995, risentivano di una scrittura vicina a Il pasto nudo o I ragazzi selvaggi di William Borroughs, poi col tempo, trasformai la forma e l’avvicinai a Jean Genet senza timore. Dieci anni di lavoro sul testo e le successive stesure, mi hanno permesso di raggiungere un risultato che è, forse, al di fuori dei nostri tempi, fuori certamente da un mercato editoriale che non ha nessuna intenzione di rischiare.

Come nasce il binomio Fabio Galli Bo Summer’s?

Fabio Galli nasce come poeta alla metà degli Anni ’80, pubblicando un testo molto vicino alle impressioni del Surrealismo per una piccola casa editrice di Pescara, si trattava di Impura e Tracce. Poi un lungo apprendistato come redattore alla rivista “Poesia”, un libro per Crocetti editore, Caròla, e una versione stralunata di un testo giovanile di Verlaine, Melancholia, ed. L’Obliquo di Brescia. Per quindici anni Fabio Galli fece il poeta lavorando nell’ambiente che amava e pubblicando varie plaquette sempre per piccoli editori e proseguendo con alcune collaborazioni con un grosso gruppo editoriale in qualità di editor. Poi accadde qualcosa… uno stallo, come se si fosse rotto l’incantesimo. Se ne andò, Fabio Galli, dall’ambiente editoriale, qualcosa non funzionava più, non era esattamente quello che aveva immaginato. L’ambiente della Poesia, che doveva essere puro, non si rivelò tale. Brutte storie. Arrivismi. Fabio Galli sparì, e intanto scriveva. Agli inizi di questo meraviglioso nuovo secolo cercò di rientrare nell’ambiente ma le porte si erano ormai sbarrate. Cercò di pubblicare, ma niente. L’oblio. Improvvisamente, scoprii internet, in assoluto ritardo sul mondo intero, cominciai a pubblicare blog e cose varie, per mio conto, prendendo come nome quello di un vecchio attore porno Anni’80, nemmeno così tanto famoso, Bo Summer. Bo Summer’s per vezzo.

Perché sceglie di ambientare la Sua storia in un sottoambiente del sottoambiente riservato alla comunità gay?

Sarebbe stato facile scrivere una storia d’amore alla Pier Vittorio Tondelli o scrivere come Matteo B. Bianchi, Andrea Mancinelli, Marco Mancassola, ma era mia intenzione rappresentare una realtà, la parte più oscura, la vera verità. Non ero intenzionato ad avere compromessi con nessuno ,a costo di essere stomachevole. Volevo raccontare la sessualità di molta gente gay che vive il proprio corpo come una macchina da combattimento, gente che ho incontrato in molti locali, in molte chat e in molti luoghi all’aperto. Per molti anni ho frequentato gruppi del “sottoambiente” della comunità gay. Una realtà poco narrata e c he io intendevo raccontare. Ho voluto scrivere, sì, una storia d’amore, ma volevo che fosse ambientata in una realtà che non è poi così troppo inventata, direi.

Ci parli del Suo passato e presente di poeta…

Il mio passato di poeta è roba del secolo scorso, forse nemmeno nessuno si ricorda di me, o finge di non ricordarmi che è peggio. Il mio presente di poeta sta rinascendo, ringrazio qui, pubblicamente, Elio Grasso, perché, nonostante io sia una orso, crede ancora in me e nella mia scrittura.

Senza remore, con assoluta libertà, cosa pensa del panorama cultural-editoriale italiano?

Ci sono buone cose in giro, ma l’editoria non mi pare abbia molta intenzione di sperimentare o rischiare. Non ho mai avuto risposte negative su El Horno, mai nessuno ha detto che il testo non avesse valore ma che il momento non era quello giusto. Cosa volessero dirmi lo lascio pensare a voi.

Ha subito censure?

Due editori soltanto mi hanno chiesto di ripulire un po’ El Horno, beh ho detto “no grazie” ed è finita lì.

Nel Suo romanzo El Horno, che stiamo pubblicando a puntate, Lei dice piuttosto chiaramente cosa pensa dell’associazionismo lgtb di questo paese, vuole rinfrescarci la memoria?

Forse mi state chiedendo cosa penso di Arcigay? Credo che Arcigay non sappia guardare la base dei suoi tesserati. È come se fossero su di un piedistallo. Mi sembrano fermi. Forse sbaglio? Ci sono invece piccole associazioni, piccoli gruppi che sono nati spontaneamente in questi anni, che solo a livello di aggregazione fanno molto di più e senza i proventi di Arcigay. Tenendo conto che la maggior parte dei tesserati Arcigay è data dai locali, i quali vengono frequentati non certo per discutere problematiche, e che gli stessi ultimamente, non avendo voce alle riunioni Arcigay, hanno istituito circuiti di tessere da club privato… e via, e via, mi domando quanti tesserati e sostenitori avrà Arcigay.

Non hanno ereditato i gay italiani, un po’ dell’idea dell’amoreFabio Gallifrancese alla Proust che una volta frustrato li fa finire ne “El Horno”?

El Horno parla di sesso allo stato puro. C’è molta pornografia, lì dentro. I gay italiani forse finiscono a El Horno perché il sesso è parte integrante della loro vita, Proust o non Proust. E poi sono convinto che troppi gay non sappiano nemmeno chi sia Proust ma sanno benissimo cosa è un fist.

Fabio Galli scrittore, chi è stato e cosa sarà?

Cosa farò da grande? Forse diventerò un caso letterario.

Che cosa prova nello scrivere?

Scrivere mi produce la sensazione di poter fare, di poter dire, e che nessuna possa fermarmi.

Possiamo dire che pubblicherà El Horno, nella nuova collana di ebooks di Gaiaitalia.com?

Con Gaiaitalia.com sono già fidanzato da un po’, cioè da quando mi hanno chiesto: “Scusi, ma Lei scrive?”, li ho amati subito. Mi è parsa una dichiarazione di intenti che non leggevo più da anni. Se questo fidanzamento diventerà un matrimonio, scusate, ma non può che farmi piacere.

 

Fabio Galli, classe 1961
è stato redattore della rivista “Poesia” (Crocetti editore)

Pubblicazioni:

Prima, nella storia, ancora, Bandecchi e Vivaldi editori, 1995
Balli e Canti, edizioni Pulcinoelefante, 1993
Caròla, Crocetti editore, 1992 
Impura, edizioni Tracce, collana I campi magnetici, 1986 
Melancholia, versione da Paul Verlaine, edizioni l’Obliquo, 1992


scrivere come dio: d’una ghiaia


 

Ghiaia

 

 

Mi permetto, forse importuno, d’inviarLe questo breve testo: d’una ghiaia.

Quali sono, all’incirca, le parole che ora dovrei usare per tentare di descriverne le intenzioni?

Anche a domandarmi quali parole si giochino nelle stanze dell’amore, di questo amore, sento che se la morte si girasse, troverebbe la chiave per entravi.

Potrei anche morire ad essere innamorato.

Già fatto dono del mio corpo, ma ingordamente, però, proprio nel momento in cui ebbi la più netta coscienza di questa inquietudine.

Una decisione, dovrei compiere il primo gesto [e qui non mi pare di scorgere il segno d’un poco di speranza: il senso del mio turbamento non avrà mai fine].

Che non m’avesse mai chiamato vicino questo amore ma una coorte di angeli con i loro riccioli biondi, madidi, magari discesi dalla notte a cavallo dei quattro venti.

Forse sono ferito nel mio corpo dallo scrivere [no! non sempre si grida al terrore: una volta sola, forse. Ma mi sono insegnato il coraggio al canto che secerne la paura stessa].

Questa breve lettera, lo avrà certo capito, è, insomma, un pretesto per chiederLe un parere. Una parola su questo mio lavoro che allego.

Nel farmi perdonare per questa mia, mi accingo a salutarLa con ogni stima, ringraziandoLa per avermi fatto apprezzare Anna Maria Ortese.

 

 

 

 

 

 

 

… nella speranza d’una risposta, inviai a Dario Bellezza. Era poco dopo la metà degli anni80. Ricevetti missiva da Edizioni del Giano in Roma con proposta di pubblicazione… (a pagamento)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(15 dicembre 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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venerdì 2 giugno 2023

scrivere come dio, l’ammissibilità assoluta


Bo Summer's Toy

 

Egregio Signore,

vorrei, a costo di essere inopportuno, sottoporre alla sua visione un mio lavoro: El fistolo de l’Inferno.

Nella mia scrittura c’è il moltiplicarsi dell’immagine nei suoi elementi visivi, nei suoi tasselli costitutivi. È come prendere in mano le cose da lontano, da molto lontano: molto lontano dalla loro agitazione ma per sentirsene più in fondo, e fino in fondo, responsabile. Lì c’è la parola come intenzione iniziale e quindi, anche, come finzione conseguente, impossibilità latente, evento irrisolvibile. Ma, proprio per questo, nascita irripetibile, fuoco che brucia [davvero], trance controllata, epigrafe. Scatta accecante, in quel momento, il silenzio, vuole – e non potrebbe altrimenti – creare il silenzio: tutto dovrebbe passarvi per provocare questa cesura immaginaria, e questa tutura nell’aria ferita che è silenzio, quello almeno che l’uomo può ascoltare, sempre provocato da un accadimento, da un incidente, che appunto è tale in quanto incide nel silenzio, lo rende percepibile, il silenzio come infinito, provocato attraverso la parola [o la sua mancanza] che diviene silenziosa invece che comparato attraverso la voce.

La mia domanda è questa: sono ammissibili questi miei scritti? Parlo, sia chiaro, della loro ammissibiltà assoluta, della loro esistenza letteraria. Sono qualcosa che deve restare solo mia o può venire inserita in un contesto più ampio?

Propongo dunque questi versi all’esistenza. Questo è ciò che domando: possono esistere?

 

 

Inviai questa lettera ad Antonio Porta a metà degli anni80. Mi rispose, al telefono, la sua voce [pensai ad uno scherzo, all’inizio] che mi prometteva una vicina pubblicazione sulla rivista Alfabeta. Avvenne.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(28 dicembre 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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“Un po’ di febbre”, la poesia “medicinale” di Sandro Penna & “svarioni varii”


Immagine mostra. Umberto Saba. La poesia di una vita

“Certo, vien fatto di pensare che la miracolosa perfezione di certe sue cose, la vergine rivelazione di certi suoi versi, che, la prima volta, ci fecero pensare addirittura al giovinetto Rimbaud, i limiti stessi di quel suo affettuoso e trasparente mondo poetico non comportino svolgimenti e arricchimenti di sorta. Penna è quello che è: un dono da prendersi o lasciarsi, come le cose della natura”. Parole di Sergio Solmi, scritte nel ’39.

“Poeta d’amore” si definì, polemicamente. E poeta orgoglioso del suo eros finocchio dichiarando con Satie: “Io non sono omosessuale, sono pederasta”. Non che i tempi, allora, fossero, più facili, e definirsi pedé non era certo cosa di poco conto. In Italia, poi. Già allora pedarasta era sinonimo di pedofilo. L’omosessuale concupiva i bimbi. Già allora. Non che fosse più facile. Oggi sembra tutto più semplice, perché “le cose cambiano” con Carlo Gabardini che ci rappresenta orgogliosamente ai nostri orgogliosi Pride, che è una vita che ci mettiamo la faccia e le chiappe per farli, e che noi siamo stati il carrozzone di Carnevale e tutte quelle robe qui.. e vabbé. [primo svarione]

Una parsimoniosa produzione poetica, la sua, edita poi in unico volume da Garzanti e affiancata da scrittura di novelle, raccolte, anch’esse in parte, sotto il titolo Un po’ di febbre sempre da Garzanti. Poesia caratterizzata da sentenze e massime morali, vero e proprio gioco, continuo osare per cui di fatto si nega l’epigramma con l’epigramma, la sentenziosità con la sentenza.

Non è offensivo dire che la felicità poetica di Penna non ogni volta raggiunga altrettanta pienezza: spesso non va oltre i primi versi [“attacchi” memorabili], come se il botto iniziale a lungo accumulato esaurisse in quel primo contraccolpo tutta la sua carica. Ho imparato molto da questo. Perché questi son proprio i difetti, i rischi, connaturati al dono poetico, e  non eliminabili ma quel dono, in tempi come i nostri, appare più che mai prezioso.

Ma come si potrebbe definire Sandro Penna? Una tra le voci maggiori del ’900 [Pasolini], un piccolo miracolo [Saba], un alessandrino, un poeta della Palatina? … oppure considerarlo un emulo di Saffo, di Alceo, di Anacreonte? Un personaggio di Durrell, forse?…

Risposte davvero infinite. Fu poeta libero, questo sì, colto, uno nomade dell’eros a proprio agio in un mondo senza storia. Nella solitudine assoluta del suo comodino stracolmo di medicine. Di rimedi chimici alla sue malattie vere e presunte. Un eremita. Un brontolone. Un rompipalle notturno che chiamava il designato di turno per dirgli che stava male. Un solitario, a caccia di corpi. Con un senso di mancanza.

Una mancanza. Così come lo è questo nostro vivere odierno: il nulla assoluto, lo svuotamento senza memoria, soltanto presenze per postura, ammiccamenti, per un esserci poiché così si deve fare, altrimenti non si è. Cioè non si è ghei se non si fa l’outing, che pure a me l’hanno detto di farlo che son ghei da quando avevo i miei bei 15/16 anni e già a 18 me ne andavo a battere da tempo sulla Fiera, fiero già allora.. Ci si appalesa, oggi, si esce dall’armadio [che già lo cantava Lou Reed ‘sto fatto di saltar fuori dall’armadio, ma lo cantava negli anni ’70] e da quel momento si diventa il mito da imitare scrittori e militanti, vestali del Mieli o Arcicula perché così deve essere, perché “io so dire e fare e brigare e voi no. E scrivo su questa e quella testata e quindi ciò che dico assume carattere di verità [vanità] e decido io perché dell’arci sono”. Sarà che io sono un antico, forse più barbaro che greco, e allora vi dico che un Penna può e deve ritornare anche oggi, senza mediazioni e compromessi, nelle nostre letture e nei nostri qua-qua di opinionliderghei dell’ultim’ora che a me, personalmente, mi pare si vogliano mettere la cravatta del civile, con le civilnozze che sembra l’unica cosa che c’han nel cuore. E ho scritto cuore per non scrivere di peggio. [secondo svarione]

Un “istintivo”, un primitivo, formatosi alla scuola della vita più che alle altre, ebbe una certa diffidenza per ogni giudizio critico che cercasse, definendola, di storicizzare la sua arte. Seguitò a rimanere non intrigato, come per cosa che riguardi un altro, e diverso, da sé. Diffidente. Condusse per tutta la vita un’esistenza appartata, preferendo alle occasioni mondane la compagnia dei suoi “amorazzi”, e vivendo di lavori disparati, dalla “borsa nera” durante la guerra fino al commercio d’arte. Di tutti i suoi amori, quello più forte, quello più vero fu per la vita, non per l’immortalità, e ciò avviene per ogni eluso od illuso amatore.

Non volle certo lasciare ai posteri foscoliani monumenti o lunghissimi carmi, la sua poesia non è che il diario quasi monotematico di un amore per alcuni aspetti del reale, ripetuto in infinite varianti, in una coazione a ripetere, un loop che è fonte di continuo e ripetuto godimento, insopprimibile anche nel dolore, “ma Sandro Penna è intriso di una strana gioia di vivere anche nel dolore”.

L’istintività non si limita al campo della cultura, ma investe la ragione stessa del suo poetare: è il poeta della vita libera dei sensi, di qua dalla riflessione, dal razionale, e, quindi dalla storia. Che non è di certa questa nostra miseranda storia che ci vuole incasellati in civilnozze di serie B, nell’irrigidimento delle nostre affettività vicino il più possibile a ciò che è civiltà, o un’idea di tale. Inquadramento. [terzo svarione]

Mirabile, come, con una tematica così circoscritta, entro un orizzonte necessariamente limitato, trovi sempre nuovi incentivi e nuove modulazioni. Ritmo, a volte addirittura sincopato, e insieme filato come un respiro: diventa un fatto di natura, pur essendo sempre elaboratissimo e vigilatissimo nella tecnica e nella sintassi, nella metrica e nella parola. E tutto ciò giova a caratterizzarlo perché quella fedeltà ai modi epigrammatici altro non significa che, nel suo mondo poetico, non c’è stato nessun profondo sviluppo.

Io tifo ancora per quel vitalismo alimentato da una gioia dei sensi ebbra, seppure ombrata di malinconia. Un impressionismo che riesce a contenere la propria estuante sensualità nel giro di pochi versi, nel pregnante nitore di sperma dove il rapporto parola-colore si esala in vaghezza musicale. Ecco, questo ancora vorrei. Amici miei ghei. Ma che ve lo scrivo a fare.
Voglio tornare ad essere ancora il “fiero pasto” di troppe pruderìes, fonte spesso di incomprensioni feroci di tanto debole maschilismo o di dolciastre adesioni, puramente tematiche ma spesso altrettanto incomprensive. [quarto svarione]

A me della sessualità altrui, ben poco interessa, non è questo il punto: ognuno sia nel suo talamo Sovrano, rispettoso nel rispetto. E comunque, anche se di fanciullo non si trattasse, dai versi del sensuale immoralista promanerebbe, quasi feroce, l’insopprimibile istintività dell’amore. Ciò nonostante, non ci si può esimere dal rilevare che il vocabolo-chiave è “ragazzo” nelle diverse accezioni, spesso in quella dispregiativa ma non priva di segreta gratitudine, di “ragazzaccio”. Il ragazzo è la forma, il corpo presente e pulsante dell’amore carnale ed è, di volta in volta, fanciullo, operaio, garzone di fornaio, cameriere, giovanotto, giovin signore, barbiere, ciclista, caldo animale, bestia da monta… è tutto questo che impaura il perbenismo becero: la nostra sessualità e non la nostra affettività. Ecco cosa temono. Le nostre erezioni, non questa insegnata dei matrimonii. È parvenza, fumo negli occhi. Non è questo il punto. Io voglio vivere la mia sessualità a prescindere da un matrimonio o no. [quinto svarione]

Il “tempo” di Penna non è storico, ma biografico: è l’alternarsi dei mattini, delle notti, delle primavere e delle estati perché le uniche storie accettate sono storie d’amore. Un vigoroso fuoriclasse. Originalità espressiva e molteplicità di riferimenti che suggerisce appena in una sorta d’autoironia erudita che volutamente dissacra ogni possibile ascendenza culturale. Essa evidenzia una grandissima libertà di formule e soluzioni, un gioco a volte parossistico, a volte rischioso, di rime, allitterazioni, assonanze. Un gioco molteplice, allusivo, presenza di spirito e contemporaneità che, col cavolo!, oggi leggo in tutti questi balbettanti ragazzoni che devono metter su famiglia. Voglio riconosciuti i miei affetti, io, voglio scopare con chi mi pare senza dover dire “vedete che mi marito? Che metto su famiglia? Son buono quanto voi? Lo vedete?” io non voglio una legge che mi accomuni a queste cose.. questa non è la rivoluzione, no. [sesto svarione]

Ripetizioni, endecasillabi, ottonarii, versi sciolti, ora aspri e trascurati, ora quasi stucchevolmente musicali, a volte consonanti con l’esasperazione di alcuni toni che qualcuno definì sgradevoli e smancerosi. Lontano da Kavafis anni luce, bizantino decadente e non alessandrino, anche se si è voluto vedere in lui la storia come “maschera”. Grazia espressiva che rende puro e leggero ogni suo estro, anche quelli insorgenti dal fondo più torbido della sua sensualità, quelle raffigurazioni – così insistite da assumere valore di simbolo – di marinai, operai e soprattutto ragazzi, messaggeri di un mondo restituito alla libertà degli istinti, e per di qua, ancor esso, dalla razionalità e dalla storia, con esiti che, anche se spesso non vanno oltre la notazione frammentaria, sono felici. Una libertà di istinti, estinta, oggi. Paurosamente accantonata. Debolmente affievolita da richieste civili. Ma io voglio essere ancora incivile. Voglio che mi venga ridata la mia sessualità. Questa devono temere. Arco e freccia pronta a colpire laddove il sociale e il civile non mi corrispondono. Per nulla. Rivoglio la mia realtà e la voglio poter vivere come voglio. Non questa parrocchietta del buonismo matrimoniale. [settimo svarione]

E la città è spesso nemica, piovosa o buia come nella pittura di Sironi, mentre i paesaggi solari richiamano a volte Carrà o Rosai. I colori si accompagnano ai sensi, e ai sensi si accompagnano agli odori. Il tutto fuso in una forma stilistica talmente sconvolta e affascinante nella sua ingenuità, da far dimenticare ogni colpa letteraria o culturale. Per Sandro Penna, il sesso è il tema dominante, calda e animale fisicità, sensualità data a priori, è il centro della vita, connessa prepotentemente al gioco dei mattini torpidi e delle sere inquiete, dei pomeriggi in cui anche la malattia rinfresca ricordi non rimossi.

Il sesso è onnipresente nelle delicate poesie di Penna. Ai critici che, pur trovando di grande valore artistico la sua opera, giudicavano “sconveniente” la sua insistenza sul tema del sesso omosessuale, Penna ribatté con versi di sfida: “Il problema sessuale / prende tutta la mia vita. / Sarà un bene o sarà un male/ mi domando ad ogni uscita”.

Le stagioni, il tempo, le esperienze, sono circoscritte da direzioni infinite entro le quali si muove la sua poesia e il movimento vitale dell’amore. Il movimento è ricerca continua e nomade di ogni possibilità di osare, di amare. Il sentimento del battere, che ogni omosessuale ben conosce. Anche se oggi si finge di no. Ma la nostra sessualità è questo. Siamo liberi. Non dobbiamo incasellarci. Rivoglio tutti i vecchi simboli del Movimento, rivoglio la libera sessualità, il poterla vivere senza essere aggredito o dovermi conformare ad un pensiero etero che mai non è stato il pensiero omosessuale. [ottavo svarione]

L’influenza di Penna sui giovani omosessuali italiani dovrebbe essere  avvertibile in modo netto, al punto che non dovrebbe essere eccessivo poter parlare di un suo influsso “formatore” sulla pensiero gay italiano contemporaneo. Ma non è così, in questa italietta da poco. Fatta ancora oggi di restrizioni matrimoniali e nessun mutamento reale.

Vita e sensualità, sessualità e peccato sono una sola cosa per questo popolino dell’italico pensare odierno: “Forse la giovinezza è solo questo / perenne amare i sensi e non pentirsi”. E il rischio della propria visibile libertà è l’inevitabile conseguenza della necessità di “osare”, osare l’amore, la propria sessualità a qualsiasi costo. Senza compromessi: “Amore, amore / lieto disonore”. [ho perso il conto degli svarioni]

so che avrete da ridire, lo so, questo è il mio Sandro Penna, attualizzato, saluti, Bo.

 

 

 

 

 

(18 giugno 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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giovedì 1 giugno 2023

scrivere come dio: “Lei ha il diritto d’ignorarmi..”


Hiddencity 00di Bo Summer’s  twitter@fabiogalli61

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Egregio Signore,

Lei ha il diritto d’ignorarmi. Nelle mie lettere avevo fatto delle piccole confessioni mentali. E avevo posto delle domande. Mi voglia permettere oggi di completare quelle stesse confessioni, di riprenderle, di andare fino in fondo a me stesso. Non cerco di giustificarmi ai suoi occhi, m’importa poco di avere l’aria di esistere di fronte a chiunque. Non veda in questo nessuna insolenza, la prego, ma il riconoscimento fedelissimo, l’esposizione penosa di un doloroso stato di pensiero.

Per il suo silenzio, ho serbato a lungo rancore. Mi ero dato come un caso mentale, una vera anomalia psichica ma in seguito, preso da rimorsi, avevo deviato tutto sul fatto letterario, sulla descrizione puntigliosa della mia struttura poetica, su una analisi clinica della mia scrittura. Mi lusingai di non essere stato capito. Mi accorgo oggi che forse non ero stato abbastanza esplicito.

Credevo d’interessare, se non per la preziosità dei miei versi, almeno per la rarità di certi fenomeni d’origine intellettuale che facevano sì che, appunto, quei versi non fossero, non potessero essere differenti, mentre avevo appunto in me di che portarli all’estremo della perfezione. Affermazione vanitosa, io esagero, ma di proposito.

Forse le mie domande erano effettivamente speciose ma le ponevo a Lei, a Lei e a nessun altro. Mi lusingavo di portarle un caso, un caso mentale caratterizzato, pensavo, allo stesso tempo, di attrarre l’attenzione sul valore reale, il valore inizile del mio pensiero.

Questo sparpagliamento, questi vizi di forma, questo cedimento costante del mio pensiero, sono da attribuire non a una mancanza d’esercizio, di possesso dello strumento che maneggiavo, di sviluppo intellettuale ma a uno sprofondarsi centrale dell’anima, a una specie d’erosione, essenziale e insieme fugace, del pensiero, al non-possesso passeggiero dei benefici materiali del mio sviluppo, alla separazione anormale degli elementi del pensiero (l’impulso a non pensare,a ciascuna delle stratificazioni terminali del pensiero, passando attraverso tutti gli stati, tutte le biforcazioni del pensiero e della forma).

Dunque c’è un qualcosa che distrugge il mio pensiero; un qualcosa che m’impedisce d’essere ciò che potrei essere ma che mi lascia, se posso dire, in sospeso. Un qualcosa di furtivo che mi toglie le parole che ho pensato, che fa diminuire la mia tensione mentale, che distrugge man mano, nella sua sostanza, la massa del mio pensiero, che mi toglie perfino il ricordo dei giri di frase con cui ci si esprime e che traducono con esattezza le modulazion più insperabili, più localizzate, più esistenti del mio pensiero, non voglio insistere. Non devo descrivere il mo stato.

Lei ha il diritto di ingnorarmi ma io ho il dovere di propormi. E questo mi basta per continuare a sopravvivermi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(17 marzo 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Dialogo in versi


Fabio Galli 07

 

Prepotenza del verbo e invadenza del dire sono punti davvero focali in qualunque educazione poetica, ove le nominazioni effettive, la purissima matrice del dire, contrastano con la ruvidezza delle parole, più o meno violente.

Oltre al totale asservimento fisico, alla brutalità pornolalica, il poeta vuole squassare il suo stesso ordine interiore e annullare la pochezza della recita affabulatoria, smantellando la mente. La scrittura, umiliata esecutrice, è deresponsabilizzata da qualsiasi colpa del dire, mentre viene portata a confondere dolore e godimento linguistico.

Io-lirico è inserimento di considerazioni estemporanee e rare battute di dialogo col reale, sempre senza alcuna avvisaglia d’interiazione. Il poeta approva il comportamento di tutte le parole pur domandandosi se sia corretto, ancora, oggi, il “fare” poetico per godere dei tanti oltraggi al suo essere pudore nell’annunciare.

Un’accesa dimensione quasi sensoriale che porta epifanicamente al suo stesso passato, a ritroso nella falsità delle vecchie relazioni del dire assoluto fino a giungere alla posta in gioco di verità del presente di foucaultiano ricordo.

Per quanto la poesia cerchi di ridurre il rapporto a puro esercizio di narcisismo egoistico, il piacere del gioco linguistico subentra principalmente in una dimensione tutta psichica [quai onanismo fosse della parola] e, per quanto la poesia si veda lontana dall’attaccamento al vero reale, raggiunge un interno ed eterno riposo manifestandosi quale richiesta di un completamento reciproco con il poeta stesso, risposta ideale agli imperativi tutti.

Ma qui il desiderio dello scrivere è meno materialistico. Il poeta chiede, infatti, ciò che la poesia può dare, ovvero una traduzione dell’atto dello scrivere: come una libertà dimenticata e andata, congedata dal bacio minutale, in balia di quanto accaduto e deceduto.

L’io-lirico non si stupisce, mai. Solo questo senso dello scrivere esercita un simile potere. Niente altro e imputa la sua terribilità nel godere all’intasamento mnemonico della parola desiderata, che non si straccia per lasciare spazio al presente storico.

Solo nell’ineffabilità del poetare si vince la resistenza della mente che si sente compresa e presa per cosa realmente è, un intendimento che supera gli stilemi.

Essere in completa balia, fa saggiare l’esperienza della morte, da cui ci si risolleva di colpo col godere: ancora una volta, il superamento del principio di piacere freudiano porta l’io lirico a non ricercare affatto il proprio bene, ma a rincorrere ciò che intacca la capacità fisica ed emotiva di mantenere un equilibrio interno possibile.

 

 

 

 

 

 

 

(22 aprile 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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