martedì 5 settembre 2023

tornare a svettare i pensieri sull'effimero


Non resta un’opera inconclusa. E non trova davvero seguito se non con la coesione progettuale. Davvero tutta la poesia è attestata già a livello paratestuale: dal titolo della raccolta, all’epigrafe, all’enumerazione progressiva dei versi stessi in poi. E l’orizzonte comunicativo appare, fin da subito, come evidentemente cambiato: l’attacco già, da sempre, ne rileva la prima imposizione di un io-lirico che infatti resta in soliloquio decisissimo.

Così torna l’obiettivo della fuga dalla precarietà della vita grazie all’ardore ancora ardente, che tuttavia non realizza una vera vita. La condizione stessa di un sedicente io-lirico è diversa da quella del Mondo, il quale resta sostanzialmente ignaro della transitorietà, e così si giustifica la voglia sanguinaria di tornare a svettare i pensieri sull’effimero intraprendendo di nuovo il viaggio del piacere.

I versi non appaiono profondamente coesi, ma vi è un procedere per strappi ragionativi e sillogistici, con domande talvolta esistenziali da autobiografia patetica. È come si mettesse un poco in ordine la mente, ripassando la parte della vita che maggiormente ci facilita, alternante all’invasione intermittente del corpo, con memorie o con ruvido materialismo del presente.

Il grande quesito inevaso è se l’amore per la scrittura possa qualcosa contro la solitudine della morte. L’una o l’altra, che differenza fa se poi s’ha da sentirsi sempre soli? Soli con la propria deprecabilità. Non più s’apre la strofa, non c’è più il referente diretto e l’io-lirico non ha più interlocutori, medita sulla sua medesima favola d’amore terminata almeno razionalmente, mentre perdura l’emozione.

Non a caso l’uomo è fuori dalla porta della scrittura poetica, estromesso dai pensieri ragionativi, e non interloquisce, ma interrompe semplicemente il flusso di coscienza poetico, che riprende faticosamente  con sequenze sulla prossimità dell’oblio. Come se stramazzasse giù nei propri inizi. Solo con se stesso. La riflessione lungo le vie inconoscibili e impervie della mente è più rischiosa del serraglio di assonnate lascivie entro cui tornare. È come un amplesso, lì si focalizzano i postumi dell’amore, gli umori rappresi e i tremiti passati, in piena coerenza con il desiderio vitalistico.

Da qui il desiderio rabbioso di condividere tutto, non solo il sentimento o il sesso. La metafora, porto sicuro, anche e soprattutto in previsione della morte della parola stessa, al limite del torpiloquio, della pornolalia e scavare nel proprio cuore di merda con la vanga e col piccone. Murare il sentimento, non desiderare più il vuoto dell’assente: l’unico conforto rimasto è nelle parole. Nuovamente, un richiamo bestemmiante che interviene a sabotare tutte le ispirazioni della poesia colta dal furore, l’io-lirico maledice l’uomo, in un violento climax di predicati che invitano alla sparizione. Per sempre.

Tuttavia, poi, l’ira si placa, si immagina cosa dire prima all’amante e poi si parcellizzano i messaggi al proprio cuore, al proprio corpo malato, con l’invito ad accontentarsi di quel che resta e alla propria mente. Si scivola quindi al ricordo di esperienze passate e alla riflessione su di sé, sfuggendo sempre al presente frustrante, fino a un’abbozzata idea di suicidio della scrittura, poi ritrattata, poi ridata, ritrattatta nuovamente.. all’infinito per un singolare e atavico attaccamento alla vita. Solo da ultimo, torna il pensiero, definito un estraneo, in attesa di risposte impossibili e di un piccolo scritto tranquillante (che può rimandare al corpo contratto, astratto, ma anche alla distensione dello stesso, alludendo quindi alla funzione placebo del sentimento).

Il rientro è salutato dal poeta che, ancora una volta, ha il compito di chiudere. Tornano l’offerta e il verbo volitivo che è perfettamente conscio della precarietà della vita e dell’approssimarsi della morte. L’uomo non fa niente per sottrarsi al destino, se non ingannare l’attesa condividendo piccoli e grandi piaceri.

©
https://cultura.gaiaitalia.com/2016/11/bo-summers-tornare-a-svettare-i-pensieri-sulleffimero/

lunedì 4 settembre 2023

qui dentro


“qui dentro, nessuno interessa a nessuno, un egodromo, questa è la verità e bisogna parlarsi dal vivo, occhi su occhi e bere e mangiare.. insieme.. ridere.. qui non funziona niente [riporto epurato il dialogo, valà]” insomma è stato come sentirmi dire di ricordarmi del mio passato, della coltivazione degli orti, che la scrittura in tempo di crisi è momento d’accatto d’amicizie e di favori, di amanti e bisogni fisiologici.

Si sa che non sono un moderato e parlarne, dirvene scrivendo, produrrà altri frantumi nel labile vaso di porcellana cinese che contiene questo personaggio che ininterrottamente miete vittime, una capra sacrificale che non perdona con l’insofferenza dell’abbandonato, evidenziando con strida, ormai, una realtà dei fatti in cui il pubblicare è sempre stato un miraggio per fasce sempre più consistenti della popolazione di scriventi.

Di fronte a questo non è d’aiuto avere obiettivi, assumendo di fatto la dottrina che sostiene che non abbiamo bisogno della visibilità autorale. Una forte asimmetria e questo grande disequilibrio, portano con sé, insieme all’insofferenza personale e alla rottura del patto col lettore, anche la nefasta conseguenza di produrre inefficienza letteraria.

© https://cultura.gaiaitalia.com/2015/04/bo-summers-disequilibrio-la-pagina-dello-zio-bo/

giovedì 31 agosto 2023

cani d'amore

sente lui il gioco di tutti i fiumi
ghiacciati, e il rumore del tempo,
sente, e il suo stesso volto: l’età

tra le brume rivela il canto,
rifugiandosi nell’avvilimento del fuoco,
appena riempito l’avvinghiato orlo

“ama e loda: i fiori, oh Impotente!
per arrivare, tingiti dove si parla
una lingua come questa!, poi rallegrati
come morte spezzata: negli stessi giorni
la nostra potenza, i miei rozzi insegnamenti!,
è quella Natura, è quel fine lassù – lo sento! –:
più d’ogni altra cosa va lentamente:
ah le più dolci afflizioni!:
lotta accompagnato dal cuore
e odora i ventri del piacere
e ridi e piangi e annusa la non facile
danza!”  – non rimane qui, è usato: come
un paziente, va a conoscersi nel meno
pieno argomento, egualmente viene
viene a proclamarsi ‘sostituzione del giorno’
“dov’è il Lemano?, lo vedi?, fu davvero vero?”  –

simile a gioiello che si risolve  – che ha maturata,
veramente!, l’occasione del tempo  –  va mutando:

col lume grigio del braccio,
luoghi diversi e ghiaccio
mutano raccolti e meraviglie seguenti,
acque di persone e presenze furenti:

delle volte è caparbio!, questo l’autorizza
già a dirigersi, a indossare sensatezza
fino all’insuccesso e al suo puro fallimento

[parte integrante di una raccolta, "Cani d’amore", che, assieme ad altri miei inediti, venne inserito in una rubrica a cura di Milo De Angelis pubblicata dalla rivista Poesia, n° 58, Anno VI, Gennaio 1993, Crocetti Editore]

https://cultura.gaiaitalia.com/2016/04/bo-summers-ft-fabiogalli61-riesumanda-da-cani-damore-sente-lui-il-gioco/

martedì 29 agosto 2023

scrive un lettore di "Caròla", di Marina Pizzi

"l'atto delle tenebre, sottrarlo: bruscamente in pubblico" da qui si può arrischiare un dialogo con lo sfatato fato che sia, dando la vita vivendo la, docile caro fronte, maestà di pollini abortivi, emanazioni occidue le danze del Duemila. Poesia del Dopo magico quando avvenuto e nudo l'esempio d'anelito - il Desiderio - si fa inutile. E allora la solitudine è un cantante d'accatto, un passero spremuto da sanguisughe mostruose e fameliche, inganni che sanno, spreconi, fin dai tempi della scuola. Briciole amorose che si fanno necessità di respiro: " - o come un verso / per avere una probabilità di rinascita -". 
L'esterno è l'affronto del mondo, offesa: "uno spasso crudelissimo / infligge tutte le notizie" e moscacieca, gioco d'oscuro, dopo un filo di luce: "i campanili in serbo sopra / la linea bassa del mattino".
E gli incontri come un indice, magro, di un bello-bretella che resti, che stazioni al Nonostante, alla furia che è stata trovarsi immischiati a vagare. Versi, ormai, che come chioschi chinano al deserto serbando gli un po' di contasto.
Raccolta di mutismo divenuti da discorso diretto, divenenti di fine spessore per singole parole così, infine,  inatte al minimo, miserrimo raccontare. La vita è avvenuta, non resta che panchina, caverna di sguardo il poeta. E il verso si fa patente che si dirotta e si spampana, la cenere che impara, il figlio dal foglio che non dà, non ha futuro.
Si "arriva" al postremo nesso, a "la parete è architetto del mio incantamento" o la parola, àncora disposta, unica, ancora alla seduzione di lapide. I sentimenti sono stati, i figli non verranno, la musica, da sola, s'incanta di sé. La voglia di voler amoreggiar dialogo, ma è impossibile, ritorna afasia, avviene il fiato vuoto, il torto "bello" di vivere iati, di guardare piluccando acini quasi di cemento: "e tela non resta la voce".
Un inaridimento che espugna rimanenze: "età di licheni" , versi di tenui trame, chele che arrese brancolano, che colmano col buio la vita, la tregua si dà per tregua, vivace è l'immobile. Pur non e padrone l'abbandono, ma appena un nodo di chiuse prospettive atte a battere un cuore e, alle volte, astenersi dall'essere senza morire: "credo che il piacere, se lasciato, / sia un'immensa fortuna, un racconto / da sogno, vicinanza, pronuncia".

[in Fabio Galli, Caròla, Crocetti Editore 1991, collana Aryballos 28]

domenica 6 agosto 2023

a Marino per Moretti

all’incubo di quel sogno, poi, d’un colpo,
strazia una pausa – non lo stesso
sperdimento aumenta il tono basso
ove è proibito, alle segrete cure,
il guarito pianto: camera mia, mio fiele
fedele!: ora piango ma langue pure questo
e opprime le dirupate valli
del riso fra Mortara e Sartirana nel più
sommerso solco –: non sempre quello snodo
di mostri dirama l’avanzata
ma sempre più sorprende il bel bosco,
il diletto lume, il cielo fosco

almeno uno, perfetto davanti a questo
ventivo controllo – piuma dorata, qualcosa
è avvenuto: un passamento, un tumultare:
un moto immoto che si muove obliquo! –, è
riuscito, nello scintillio di smalti,
al rosso accendere i gerani:
qui è registrato come umile animale
tanto che il mio grido rivela mari
di terra: è queste fate, è questa lenta
pupilla e insegna le strade così
ai rivelati come
ai danzanti lumi
fino a somigliare a una tenebra
(là dove pioggia battesse orribilmente)
 
“queste falle, nemmeno possono sentirsi!
qualcosa, però, improvvisamente diviene
la corona di spine ma come ordigno perché
si è dovuto colpire!: lo stesso specchio
ha le sue consistenze fino a strafare,

qui alla parabola, questa serata nuova”
è provincia nel riporto proprio mentre
ripete, di un altro moto, il perpetuo
stancarne l’addirittura detto ‘strumento’

________________________________________
 
[questo componimento, parte integrante di una intera raccolta che mai vide luce, apparve all’interno del quaderno collettivo “a Marino per Moretti” di Casa Moretti, Comune di Cesenatico, datato maggio 2000. L’ultima cosa pubblicata su carta stampata. 
Seguì il silenzio forzato]

martedì 1 agosto 2023

per chi non lo sapesse

Per chi non lo sapesse, Fabio Galli, dalla seconda metà degli anni ’80 ai primi anni ’90, è stato redattore della rivista Poesia presso Crocetti Editore ed in seguito ha lavorato come redattore esterno per il gruppo Elemond, poi, in qualità di direttore responsabile, alla rivista "Mix, viaggiare attraverso le culture", di C&A edizioni, Monza.

Durante questo periodo Galli ha pubblicato numerose poesie, talvolta servendosi di diversi pseudonimi. Suoi versi sono apparsi sulle riviste Alfabeta (con una presentazione di Antonio Porta), Poesia (fondata da Nicola Crocetti), Tracce, Via Lattea, Offerta Speciale. Sulla rivista Poesia del gennaio 1993 (n°58) ne "I poeti di trent’anni" Milo De Angelis selezionò una serie di componimenti e prose poetiche di Fabio Galli tratti da "Cani d’amore".

Attualmente, con lo pseudonimo di Bo Summer’s, collabora al quotidiano digitale www.gaiaitalia.com, dove, alla sezione cultura, cura una rubrica https://cultura.gaiaitalia.com/cat/zio-bo/

Nella stessa pagina ha gestito piccole sottorubriche Recensenda (critica letteraria), e Memoranda (riletture e riproposizioni di autori che ha amato). Ora con Riesumanda propone suoi vecchi testi che si perderebbero nel vuoto pneumatico della dimenticanza.

All’edizione del 2014 del Teatro Festival promosso da www.gaiaitalia.com con la collaborazione del Teatro Studio Uno di Roma, Fabio Galli ha partecipato con una conferenza dal titolo "La cultura come diritto umano fondamentale". Recentemente l’autore ha pubblicato, in formato e-book, due libri: "Storie", una raccolta di racconti di Bo Summer’s (pseudonimo dell’autore) e Soufiane El Khayat , e il romanzo "El Horno", alla stesura del quale ha lavorato per dieci anni.

quasi a spregio di tutto quello che sta accadendo da più di 20 anni intorno al mio nome, vi ricordo questo:

Florilegio

si rialzò, guardò le fotografie che coprivano le pareti e riconobbe alcuni di quei visi. Tornarono lentamente, a piedi, verso la casa dove gli era stata preparata la camera. Il giovane tremava di gioia in presenza di quella grande anima venuta da tanto lontano, per portargli le parole. Ma perché ricordava ora il ritorno per la campagna addormentata? Si stupi del piacere che avvertiva in quelle corrispondenze. Una sera si sorprese a baciare la fotografia. In ginocchio, davanti alla finestra aperta che inquadrava il liquido. “Allora, vuoi essere mio amico?” Fuori, nelle vie deserte alle dieci, poterono parlare. Alla porta dell’albergo dovette lasciarsi. “Ebbene, fra noi è per la vita e per la morte caro!”

[da Poesie su Antologia Trame della parola a cura di Antonio Spagnuolo, edizioni Tracce, 1985]

avevano dovuto smettere di discutere perché là essa si era fermata: affannata, lucente, di vertita, battendo le lunghe ciglia del sorriso. I vetri neri risplendevano. Le pareti, con un rumore assordante, sparirono. Sorgeva improvvisamente al di sopra di quei gruppi: adorava Baal e declamava, imprecava, vagava a grandi passi, le mani levate al cielo. Correva lungo le tavole imbandite per la festa. Sotto le sue catene arrugginite si accatastavono i loro corpi, vaste vallate si aprivano rovesciandosi in ampie fiumane rosse. La festa, quella vera, doveva ancora iniziare

[da Impura, edizioni Tracce, collana I campi magnetici, 1986]

le ombre vanno dalla parte dei lanci. Un minuto, magnificamente, si fermano davanti a me, così vicine da assumere il ruolo di chiassosi lumi e guizzi incarnati all’aorlo della soddisfazione. Poi le loro parole di marmo rosa “tu che ami”. Io lascio guardare all’interno della disperazione – per quanto possibile – è una specie di llarme prematuro. Accanto a me – come ideale delle Foreze delle Diaboliche Visitazioni – c’è un messaggio. Le parole di fuoco sono “non si possono confondere, per quanti videro queste cose, col fracasso dei sassi, queste voci!”

[da Caròla, Crocetti editore, 1992]

ancora non è vittima a nulla. Di verde e di rosa è mite. Per i visceri suoi non è più in crescita. Non sarebbe ben buona educazione spalancare il suo balcone – non vi pare? – non ama alcuno e perciò. Grande Agitazione. “Madonna che allegria!” lì a ripetere svoltando fra il vecchio rosso ottenuto all’estate, gettao su di una sedia. Consulto al parlo, la voce che s’aggrotta rivolge al sottomettersi, al guardiano del luogo: tremano al vincersi. Di nuovo al bosco, al territorio d’acqua che non è nulla – se non acqua sobria all’ascolto e un maggio viene ad adescare, signore!, al possesso che può essere esercitato. Lì, come a vedere eguale allo stesso genere

[da Prima, nella storia, ancora, Bandecchi e Vivaldi editore, 1995]

 
bene. Queste cose venivano prese in considerazione, forse era un altro Mondo o forse sono di un altro Mondo io, non saprei…