martedì 2 aprile 2024

egregio signore

Egregio Signore,

che Lei non abbia ancora avuto modo di leggere i due lavori che, premurosamente, Le ho inviato (Minime Anime e, in seguito, in maniera più timorosa, Mio del suono che allora trascrissi, nella lettera d’accompagnamento, Del mio suono. E neppure corressi, chissà perché)?

Non ho da Lei, che così tempestivamente mi ebbe a rispondere per El Fistolo de l’Inferno (che prontamente pubblicò su quel numero di “Alfabeta” in mezzo ad altre voci di nuovi poeti) ricevuto alcun segnale.

Sono forse, queste mie, chimere che ammaliano (che, comunque, mi turbano) e non credo, in nessun modo, siano inferiori a quel mio primo da Lei letto e accettato.

Pongo ogni cosa sul conto, sul mio conto personale e da questo tutto deduco: che i miei scritti non abbiano una realtà letteraria? Non più? Ne ho paura (è così semplice illudersi)!

Un rapporto esiste fra questi scritti, anche se non sempre evidente: giungono tutti al mio stesso arrivo.

Parliamoci francamente, gentile Signore: io so che esistono dei legami che non dipendono dalle nostre volontà. Polsi legati da una catena che unisce due manette strette da una amicizia profondamente particolare: ferrea.

Certo, non costruisco in mezzo a calme acque ma mi congiungo al continente attraverso tempeste. Altri non hanno tali riguardi e non si trovano in questi stati di estrema inquietezza (il mio alloggio).

Forse quelle mie parole sono troppo “forti” (per quello che dicono) e “incomprensibili” (per come parlano).

Ma non mi pare sia questo il vero problema.

Non ho, è vero, forme tondeggianti, lisce ma credo si tratti proprio d’un metallo lucente (acciaio?) che si rivolta, si contorce e produce dolore, in verità.

Non me ne voglia, cortese Signore, per questa mia non punita domanda. Ma io devo sapere, fino in fondo, di questa mia impresa.

Vengo ora a questo mio breve poemetto che le allego: precisamente, oro. Il motivo principe di questa mia missiva. Lo annuncio come la nascita di un nuovo figlio (con un bel fiocco colorato appeso fuori dalla porta. Posso usare queste parole non mie come avviso?):

“.. ho cercato qualcos’altro: un andare a capo ancora più lontano dal senso – dal senso inerente a due versi separati e da quello orchestrale che ne illumina la separazione – ho cercato cioè una rottura della frase che fosse obbligata ma non innalzabile dalla frese stessa né dalla totalità delle frasi. Che fosse innalzabile da una specie di dettatura, la quale imponeva di spezzare la frase senza spiegazioni e di amare questa spaccatura in una visione totale della poesia, non di quella poesia: ?totale? Qui inteso come l’insieme di ciò che preesiste – una poetica – e di ciò che incombe, un brancolamento che si farà poetica. (Milo De Angelis)”

Vado scoprendo, quasi a giustificare me stesso, le parole di altri? Quale potenza invocare per dare corpo, nuovamente? Poiché io sarò al centro di ogni tristezza disperata fino a quando non mi sarà detto.

prosegue qui ➡ https://cultura.gaiaitalia.com/2015/11/bo-summers-scrivere-come-dio-minime-anime-mio-del-suono-el-fistolo-de-linferno-e-altre-chincaglie/

di una lettera di The Waste Land


DI UNA LETTURA DI "THE WASTE LAND" di T.S. ELIOT

[questo testo è stato pubblicato su "Post scriptum" quadrimestrale di critica letteraria, ricerca culturale e recensioni, supplemento a "Tracce" n° 25, aprile 1988]

 ____________

Prima di iniziare ad addentrarmi nel territorio narrativo di The Waste Land di T.S. Eliot, un territorio desertico, desolato e terribile, ma appunto per questo percorribile in una sorta di mappa provvisoria ed incompleta, risulta necessario porre, innanzitutto, alcuni chiarimenti.

C’è, in ogni approdo al testo scritto, una specie di superamento, di scavalcamento rispetto al testo stesso. “La lettura di un testo è una attività critica, una interpretazione, una analisi, e cioè un lavoro sul corpo materiale della rappresentazione. Questa pratica deve recuperare e produrre significativamente ciò che è stato rimosso: la forza pulsionale, la situazione affettiva, il lavoro, l’intreccio ideologico, il processo di censura e di distorsione che sono alla base dell’opera, che hanno negato e al contempo raffigurato questi contenuti. L’analisi non è però il disoccultamento di una verità nascosta”. (cit. Franco Rella, Ipotesi per una descrizione di una battaglia Feltrinelli 1977)

Mi sono avvicinato al testo di Eliot dopo essermi convinto che si tratta (fra le altre cose già lette a proposito di questo scritto) di affrontare questo luogo (Land) come un territorio da attraversare, camminabile in senso letterale. Mi sono chiesto in che modo i personaggi si muovono all’interno di The Waste Land, come è possibile ritrovarli ovunque senza che abbiano uno spostamento. I personaggi di Eliot sono ovunque, debordano addirittura dalla stessa Waste Land.

“È mia opinione che anche per Eliot, come per Yeats, non sia particolarmente necessario (anzi, credo sia errato) analizzare poesia per poesia come se si trattasse di oggetti autonomi, o adotare un principio che segua l’ordine stabilito dal poeta. La mia prima impressione, leggendo Eliot, è sempre stata di una unità chiusa nel complesso di una raccolta, non di una sequenza di poesie ma di una sola poesia, nella quale le varie parti rappresentano momenti diversi ma inspiegabili al di fuori del contesto generale”. (cit. Roberto Sanesi, in Poesie di T.S. Eliot, Bompiani 1985)

"Aprile è il mese più crudele, genera
Lillà da terra morta,…
… risvegliando
Le radici sopite…
L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse
Con immemore neve la terra, nutrì
Con secchi tuberi una vita misera.
L’estate ci sorprese"

I personaggi che abitano The Waste Land mi sembra che, più che dell’atto di superare, subiscano una sorta di stasi; anzi direi che mirano allo stare:

"C’è solo ombra sotto questa roccia rossa,
(Venite all’ombra di questa roccia rossa)"

Sembra proprio che il luogo (topos), e dunque la scrittura stessa che lo circoscrive, lo trascrive e simbolicamente lo delimita, sia il problema di questi personaggi.

"Dall’ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi
     passi, o dall’ombra
Vostra che a sera incontro a voi si leva"

Oltre ai personaggi esiste il vuoto (spazio di relazione tra i personaggi) cioè lo spazio in cui i personaggi si muovono e che rende possibile il movimento stesso.

Ora: abbiamo due elementi distinti che sono i personaggi e le loro ombre. Dunque un corpo materiale con una sua propria densità e la sua ombra. Il salto, il ribaltamento è proprio il fatto che sia l’ombra (l’ombra, figlia dello spazio, azzeramento assoluto rispetto alla materia-personaggio e quindi intangibile, cfr Medardo Rosso) a seguire, l’ombra a venire incontro e, dunque, lo spazio a muoversi rispetto ai personaggi. Non viceversa.

Mi confermo con Eliot:
 
"Vedo turbe di gente che cammina in cerchio"

A parte i rimandi, ormai conosciuti ai più, a Dante, mi pare evidente un certo richiamo al tempo epico (circolare) e quindi fisso, fermo nel pur continuo muoversi, dove i personaggi, gli eroi, nel loro eterno vagabondare e al loro continuo combattere e muoversi attraverso territori sconfinati, restano pur sempre allo stesso punto (la pagina).

"Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine"

“Dal che risulta subito che tali allusioni non si tengono insieme per associazione esterna, meccanica, puramente letteraria (come qualcuno, ancora, insiste) ma perché parlando il linguaggio della memoria, dal profondo della psiche, rimandano a un significato mitico.”  (cit. Roberto Sanesi, Su un’immagine in The WasteLand, in La Valle della Visione, Grazanti 1985)

E come in Materia e Memoria di Bergson la riconduzione del movimento e durata (che è la caratteristica del mythos) porterebbe, per via contraria, alla tesi se il movimento non riguarda lo spazio, – il che nulla toglie alla sua unità -, Achille non raggiungerà mai la tartaruga (tesi di Zenone).

"Presso le acque del Lemano mi sedetti e piansi"

Tutta la terza sezione sembra confermare quanto sopra esposto. Il testo comincia con l’immagine del fiume. È una ripresa del tema dell’acqua (una presenza che sembra data dalla sua assenza: il titolo della sezione è, infatti, Il sermone del fuoco) attraverso l’idea del fiume. Il Tamigi stesso fa da specchio riflettente rispetto ad una precisa intenzione di a-temporalità, a-storicità, (i tempi storici si confondono). Il fiume, insisto, immette l’dea di flusso (movimento), lo scorrere del tempo e l’immobilità si percepiscono proprio attraverso il concetto di fiume.

Appaiono rimandi biblici legati all’idea di esilio, lontananza, sofferenza di un popolo.

Direi, osando, che questi personaggi, interrogando proprio sullo stare, l’abitare, del soggiornare nel luogo per mezzo della parola (e qui la nozione di “topos” si traspone con evidenza alla pagina scritta: il luogo è la pagina e la casa la parola scritta): mi pare che proprio qui si ponga il problema della casa dell’uomo e del proprio esilio.

C’è, ed è evidente in tutta la Waste Land, l’andare verso il luogo che si risolve in una specie di spostamento subitaneo, una sorta di salto che permette di essere, improvvisamente in un’altra dimensione spazio-temporale.

Qualcosa, in The Waste Land, anima il cammino delle parole e dei personaggi ma, al tempo stesso, lo riconduce al suo proprio fermarsi (che è il giusto assioma dell’andare: ciò che è).

Non intendo chiudere qui la questione ma aprire nuove domande.

L’uomo, dunque, (secondo questa mia tesi che cercherò di sostenere fino in fondo) non ha casa né sulla Terra né altrove. Nell’opera di T.S. Eliot che prendo in considerazione per esplicitarmi, sono i personaggi stessi a subirne le conseguenze: essi sono gli animale, esiliati, coloro che emergono dalla pagina scritta e che ne restano fuori, ne sporgono (l’immagine che ho in mente è l’iceberg).

The Waste Land può essere letto come un’indagine sull’abitare, nel luogo, per mezzo della scrittura. E mi pare chiaro, a questo punto, il richiamo al senso della Scrittura/Terra che procede paralela all’indicazione di una nuova patria simbolica (a costo di essere Waste) che non è una terra del male o del bene, che si estenderebbe oltre il territorio concessogli attraverso le sue rigide procedure di nominazione.

In questa nuova patria, in questa Waste Land che impropriamente traduco Terra Riguadagnata avrebbe dimora il vero linguaggio e, secondo questo lavoro di Eliot, il linguaggio non appartiene più all’uno, procede verso la propria destinazione ed entra in essa attraverso il procedimento nominativo.

Farei ora una distinzione che più avanti chiarirà la sua presenza: il distinguo è fra un pensiero (e quindi una scrittura) dirimente, una separazione, divaricazione, un gettare lontano e un pensiero (di nuovo, ancora, scrittura) agglutinato, una aggregazione, inserimento.

Ciò che intendo dimostrare a questo punto (e mi pare sia l’operazione di Eliot) è che l’unità comincia con la distinzione. L’unità nasce quando si comincia a distinguere. L’identità che ne risulta ha l’effetto di ridurre l’ansia che si manifesta là dove i significati oscillano

Il separare segna la nascita della scrittura (e qui mi sorge un dubbio: che sia proprio il lavoro di divaricazione ciò che fa pensare a The Waste Land come ad una sorta di “scrittura desolata”?), mentre l’aggregare ne rappresenta l’antecedente, un contesto simbolico dove tutti i significati possibili oscillano in una molteplicità di sensi.

Eliot, forse ignorando il principio di non-contraddizione, nel suo nominare offre un linguaggio simbolico che si concede all’animata fluttuazione dei significati.

"Bene allora v’accomodo io. Hieronymo è pazzo di nuovo."

(le traduzioni sono di Roberto Sanesi, a lui dedicai)

sulla mia traduzione di Paul Verlaine


[sulla mia traduzione di "Melancholia" di Paul Verlaine]

Una breve introduzione: le traduzioni “invecchiano” quanto i traduttori; parrebbe che, con il continuo mutare degli orizzonti culturali, la ritraduzione dei classici sia non solo auspicabile ma necessaria: per rimettere in circolo ciò che sembrava un possesso acclarato, consegnato all’illusoria e spesso ingessata permanenza di versioni canoniche.
E così tanto più problematico fu, per me, ritradurre un autore già classico da sempre come Paul Verlaine, al contempo supremo azzardo, prototipo ed esito altissimo della poesia francese ottocentesca.
La traduzione, attività incessante di decodifica mentale da parte del lettore, è, secondo me, la molla stessa di quel procedere a strappi, a balzi, a scoppi e sbandamenti che incarna esattamente il movimento del pensiero, della rielaborazione adattata di un pensamento già avvenuto. Una infedeltà bene acquisita. E in cui ogni eco, o barlume di similitudine, si fa immediatamente testo, suono, disegnando in progressione sulle pagine una mappa della coscienza, idolo e demonico primattore di ogni secolo passato che diviene futuro.
La coscienza in cammino divenuta linguaggio.

Una versione – così allora la chiamai, non mi sentivo traduttore – che mi sono, dunque “autorizzata” e che uscì nel 1992 presso i tipi delle edizioni L’Obliquo di Brescia, per le premurose cure di Giorgio Bertelli, editore raffinatissimo che la pubblicò in forma di plaquette. Un testo giovanile del poeta amato da Rimbaud che ritenevo superlativo per qualità di resa e creatività ma forse troppo inascoltato e poco conosciuto per il nostro orecchio. Veniva ad affiancarsi a quelle, poche invero, di altri che mi avevano preceduto, con l’unico merito di recuperarla e renderla nuovamente disponibile per la mia vocazione al popolare e al collettivo che già allora mi pareva fosse necessità assoluta, nell’ottica di una cognizione dello scrivere che, proprio riflettendosi nei flussi più impalpabili di pensiero, potesse farmi apprendere, anche da quel testo giovanile di Verlaine, le sue regole di scrittura – metrica, rima – ma, pure, un sentire di un poter vivere democratico e tollerante. E un po’ comunardo. La condivisione di un sapere.
Temo lo si trovi a fatica, quel testo, mi va di renderlo nuovamente visibile, per una sorta di rivendicazione. Di diritto alla visibilità. Mio e suo.

Dato per certo che tradurre la parola di Verlaine era, per me, un gioco impossibile, decisi che, proprio per questo esatto motivo, l’impresa andava tentata.
Capivo che ogni versione non poteva che essere un gesto calato nella propria storia personale, e che era, inoltre, nel mio caso, un atto implicito di commento nato da una visione dell’autore con cui ingaggiavo un corpo a corpo così come se, innanzitutto, provenisse da un’idea di lettore. Non volevo, nemmeno lontanamente, pensare che le varie traduzioni di uno stesso libro fossero un febbrile, e inutile, agonismo tra loro per soppiantarsi a vicenda. Per me fu solo una prova di stile.
A parità di competenza e impegno, quell’impresa, piuttosto, si completò e venne in qualche modo considerata un piccolo evento. Piccolo.

Era un dato momento storico, quello, e contesto vivissimo di ricettività, qualcuno si accorse che il tentativo fu di rieseguire le armoniche forti del testo rivivendole nella nuova, nell’altra lingua. Cioè la mia.
E in ogni caso, se a porvi mano era stato un poeta giovane, fu fatale che balzò sulla scena come una presenza di quel primum e unicum che mi piaceva definire quasi fisico.

Ora, quel lavoro, dopo anni di sottaciuto oblio, mi piace di riproporlo, con qualche lieve aggiustamento, e si mostra subito per ciò che non è né vuole essere, a partire dalla nettezza di certe scelte lessicali, esibite quasi come petizione di principio.
Nelle prime battute, la macchina verbale è un fiume parlato cui mi sono abbandonato sull’onda di un’immaginazione sonora, tra mosse impreviste di voce, pause non lontane ed estatiche, ritorni e trapassi, incagliamenti, apparizioni e sdrucciolii, senza la pretesa di «capire e far capire tutto» come se tutto potesse avere la stessa dignità, come se tutto ciò che è umano e mobile potesse essere carico della grazia casuale di ciò che vive.
Tutto questo rieseguendo la partitura e dotandola di un ventaglio lessicale a volte inventato e non paragonabile ad alcun’altra traduzione di questo stesso testo, cercando di orientarmi verso una personale extralingua, una foga ispirata a una gioia deformante e volendo tentare, anche sul piano del ritmo, il riordino personale delle parole, creando una ricontinua mutazione del testo e consegnandone, così, una peculiare estraneità all’originale stesso.

Perché è davvero suscitando nel lettore, anch’egli a suo modo traduttore e farneticante immaginatore, l’esperienza di quello sfrontato potere liberatorio impresso prima di tutto dal suono, cantilenato nella testa, che si agisce.

Durato un intero Inverno, il lungo ascolto di Melancholia intese, perciò, sfociare in una forza di reinvenzione che potesse attecchire, anche solo sporadicamente, in un mondo unico e si potesse esprimere in un passo mentale solo mio, facendosi voce volutamente eccentrica, fuori ordinanza, rispetto alla prassi della traduzione di mercato.

A sollecitarmene la traduzione fu il mio pensiero sul corpo fisico della parola, niente altro, la ricerca di un suo teatrale sapore di furto, nei versi dove si affondano le mani nelle cadenze dei gerghi o di un italiano latente.
Una polveriera inusuale, un armamentario allo stesso tempo ricercato e popolare, sferzante e reticente, con un gusto di irrisione che emerge nei momenti in cui insiste nella parodia del sublime e dell’amorevole.
Un nodo in cui addensavo le allusioni più subdole, annunciando e intrecciando le mie prime prove acustiche, il senso del suono.

Di questo testo inseguii insomma anche la qualità incantatoria della parola, la possibile musicalità, essenziale per il suo stesso suono, prima e molto al di là del senso stesso, che sfrondava tutto il diaframma tra materia e simbolo per impadronirsi del lettore precipitandolo in uno spaesamento, in una deriva fantasticante a fronte della stessa lingua nella sua interezza storica.
Così una forma tipica, per me, di quest’esperienza di rilettura, fu la tentazione del caos e quella dell’ordine, l’abbandono alla corrente e la sveglia delle impensate connessioni tra realtà, generando un nuovo abito percettivo.

La celebrazione della meraviglia di un Inverno come tanti, dell’eroismo normale dell’essere umani, di astuzie e crolli di un’umanità bonariamente sbilenca, non restò che confinato nella mia idea di letteratura.
Reti di ricorsi e rimandi che quasi danno l’impressione di autogenerazione, nel continuo fluire fra mondo individuale e condiviso, dentro e fuori, mente e realtà.
Allusione indirettamente nel solo testo: un’elaborazione non sofferta, ma soggetta anch’essa a sbandamenti e ritorni, emergenze e giunture, dove suggestioni individuali possono prender piede sul dato acquisito.

Una virtù trasformativa e, forse, felicemente operante e un modo per riscrivere i libri, fedeltà di pensamento ma non di parola, energia, colori, tonalità, contentezza di condivisione, senza dover rendere conto alla dittatura della maggioranza. Divenne una posizione, la mia, insensatamente parziale e personale, come accade per ogni vera posizione, che porto avanti ancora oggi.

Dicembre 1992
17 x 12 cm
27 pagine

Di questo volumetto sono stati ultimati presso la tipolitografia Emmebigrafica duecento esemplari, cento dei quali contengono, fuori testo, una serigrafia di Bonomo Faita, stampata a mano su carta Magnani di Pescia.

Versione di Fabio Galli. Testo originale a fronte.

Di Paul Verlaine (Metz, 1844 - Parigi, 1896), uno dei massimi poeti della letteratura francese, ricordiamo Poèmes saturniens (1886), Fêtes galantes (1869), La bonne chanson (1870), Romances sans paroles (1874) e Sagesse (1881).

L’angoscia

Natura, niente di te mi commuove, né gli spanti
campi, né l’eco vermiglia dei pastorali
siciliani, né le magne aurorali,
né la solennità dolente dei calanti.

Io rido dell’Arte, rido pure dell’Uomo, dei cantabili,
dei versi, dei templi greci e delle torri a spirali
che slanciano nel cielo vuoto le cattedrali,
e vedo con lo stesso occhio buoni e non amabili.

Non credo in Dio, abiuro e rinnego
ogni pensamento, e in quanto al vecchio diniego,
l’Amore, vorrei che non più se n’andasse a dire.

Tedio di vivere, avente paura di morire, eguale
al vascello perduto nel gioco del fluire e rifluire
l’anima mia salpa per naufragi nel male.

sabato 30 marzo 2024

Dario Bellezza: amore senza indugio

SI PUÒ GUARDARE, LARGAMENTE

I

I visitatori stanno alle parole e non all’occhio. Quale pensiero è quadro della tela? E quale servigio punisce a meraviglia?
Attenuata la sorgente, in minor forma: Alto al visibile s’attende il partire vermiglio: la marcia di cattura ove “batteva il sole di mezzogiorno. La morte” cruda e oro, l’intendimento al solco: così appare scoperto “ogni rimorso, una bestia affamata”. Il vetro è specchio d’ogni offerta al lume, “a quel succo di terreno” inanime e prono.
Ora niente può più: “colpire la buona ventura”.

Tranquillità del “sonno ci raggiunge”, e sesso estremo: è un’argentea lucidità, “una tregua”. Causa del freddo. Ma assolutamente cheto sei ora. Qui si respira, alfine.
Ma di te? Una inabitata coscienza riserba le apparenze: all’angolo le strette di mano, nessun ricordo e riguardo: questo è già causa di soccorrimento, Dario.

Ma ecco che adesso il sottile terrore minaccia, la dimenticanza, poco alla volta. Non è davvero finita la nostra diabolica presenza: “è la parola finale”. Corte fiamme alzano, a questo Mondo immondo, lo stato di miseria e il nostro cattivo sorriso.
“Se misurassimo ogni nostra necessità quale afflitta immagine, ma “qualcuno non ha più occhi”. Profondamente incassati.
“Gesta e pensamenti in accordo” con lo sguardo” come se volessero affascinarci, ben disposti a “questi attuali eventi”, questo disconoscerti.

II

Non condizioni a intrattenere il Tempo: ignote le nuove generazioni, non ti conoscono o riconoscono, è vero! Anche levando su i begli occhi che hanno a guardarti.. non esisti: tu una testimonianza divina ma del tutto svuotata.
Ma le teste più capaci, poche, di osservare “non hanno crisi della bocca”.
A ben guardare nulla è immorale della tua vita e della tua morte di poeta e tutto equivale al quotidiano angelico, all’aurorale viaggio, al buon camminamento: AL TUO SONNO ETERNO PER QUESTA NOTTE ETERNA ALMENO.

______________

Scrissi i versi in prosa, che leggete più sopra, anni dopo la sua scomparsa, nel ricordo di alcune lettere che, ai tempi, gli spedii e in memoria delle sue risposte. Ora mi accingo a parlarne. Davvero. A memoria futura. Per quel poco che posso.

Con gli anni, alla retorica simbolica e decadente, Dario Bellezza parve sostituire tutto se stesso, la propria spettacolare fisicità, lo sfaldamento contraddittorio della maturità del proprio corpo, tra colpa e riscatto. E malattia che lo accompagna mentre lui affronta la sua realtà tragica attraverso lo stravolgimento buffone e rumoroso, quasi da burletta malriuscita, dell’arte drammatica. Un canovaccio che denuncia i propri fatti personali con la loro stolta rappresentazione d’amanti, fino a subirne le estreme conseguenze, la più appienata immedesimazione.

E così, come a beffarlo giocosamente, anche la morte ha usato il suo stesso sotterfugio. Si è andata a specchiare dietro il ritratto stesso dell’uomo e non del poeta. Come lui, spesso, rispettandola e deridendola, si specchiò dietro di essa.

Pure se fosse possibile salvarsi in qualche modo, pare dire nella sua scrittura Bellezza, imporre il proprio ruolo di vivente, sul piano individuale, la situazione sarebbe compromessa dalla crudeltà dei cupissimi sentimenti, dall’incapacità di adeguarsi al loro immorale, gioiosissimo, fluire. Ancora una volta. Finzione. Di più. Verrebbe da aggiungere. Il perfetto traslato di una finzione, una finzione enumerata al quadrato. Esponenzialmente esposta. Cattiva.

Così davvero appena lo specchio cessa di riflettere l’immagine della vecchia morte, ecco che appare la figura stessa del poeta, nascosto esattamente nel proprio labirinto di umano arrovellato ed è in quel preciso istante che viene sancita una condanna inappellabile. La morte s’approprierà del poeta. Bellezza sarà amabilmente come irretito dalle sue stesse proiezioni. I suoi affastellati sogni e incubi goduriosi. E dunque è come non potesse più scrivere e non toccare più i corpi adorati, odoranti: sarebbe troppo ovvia dichiarazione nostalgica per un animo ribelle come il suo. Così sente il bisogno di non posticipare l’icona, il correlativo realissimo dell’abbandono, il veicolo immaginifico rispetto al tema. Come a definire un colloquio in assenza, [la mancanza dell’atto d’amore, dell’amato indistinguibile tanto quanto le ripetizioni di uno stesso atto amoroso con chiunque] un parlato, ormai solitario, destinato a infittirsi nei suoi libri e soprattutto porre al centro del verso il primo e unico segno malato della corrente affettiva che percorre l’intera poesia. Come se temesse quella verità tanto agognata, si predispone a una fuga continua perché solo il tempo della recita sembra offrire lo spazio bellamente illusorio di una speranza di salvezza.  E, così, si legge una dolcezza insolita, già malinconica, nei suoi versi, una straziante sincerità, e con essa l’anelito a una realtà impossibile, perché avvertita come un’utopia, una dislocazione temporale, dal passato al presente, che è una spia essenziale di come Bellezza corroda l’esperienza nel momento in cui la fa divenire assoluta. Allontanandola. Per sempre.

E così essa viene chiamata sulla scena del proprio dramma esattamente come attrice, come rappresentazione e finzione. Ma la morte giunge, invece, in tutta la ferocia della sua realtà. Così ciò che il poeta vorrebbe rappresentare nel vissuto e nella poesia, in una coazione al presente, ad agire nell’attualità del presente, è già avvenuto. Prima che egli stesso se ne accorga. Viene sottratto al poeta, insieme all’oggetto, il sentimento stesso del dolore.

Come osservazione di eventi che però non vengono semplicemente registrati da un testimone attendibile, i suoi versi mimano il proustiano fluire del sentimento nel tempo, ne attestano [o ne provocano] l’attrito, il rovesciamento, l’imprevisto, di fatto costringendo lo stesso tempo alla recita di un destino. Con la consapevolezza di dover soccombere, il poeta incontra è destinato a perdersi nell’infinito rispecchiamento dei propri versi. Nell’autocelebrazione caparbia del proprio vivere all’estremo. Come un tentativo di fuga, a veder bene, con una certa pesantezza nella struttura che impedisce movimenti troppo verticali, sollevamenti repentini del senso, scarti ritmici, almeno fino agli ultimi due libri. Sconvolgenti.

È con il suo atteggiamento che Bellezza sfugge a qualsivoglia cristallizzazione del processo amoroso, della propria omosessualità, assestandosi come nel limbo friabile e imperfetto di un suo personalissimo senso di amore, che per affermarsi come tale, deve rimanere sempre potenziale, possibile e mai realizzato, perché il personaggio torni a dominare la persona e la sua lamentosa carica eversiva possa raggiungere nuovi obiettivi e nuovi lettori su cui rovesciarsi. Contemplando se stesso, e pensando così di aver sconfitto il mostro, gli ha invece consegnato la propria vita, quella vera e quella recitata. Come devoto alla gran malattia [AIDS] che mai si sarebbe aspettata.

In un gioco di specchi riflettenti, continua a cantare il corpo, che diviene sempre più oggetto assente, motivo di ricordo. Esattamente convinto di potersi rivolgere sempre allo stesso uditorio. Bellezza non si è mai accorto che il pubblico in sala era ormai tutt’altro da quello dei suoi esordi e che l’eros, minacciato e piagato da nuove paure, piegato a irreggimentare vuoti immaginari collettivi, non poteva più costituire la ragione sufficiente di uno scandalo, ovvero di una richiesta di attenzione. L’eros, davvero non è più scandalo. Ad un certo punto. Lo è viverlo scandalosamente, questo sì, in maniera putrefatta. Ma di questo non s’accorse, il Nostro, pur vivendolo esattamente in maniera rischiosissima.

Veloce rifugge da quei corpi, più rapido del tempo della vita, non ama più niente nei corpi, con l’effetto di perdersi ancor più nei suoi astrusi angiporti. Così la sostanza del pensamento è quella di potersi tramutare in un’ossessione. Ricchissima e stupefacente [ma anche stupefatta] la declinazione di questo tema, e pervasiva, fino a indurre il sospetto che la corrosione fra esperienza del reale e scrittura si sia talmente affievolita in un estremo dannunzianesimo rovesciato di segno.

Esattamente così. Sia nello spaziotempo della gioventù che in quello della maturità, ciò che può giungere a noi frettolosi lettori, finale declinazione dell’ipocrisia che già ci aveva attribuito Baudelaire, è solo – e disperatamente, ma fino a che punto? – un messaggio invivibile, pervenuto da qualche oscura regione del mondo fenomenico o della psiche, estremo proprio come un dubbio ultraterreno. Come esattamente una sessualità vissuta estremamente. Come uno sport fatto di dettagli, di posture, di accrocchi, di sputi sui visi e tremebondi amplessi.

Da qualsiasi punto la si osservi, la sua poesia appare come in eterna fuga, o meglio si costruisce e si atteggia come una fuga. È rimasto prigioniero dello stesso cortocircuito che ha provocato: l’Uomo che cerca di corrodere l’Ineterno, con la sua sola ma rumorosa presenza di Poeta, la sonnolenta borghesia romana, l’effigie della stessa dissoluzione in atto di quest’ultima.

Nelle poesie degli ultimi anni, non è unicamente un vecchio solitario e malatissimo, è anche un uomo indigente, o si può anche dire più semplicemente povero. Già tanto prostrato, ha avuto, due dolori: la morte del padre ottantenne, e più da vicino il suicidio di Amelia Rosselli.

Nell’ultima fase della sua vita, avrebbe voluto silenzio, discrezione, forse dimenticanza. Non è stato così, i giornali – come ha avuto modo di dire – sono stati di una violenza allucinante.

L’unico Poeta della sua generazione a essere stato incluso nel Novecento di Gianfranco Contini, così anti–eroe e vittima del suo stesso estetismo esasperato ed esasperante, è un antenato plausibile e concreto di se stesso, ma resta uno iato tra personaggio e autore; se il primo fallisce, il secondo si ostina ad andare avanti in un’infausta sovrapposizione di due realtà, arte e vita, tra la fluidità del vissuto e la fissità del bello eterno.  Avanti. Di maschera in maschera, di ordalia in ordalia, e per via morantiana. Poiché penniano non fu mai, questo mi pare di capire. La sola enclave possibile resta quella dell’innocenza animale, del rapporto esclusivo e privilegiato con i gatti. E, forse della stessa sua gattità.

Mi scrisse che non avrebbe più voluto scriver versi – a me che appena iniziavo a pubblicarne – e che sentiva tutta l’assurdità di fare poesia. Più in là mi fece avere, da un amico comune, autografato, un suo libretto sui gatti che era stato tradotto in Spagna. E io già lavoravo nella redazione di “Poesia”.

Narciso immondo e dello specchio restò prigioniero fin da subito, apprestandosi a giocare una partita col destino e con la morte: una partita che è l’anamorfosi dell’invettiva [e dalla licenza, poetica ovviamente], del tentativo di riscatto sociale, dell’affermazione della libertà dell’eros, del superamento della grettezza piccolo–borghese; perché, di fatto, il poeta che si lancia contro la società provinciale resta, anzitutto, il prodotto stesso di quella società, di cui non riesce a coglierne le mutazioni essendone già oltre. Molto oltre.

Di questo incessante teatro dell’eros restano sulla scena piccoli oggetti, fragili icone, tristi sineddochi di un avvenimento che appare già superato nel momento stesso in cui accade, per lasciare il posto a un altro incontro, e prima di questo, all’inesausto vagare, il sentimento del battere, la ricerca del sesso infinito e sconosciuto, sola dimensione di confronto serrato con se stessi e con un desiderio di cui si teme ogni volta il compiersi, sebbene lo si brami: l’amore.

C’era l’ammissione implicita di una sovrapposizione tra io, ruolo e personaggio, quale possiamo infinitamente registrare nel crudele antagonismo dei suoi corpi descritti e frequentati.

La traduzione della rappresentazione in scrittura poetica prende spesso l’avvio, inevitabile, inesorabile, a custodire quel messaggio invivibile che, a volte, condiziona l’intero tracciato di un’esistenza: la fine dell’amore dopo l’amore, la fine dell’innamoramento dopo il sesso, ovvero quando definitivamente cala il sipario, in attesa non della prossima replica, ma di uno spettacolo che si vorrebbe nuovo e che invece si compie nel dolore di una infinitudine di ripetizione coatta e che fa soggiacere tutti noi, che si sia attori o spettatori. E anche il nostro spazio vitale si restringe invece di ampliarsi, la città si riduce alla stanza, la stanza al letto, quel luogo sfatto dove non è più concesso sottrarsi alla proprie contraddizioni, ai propri antagonismi. La meravigliosa pietrificazione di ogni sentimento che dona, a liberazione, ogni atto di sesso fine a se stesso.

Ah, non amare! Non essere riamati! La scrittura, davvero, si offre come moto di distrazione da tutto questo. Tentativo di nascondimento. E nonostante l’amante abbia consegnato all’amato la chiave della nuova casa [un classico in Bellezza] estremo simbolo di una disponibilità concreta solo nello spazio della rappresentazione, il corpo amato se ne va, lasciandolo solo in una tensione religiosa, una specie di evidente tremore per un aldilà senza nulla.

È dunque il corpo lo strumento attraverso cui il Poeta esibisce e declina le proprie ossessioni. La sua presenza, così tenacemente pervasiva di libro in libro, non costituisce un ovvio tratto dominante, ma diviene la sostanza più intima di una ricerca destinata al fallimento. La condizione pasolinianamente “impoetica” del poeta a scardinare il nesso barocco di vita e sogno [di ortesiana memoria, intendo, che Bellezza ripresentò nella sfolgorante riedizione de l’iguanuccia cara] e a fare della dimensione drammaturgica il luogo di una verità possibile, dispersa nella quotidianità del sentimento.

È uno scontro impari col vuoto del silenzio che lo circonda, lo so, ma l’energia della dissipazione mi costringe a un residuo di titanismo, appena sufficiente a motivare il tentativo di un riscatto, per lui, almeno sul piano collettivo. Così spiegato, allora, lo spostamento retorico di un mio sentimento che parrebbe impossibile per chi poco mi conosce, che «senza rancore» continuo a richiamarne l’attenzione verso questo Poeta quasi dimenticato, tramutandola nell’ennesimo correlativo dell’abbandono: di un abbandono in atto, che si ripete ad ogni rilettura di ogni suo testo, evento avvenuto e potenziale al tempo stesso.

Ma, nonostante il mio movimento più autentico sembri essere quello del nascondimento orizzontale piuttosto che quello dello scandaglio, in un’incessante altalena di simulazione e dissimulazione, nessuna prospettiva è in grado di incorniciarlo e comprenderlo e inevitabilmente qualcosa si sottrarrà, come alla visuale in procinto di una curva, di una svolta inattesa e in ogni caso sorprendente. Come una voluta barocca Bellezza mi sfuggirà. Giacché, come si sa, a voi stessi sta sfuggendo.

Ebbene a rileggerlo ci si accorge che il campo che si disegna è delimitato non solo dalla realtà, da un lato, e dall’altro dalla finzione – ciò che semplificherebbe sia il ruolo del lettore e il compito dell’interprete, sia la dinamica stessa dell’officina di Bellezza – ma anche dal modo in cui la realtà quotidiana è filtrata dall’esperienza ancor prima che dalla scrittura, il vissuto. Infine, a chiudere il suo spazio letterario così fascinosamente ombroso e asfittico, è la proiezione dell’io lirico come protagonista di un teatro della passione erotica, la trasgressione e rottura degli schemi sociali precostituiti.

Ma si sa che il linguaggio della poesia può supportare – e lo fa, a volte – tutte le soluzioni. Il poeta è ormai travolto da questa malattia terribile che è l’Aids, da questa infelice condizione che avrebbe voluto tenere nell’ombra e in questo senso l’atteggiamento fondamentale di tutta la scrittura di Bellezza s’impone sul piano del visivo piuttosto che in un’ottica concettuale: incapace di sciogliere i propri nodi, rimane al di là della scena da lui stesso allestita con una regia sapiente quanto penalizzante per se stesso.

L’amante e l’amato, distratti nel loro eros effimero, o, con un plurale istrionico, il poeta che ricordando scrive quando già l’amato è entrato nel limbo delle icone, dei simboli della passeggera eternità dell’amplesso, della goduta.

Autenticità del dolore. Una raffigurazione di un modello culturale ancor prima che psicologico e la rielaborazione della perdita è tutta affidata al dire poetico, ma non in chiave consolatoria e neppure esorcistica. È l’incontro dei corpi, il fisico toccarsi e intrecciarsi, complesso e sempre differito in un eterno ritorno impossibilitato, poiché, nel frattempo, un altro antagonista, più volte evocato, interviene a rompere il meccanismo di un corpo ripudiato, socialmente esecrabile, vittima e carnefice di se stesso che si confessa, una sostituzione continua di amati  e di amanti, come unico farsi primario di quella scissione che sverna nel tempo del sentimento, rinviandolo, spingendolo fino ai confini estremi e raggiungibili della morte sul letto.

La creaturalità offesa dalla storia.

Bellezza usa strumentalmente la poesia, è palese proprio nell’effetto melodrammatico di molte sue soluzioni. Una scrittura che sì oscilla tra perizia e programma e che, clessidra dei sentimenti e dei giochi erotici, gli ha giocato un pessimo tiro, l’ultimo, il letale, richiamandolo a una concretezza dell’essere fuori da ogni rappresentazione. Proprio la coazione all’eros, come motivo, sembrerebbe stabilire una diretta linea di discendenza da Penna e dal poeta delle borgate, ma l’immagine innocente del fanciullo, icona di un desiderio assoluto prima che di una pulsione, è assente dal suo orizzonte, frequentato piuttosto da emarginati e da una sessualità spesso in vendita, corrotta e corrosiva [se questa espressione è ancora lecita, se non fa sorridere i cinici ad oltranza]. Davvero la fisicità assume le denotazioni più disparate, fino a recitare il ruolo antagonistico più volte evocato e infine temuto, quello di richiamo della malattia e della morte.

La maschera sostituisce la persona, il personaggio condiziona il poeta. Il quotidiano incombe imponendo uno iato tra la scena della rappresentazione, che prima o poi dovrà concludersi, e la sosta necessaria al compiersi di una vera esperienza. Forse la definitiva. Ma prima di qualunque ultimo, fatale intreccio, in una sorta di carpe diem che riporta la temporalità di questo poeta negli angusti confini di un eterno presente – fino ad oggi, fino a noi – che non vuole e non sa guardare al futuro, nemmeno costruirlo intende, il corpo è la scena primaria di felicità fugaci ed effimere e di ben più reali ripudi. La tensione è palpabile: la si avverte già nella cantilena del ritmo, nei componimenti più ampi, e in un nervosismo finanche arcaico della sintassi che informa di sé tutta la poesia di quest’autore. Nell’istante stesso in cui descrive e si descrive, il soggetto ha già indossato i panni dell’attore, così compiendo una rimozione radicale del concreto.

Non è un motivo nuovo, quello del furto d’amore, non per questo banale, almeno per come l’autore lo declina. Ma si sa. Ogni ossessione genera contrasti, più o meno feroci o invasivi: si viene sempre a creare una pericolosa terra di nessuno tra il dominio del principio di realtà e le spinte centrifughe di un principio opposto. E le ossessioni non esistono per questo Poeta ma incarnano direttamente l’istintiva naturalezza di un mondo creaturale, libero dagli spettri della cultura, e dunque dal peccato. Oltre il mondo animale. Il sesso come emblema di se stesso e della propria ripetitività. Ecco che il corpo torna ad avere un referente, ma distante, ormai invisibile, mentre se ne ammette a piena voce, ma sempre dal proscenio, l’adorazione e non più soltanto.

Un poeta che vive la corporalità come scissione: esiste il corpo dell’amante, quindi il corpo dell’amato, infine il corpo del nuovo amate che diventa amato per essere sostituito da un nuovo amante che diviene l’amato all’infinito ed è quest’ultimo, ancora, a condizionare fisiologia e ritmi degli altri, a farne costanti proiezioni di sé sulla scena di una teatralità sempre esibita con ripetitività. E questa consapevolezza genera una struttura elegiaca, più evidente man mano che ci si accosti agli ultimi libri; il racconto della fisicità propria e altrui oscilla tra pietà e rimpianto, tra occasione e rimorso senza che sia risparmiato particolare alcuno del degrado.

Questa tortuosità non è un limite, ma è semmai la forza, la materia più autentica di questo poeta. Racconta il proprio spazio drammatico, partendo da un dato astratto ma fortemente evocativo, ribadendo nel colloquio l’assenza di una fisicità e asserendo, con estrema compattezza visiva, che quel corpo è ormai svanito, lasciando tristi tracce ovunque. Se di barocco si può parlare, per quest’autore, è soprattutto in virtù di questa anamorfosi, proprio laddove il dettato sembrerebbe sedarsi in una serie di immagini pacatamente affettive, in una lingua classicamente meno atteggiata.

La sua poesia si rispecchia in una lente deformante e lascia trasparire il fondo della sua più autentica libertà, almeno come aspirazione. Una narrazione allo stato puro, finzione che sposta quasi incessantemente l’asse dell’esperienza verso quello della rappresentazione. Bellezza ci restituisce con ogni probabilità l’immagine di sé più densa e credibile; ed è proprio quella negazione a rendere l’autoritratto una rappresentazione tutt’altro che mimetica.

Tutto è assai eloquente, ribadisce la coazione a un eros insoddisfatto, fa della ripetizione il segnale dell’ossessione e soprattutto ci mette a parte di come Bellezza tenti di risolvere il proprio sentimento del tempo con una banale operazione aritmetica, moltiplicando all’infinito i suoi incontri in una rincorsa affannosa quanto inutile, come a voler essere più veloce della vita stessa e del proprio tripudio d’amore e sesso, ma con l’effetto soltanto di anticipare quello che è già contenuto nella sua confessione: il corpo sfiorato è infine il corpo sfiorito, consumato negli eccessi, dai mille e mille corpi che restano, per sempre, ragazzi.

Un eros quasi astratto, proprio quando ne esponeva i dettagli. Flusso sentimentale altrimenti inconfessabile in tutta la sua fugace concretezza. Registro da opera o da romanza. Storie vissute all’insegna di una balda e passeggera eternità, che si tramuta in qualcosa di assoluto, perfino in qualcosa di malato. Una sessualità coatta che si traduce, in quanto espressione del poeta, in evento sociale, in atto performativo.

E qui chiudo, pazienti lettori.


venerdì 23 febbraio 2024

El Horno (capitolo A)

A dargli tutto quel tempo che gli occorre, Skeeen è davvero capace di provare e d’impartire l’estasi esattamente lungo tutto quanto il locale… Skeeen non può proprio celarlo nemmeno a se stesso: a mala pena domina l’ansia che in quest’attimo l’assale, allorché, sospinto dal suo stesso interesse si risolve a trascrivere soltanto mentalmente – ma accuratamente, ma molto al di sopra di enigmatiche parole, come fosse una cosa attigua a carceri questo pensamento, come fosse suo remoto parente questo strazio straziante che strazia ma come costretto fosse a conviverci, come fosse un orizzonte velato e oscuro, come fosse un piano secolare, come fosse un mandamento ma orrendamente divino -, la copia affrettata, come fosse, di tutti quanti gli avvenimenti passati e anche futuri della sua vita… e via, e via, e via… ma proprio alcuni di questi avvenimenti, già da molto prima d’incominciare, hanno animo – muto forse, silenziosissimo ma simile a tifone grandissimo – adulto e fanciullo insieme: terra e melma e paura brulla e quasi mancamento e ancora lontananza da primissimo desiderio sono questi avvenimenti. niente d’altro da aggiungere, niente d’altro da dire:

A dargli tempo, quindi, Skeeen è proprio capace d’inebriarsi, d’ubriacarsi nel cuore stesso dell’inferno abissale de El Horno: “il nome del posto è di per sé già strano, è come meraviglioso presagio, non tanto allettante ma come non cedere alla tentazione”, dice nella sua mente Skeeen, “al disarmo totale che prevede un luogo come questo: le luci appena visibili colpiscono in tutta la loro vera crudeltà: una poesia del trasalimento” e via, e via, e via,...

https://ebooks.gaiaitalia.com/prodotto/elhorno-di-bo-summers-a-cura-di-fabio-galli/

prepotenza del verbo...

Prepotenza del verbo e invadenza del dire sono punti davvero focali in qualunque educazione poetica, ove le nominazioni effettive, la purissima matrice del dire, contrastano con la ruvidezza delle parole, più o meno violente.
Oltre al totale asservimento fisico, alla brutalità pornolalica, il poeta vuole squassare il suo stesso ordine interiore e annullare la pochezza della recita affabulatoria, smantellando la mente. La scrittura, umiliata esecutrice, è deresponsabilizzata da qualsiasi colpa del dire, mentre viene portata a confondere dolore e godimento linguistico.
Io-lirico è inserimento di considerazioni estemporanee e rare battute di dialogo col reale, sempre senza alcuna avvisaglia d’interiazione. Il poeta approva il comportamento di tutte le parole pur domandandosi se sia corretto, ancora, oggi, il “fare” poetico per godere dei tanti oltraggi al suo essere pudore nell’annunciare.
Un’accesa dimensione quasi sensoriale che porta epifanicamente al suo stesso passato, a ritroso nella falsità delle vecchie relazioni del dire assoluto fino a giungere alla posta in gioco di verità del presente di foucaultiano ricordo.
Per quanto la poesia cerchi di ridurre il rapporto a puro esercizio di narcisismo egoistico, il piacere del gioco linguistico subentra principalmente in una dimensione tutta psichica [quai onanismo fosse della parola] e, per quanto la poesia si veda lontana dall’attaccamento al vero reale, raggiunge un interno ed eterno riposo manifestandosi quale richiesta di un completamento reciproco con il poeta stesso, risposta ideale agli imperativi tutti.
Ma qui il desiderio dello scrivere è meno materialistico. Il poeta chiede, infatti, ciò che la poesia può dare, ovvero una traduzione dell’atto dello scrivere: come una libertà dimenticata e andata, congedata dal bacio minutale, in balia di quanto accaduto e deceduto.
L’io-lirico non si stupisce, mai. Solo questo senso dello scrivere esercita un simile potere. Niente altro e imputa la sua terribilità nel godere all’intasamento mnemonico della parola desiderata, che non si straccia per lasciare spazio al presente storico.
Solo nell’ineffabilità del poetare si vince la resistenza della mente che si sente compresa e presa per cosa realmente è, un intendimento che supera gli stilemi.
Essere in completa balìa, fa saggiare l’esperienza della morte, da cui ci si risolleva di colpo col godere: ancora una volta, il superamento del principio di piacere porta l’io lirico a non ricercare affatto il proprio bene, ma a rincorrere ciò che intacca la capacità fisica ed emotiva di mantenere un equilibrio interno possibile.
 
(22 aprile 2016)

mercoledì 14 febbraio 2024

la poesia medicinale di Sandro Penna


Immagine mostra. Umberto Saba. La poesia di una vita

“Certo, vien fatto di pensare che la miracolosa perfezione di certe sue cose, la vergine rivelazione di certi suoi versi, che, la prima volta, ci fecero pensare addirittura al giovinetto Rimbaud, i limiti stessi di quel suo affettuoso e trasparente mondo poetico non comportino svolgimenti e arricchimenti di sorta. Penna è quello che è: un dono da prendersi o lasciarsi, come le cose della natura”. Parole di Sergio Solmi, scritte nel ’39.

“Poeta d’amore” si definì, polemicamente. E poeta orgoglioso del suo eros finocchio dichiarando con Satie: “Io non sono omosessuale, sono pederasta”. Non che i tempi, allora, fossero, più facili, e definirsi pedé non era certo cosa di poco conto. In Italia, poi. Già allora pedarasta era sinonimo di pedofilo. L’omosessuale concupiva i bimbi. Già allora. Non che fosse più facile. Oggi sembra tutto più semplice, perché “le cose cambiano” con Carlo Gabardini che ci rappresenta orgogliosamente ai nostri orgogliosi Pride, che è una vita che ci mettiamo la faccia e le chiappe per farli, e che noi siamo stati il carrozzone di Carnevale e tutte quelle robe qui.. e vabbé. [primo svarione]

Una parsimoniosa produzione poetica, la sua, edita poi in unico volume da Garzanti e affiancata da scrittura di novelle, raccolte, anch’esse in parte, sotto il titolo Un po’ di febbre sempre da Garzanti. Poesia caratterizzata da sentenze e massime morali, vero e proprio gioco, continuo osare per cui di fatto si nega l’epigramma con l’epigramma, la sentenziosità con la sentenza.

Non è offensivo dire che la felicità poetica di Penna non ogni volta raggiunga altrettanta pienezza: spesso non va oltre i primi versi [“attacchi” memorabili], come se il botto iniziale a lungo accumulato esaurisse in quel primo contraccolpo tutta la sua carica. Ho imparato molto da questo. Perché questi son proprio i difetti, i rischi, connaturati al dono poetico, e  non eliminabili ma quel dono, in tempi come i nostri, appare più che mai prezioso.

Ma come si potrebbe definire Sandro Penna? Una tra le voci maggiori del ’900 [Pasolini], un piccolo miracolo [Saba], un alessandrino, un poeta della Palatina? … oppure considerarlo un emulo di Saffo, di Alceo, di Anacreonte? Un personaggio di Durrell, forse?…

Risposte davvero infinite. Fu poeta libero, questo sì, colto, uno nomade dell’eros a proprio agio in un mondo senza storia. Nella solitudine assoluta del suo comodino stracolmo di medicine. Di rimedi chimici alla sue malattie vere e presunte. Un eremita. Un brontolone. Un rompipalle notturno che chiamava il designato di turno per dirgli che stava male. Un solitario, a caccia di corpi. Con un senso di mancanza.

Una mancanza. Così come lo è questo nostro vivere odierno: il nulla assoluto, lo svuotamento senza memoria, soltanto presenze per postura, ammiccamenti, per un esserci poiché così si deve fare, altrimenti non si è. Cioè non si è ghei se non si fa l’outing, che pure a me l’hanno detto di farlo che son ghei da quando avevo i miei bei 15/16 anni e già a 18 me ne andavo a battere da tempo sulla Fiera, fiero già allora.. Ci si appalesa, oggi, si esce dall’armadio [che già lo cantava Lou Reed ‘sto fatto di saltar fuori dall’armadio, ma lo cantava negli anni ’70] e da quel momento si diventa il mito da imitare scrittori e militanti, vestali del Mieli o Arcicula perché così deve essere, perché “io so dire e fare e brigare e voi no. E scrivo su questa e quella testata e quindi ciò che dico assume carattere di verità [vanità] e decido io perché dell’arci sono”. Sarà che io sono un antico, forse più barbaro che greco, e allora vi dico che un Penna può e deve ritornare anche oggi, senza mediazioni e compromessi, nelle nostre letture e nei nostri qua-qua di opinionliderghei dell’ultim’ora che a me, personalmente, mi pare si vogliano mettere la cravatta del civile, con le civilnozze che sembra l’unica cosa che c’han nel cuore. E ho scritto cuore per non scrivere di peggio. [secondo svarione]

Un “istintivo”, un primitivo, formatosi alla scuola della vita più che alle altre, ebbe una certa diffidenza per ogni giudizio critico che cercasse, definendola, di storicizzare la sua arte. Seguitò a rimanere non intrigato, come per cosa che riguardi un altro, e diverso, da sé. Diffidente. Condusse per tutta la vita un’esistenza appartata, preferendo alle occasioni mondane la compagnia dei suoi “amorazzi”, e vivendo di lavori disparati, dalla “borsa nera” durante la guerra fino al commercio d’arte. Di tutti i suoi amori, quello più forte, quello più vero fu per la vita, non per l’immortalità, e ciò avviene per ogni eluso od illuso amatore.

Non volle certo lasciare ai posteri foscoliani monumenti o lunghissimi carmi, la sua poesia non è che il diario quasi monotematico di un amore per alcuni aspetti del reale, ripetuto in infinite varianti, in una coazione a ripetere, un loop che è fonte di continuo e ripetuto godimento, insopprimibile anche nel dolore, “ma Sandro Penna è intriso di una strana gioia di vivere anche nel dolore”.

L’istintività non si limita al campo della cultura, ma investe la ragione stessa del suo poetare: è il poeta della vita libera dei sensi, di qua dalla riflessione, dal razionale, e, quindi dalla storia. Che non è di certa questa nostra miseranda storia che ci vuole incasellati in civilnozze di serie B, nell’irrigidimento delle nostre affettività vicino il più possibile a ciò che è civiltà, o un’idea di tale. Inquadramento. [terzo svarione]

Mirabile, come, con una tematica così circoscritta, entro un orizzonte necessariamente limitato, trovi sempre nuovi incentivi e nuove modulazioni. Ritmo, a volte addirittura sincopato, e insieme filato come un respiro: diventa un fatto di natura, pur essendo sempre elaboratissimo e vigilatissimo nella tecnica e nella sintassi, nella metrica e nella parola. E tutto ciò giova a caratterizzarlo perché quella fedeltà ai modi epigrammatici altro non significa che, nel suo mondo poetico, non c’è stato nessun profondo sviluppo.

Io tifo ancora per quel vitalismo alimentato da una gioia dei sensi ebbra, seppure ombrata di malinconia. Un impressionismo che riesce a contenere la propria estuante sensualità nel giro di pochi versi, nel pregnante nitore di sperma dove il rapporto parola-colore si esala in vaghezza musicale. Ecco, questo ancora vorrei. Amici miei ghei. Ma che ve lo scrivo a fare.
Voglio tornare ad essere ancora il “fiero pasto” di troppe pruderìes, fonte spesso di incomprensioni feroci di tanto debole maschilismo o di dolciastre adesioni, puramente tematiche ma spesso altrettanto incomprensive. [quarto svarione]

A me della sessualità altrui, ben poco interessa, non è questo il punto: ognuno sia nel suo talamo Sovrano, rispettoso nel rispetto. E comunque, anche se di fanciullo non si trattasse, dai versi del sensuale immoralista promanerebbe, quasi feroce, l’insopprimibile istintività dell’amore. Ciò nonostante, non ci si può esimere dal rilevare che il vocabolo-chiave è “ragazzo” nelle diverse accezioni, spesso in quella dispregiativa ma non priva di segreta gratitudine, di “ragazzaccio”. Il ragazzo è la forma, il corpo presente e pulsante dell’amore carnale ed è, di volta in volta, fanciullo, operaio, garzone di fornaio, cameriere, giovanotto, giovin signore, barbiere, ciclista, caldo animale, bestia da monta… è tutto questo che impaura il perbenismo becero: la nostra sessualità e non la nostra affettività. Ecco cosa temono. Le nostre erezioni, non questa insegnata dei matrimonii. È parvenza, fumo negli occhi. Non è questo il punto. Io voglio vivere la mia sessualità a prescindere da un matrimonio o no. [quinto svarione]

Il “tempo” di Penna non è storico, ma biografico: è l’alternarsi dei mattini, delle notti, delle primavere e delle estati perché le uniche storie accettate sono storie d’amore. Un vigoroso fuoriclasse. Originalità espressiva e molteplicità di riferimenti che suggerisce appena in una sorta d’autoironia erudita che volutamente dissacra ogni possibile ascendenza culturale. Essa evidenzia una grandissima libertà di formule e soluzioni, un gioco a volte parossistico, a volte rischioso, di rime, allitterazioni, assonanze. Un gioco molteplice, allusivo, presenza di spirito e contemporaneità che, col cavolo!, oggi leggo in tutti questi balbettanti ragazzoni che devono metter su famiglia. Voglio riconosciuti i miei affetti, io, voglio scopare con chi mi pare senza dover dire “vedete che mi marito? Che metto su famiglia? Son buono quanto voi? Lo vedete?” io non voglio una legge che mi accomuni a queste cose.. questa non è la rivoluzione, no. [sesto svarione]

Ripetizioni, endecasillabi, ottonarii, versi sciolti, ora aspri e trascurati, ora quasi stucchevolmente musicali, a volte consonanti con l’esasperazione di alcuni toni che qualcuno definì sgradevoli e smancerosi. Lontano da Kavafis anni luce, bizantino decadente e non alessandrino, anche se si è voluto vedere in lui la storia come “maschera”. Grazia espressiva che rende puro e leggero ogni suo estro, anche quelli insorgenti dal fondo più torbido della sua sensualità, quelle raffigurazioni – così insistite da assumere valore di simbolo – di marinai, operai e soprattutto ragazzi, messaggeri di un mondo restituito alla libertà degli istinti, e per di qua, ancor esso, dalla razionalità e dalla storia, con esiti che, anche se spesso non vanno oltre la notazione frammentaria, sono felici. Una libertà di istinti, estinta, oggi. Paurosamente accantonata. Debolmente affievolita da richieste civili. Ma io voglio essere ancora incivile. Voglio che mi venga ridata la mia sessualità. Questa devono temere. Arco e freccia pronta a colpire laddove il sociale e il civile non mi corrispondono. Per nulla. Rivoglio la mia realtà e la voglio poter vivere come voglio. Non questa parrocchietta del buonismo matrimoniale. [settimo svarione]

E la città è spesso nemica, piovosa o buia come nella pittura di Sironi, mentre i paesaggi solari richiamano a volte Carrà o Rosai. I colori si accompagnano ai sensi, e ai sensi si accompagnano agli odori. Il tutto fuso in una forma stilistica talmente sconvolta e affascinante nella sua ingenuità, da far dimenticare ogni colpa letteraria o culturale. Per Sandro Penna, il sesso è il tema dominante, calda e animale fisicità, sensualità data a priori, è il centro della vita, connessa prepotentemente al gioco dei mattini torpidi e delle sere inquiete, dei pomeriggi in cui anche la malattia rinfresca ricordi non rimossi.

Il sesso è onnipresente nelle delicate poesie di Penna. Ai critici che, pur trovando di grande valore artistico la sua opera, giudicavano “sconveniente” la sua insistenza sul tema del sesso omosessuale, Penna ribatté con versi di sfida: “Il problema sessuale / prende tutta la mia vita. / Sarà un bene o sarà un male/ mi domando ad ogni uscita”.

Le stagioni, il tempo, le esperienze, sono circoscritte da direzioni infinite entro le quali si muove la sua poesia e il movimento vitale dell’amore. Il movimento è ricerca continua e nomade di ogni possibilità di osare, di amare. Il sentimento del battere, che ogni omosessuale ben conosce. Anche se oggi si finge di no. Ma la nostra sessualità è questo. Siamo liberi. Non dobbiamo incasellarci. Rivoglio tutti i vecchi simboli del Movimento, rivoglio la libera sessualità, il poterla vivere senza essere aggredito o dovermi conformare ad un pensiero etero che mai non è stato il pensiero omosessuale. [ottavo svarione]

L’influenza di Penna sui giovani omosessuali italiani dovrebbe essere  avvertibile in modo netto, al punto che non dovrebbe essere eccessivo poter parlare di un suo influsso “formatore” sulla pensiero gay italiano contemporaneo. Ma non è così, in questa italietta da poco. Fatta ancora oggi di restrizioni matrimoniali e nessun mutamento reale.

Vita e sensualità, sessualità e peccato sono una sola cosa per questo popolino dell’italico pensare odierno: “Forse la giovinezza è solo questo / perenne amare i sensi e non pentirsi”. E il rischio della propria visibile libertà è l’inevitabile conseguenza della necessità di “osare”, osare l’amore, la propria sessualità a qualsiasi costo. Senza compromessi: “Amore, amore / lieto disonore”. [ho perso il conto degli svarioni]

so che avrete da ridire, lo so, questo è il mio Sandro Penna, attualizzato, saluti, Bo.

 

 

 

 

 

(18 giugno 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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