mercoledì 6 novembre 2024

tradurre Baudelaire?

È amaro il sapere che il viaggio ci regala!
Il mondo, monotono e angusto, oggi,
come ieri, come domani, non fa che rifletterci:
un’oasi di orrore in un deserto di noia!

Partire? Restare? Se puoi restare, resta;
se devi partire, allora vai. Uno corre, l’altro si nasconde in casa
per illudersi di sfuggire al nemico inesorabile,
il Tempo! E ci sono, ahimè, anime che non smettono mai di correre.

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Amara saggezza, quella che il viaggio ci impartisce!
Il mondo, monotono e ristretto, ieri, oggi, domani,
non è che uno specchio che ci riflette:
un’oasi d’orrore in un deserto di noia.

Partire? Restare? Se puoi restare, resta;
se devi partire, parti. Qualcuno corre, qualcuno si nasconde,
cercando di ingannare l’invisibile nemico
che è il Tempo. E, ahimè, ci sono coloro che corrono senza mai fermarsi.

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Quanta amarezza nel sapere che il viaggio ci concede!
Il mondo, stretto e monotono, ieri, oggi, domani,
è soltanto uno specchio, un riflesso di noi stessi:
un’oasi d’orrore in un deserto di noia.

Partire? Restare? Se puoi, resta;
se devi partire, allora vai. Uno corre, un altro si rintana,
tutti a ingannare il nemico invisibile,
il Tempo! E, ahimè, c’è chi corre senza mai fermarsi.

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Amara la conoscenza che il viaggio ci porta!
Il mondo, stretto e monotono, ieri, oggi, domani,
ci mostra solo il nostro riflesso:
un’oasi di orrore in un deserto di noia.

Partire? Restare? Se puoi, resta;
se devi partire, parti pure. C’è chi corre, c’è chi si chiude in casa,
tutti a evitare il nemico instancabile,
il Tempo! E ci sono, ahimè, quelli che corrono senza mai tregua.

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Amaro è il sapere che il viaggio ci rivela!
Il mondo, ristretto e monotono, ieri, oggi, domani,
non fa altro che rifletterci:
un’oasi di orrore in un deserto di noia.

Partire? Restare? Se puoi, resta;
se devi, allora parti. C’è chi corre e chi si rifugia,
tutti in fuga da un solo nemico,
il Tempo! E ahimè, c’è chi corre senza fine.

lunedì 4 novembre 2024

Euro Pride 2027


Una notizia favolosa, e per molti aspetti, strategica. Torino, già capace di ospitare manifestazioni di respiro internazionale, si prepara a trasformare il 2027 in un palco di visibilità globale per i diritti LGBTQ+. In un paese in cui il dibattito politico continua spesso a ignorare o a criminalizzare pratiche come la gestazione per altri, Europride sarà molto più che una festa arcobaleno: sarà uno statement, una dichiarazione di esistenza e dignità.

Dal 18 al 26 giugno 2027, le strade di Torino risuoneranno di voci che chiedono e rivendicano diritti, abbattendo quella narrazione tossica che prova a dipingere la comunità LGBTQ+ come un capriccio da ignorare. Sarà una settimana di incontri, dibattiti e – perché no – di puro spettacolo, un festival che incarna la visione di un futuro più inclusivo.

E nel frattempo, l’Italia ha l’occasione di guardarsi allo specchio: riuscirà a dimostrarsi all’altezza di questa responsabilità internazionale?

L’Europride 2027 a Torino sarà un’occasione unica, e non solo per la comunità LGBTQ+, ma per tutta la società civile. La scelta di Torino come città ospitante non è casuale: è un centro di storia e di cultura che, negli ultimi anni, ha anche dimostrato una grande apertura verso la diversità. Torino è una città che ha accolto e supportato il Pride già da molti anni, ma Europride sarà un salto di qualità, con una portata internazionale capace di richiamare centinaia di migliaia di persone da tutta Europa.

Questa edizione si preannuncia come una celebrazione dell'orgoglio e della libertà, ma anche come un momento di riflessione profonda su diritti che, purtroppo, in Italia sono ancora messi in discussione. Ogni parata, ogni conferenza, ogni spettacolo sarà un atto politico, un invito ad abbattere quelle barriere di pregiudizio e disinformazione che pesano sulla vita di tante persone. Europride Torino 2027 non sarà solo un palcoscenico per artisti, attivisti e alleati, ma un'occasione per sensibilizzare e coinvolgere un pubblico vasto, ricordando a chiunque guardi – in Italia e all’estero – che la lotta per l’uguaglianza e i diritti civili non è finita.

Immagina solo l'effetto che avrà vedere piazze e strade animate da migliaia di persone che, sotto le bandiere arcobaleno, celebrano con fierezza la loro identità e ricordano a tutti che nessuno dovrebbe vivere con paura o vergogna. Un’invasione colorata, dove non si chiederanno permessi per esistere ma si affermerà con forza il diritto a farlo, a essere chi si è e ad amare chi si vuole.

E a livello politico? Sarà impossibile ignorare il messaggio di Europride. La visibilità è un’arma potente, e le istituzioni italiane dovranno fare i conti con l’immagine di un'Italia che non vuole più compromessi sui diritti. In un’epoca in cui alcune leggi e proposte tendono a frenare la piena parità, Europride sarà come una luce puntata su queste tematiche, dando voce a chi per troppo tempo è stato lasciato nell’ombra.

Europride 2027 a Torino rappresenta anche un’opportunità per rilanciare il ruolo dell’Italia nell’arena europea dei diritti civili. Sarà un'occasione per vedere un'Italia in grado di dialogare con realtà europee dove il riconoscimento dei diritti LGBTQ+ è stato già sancito da leggi e politiche di tutela avanzate. Questo Europride sarà quindi un ponte, un richiamo al Paese affinché possa avanzare insieme al resto dell'Europa, rafforzando una collaborazione internazionale che va oltre le frontiere.

Il programma promette di essere ricchissimo e di aprire lo sguardo su temi che vanno dall’arte alla letteratura, dalla politica alla salute mentale, fino alla storia della comunità LGBTQ+ e alla sua rappresentazione nei media. Ci saranno mostre, spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche, seminari e incontri che daranno voce a esperienze spesso ignorate o relegate ai margini. È un’iniziativa culturale ampia e inclusiva, pensata per coinvolgere non solo chi si riconosce sotto le sigle LGBTQ+, ma tutti i cittadini e le cittadine che credono nei valori di libertà, rispetto e inclusione.

Inoltre, Europride potrebbe rivelarsi un motore economico straordinario. Le città che hanno ospitato il Pride a livello internazionale hanno registrato un forte impulso turistico e commerciale, e Torino non sarà da meno. La settimana di eventi porterà persone, investimenti e una ricchezza culturale che coinvolgerà ristoranti, hotel, teatri, negozi, creando un circolo virtuoso che non si fermerà ai soli giorni del Pride. E questa non è solo una nota economica: la presenza di un evento così importante contribuisce a costruire l'immagine di una città progressista e moderna, che sa parlare a tutte le generazioni e sa accogliere ogni diversità.

Ma, al di là di tutti i benefici, Europride 2027 sarà un momento di riscatto, di solidarietà e di lotta condivisa. Sarà l’occasione per ricordare tutte le battaglie vinte, ma anche per non dimenticare quelle ancora da combattere.

Europride 2027 a Torino sarà un evento che non solo celebra, ma riscrive la storia. Immagina: ogni angolo della città, dalle piazze storiche ai parchi, alle gallerie d’arte, diventerà un luogo dove le persone possono riappropriarsi della loro visibilità e raccontare le loro storie. Sarà una presa di spazio e di voce che si contrappone a decenni di discriminazioni, di vergogna imposta, di vite vissute nell'ombra.

E non è solo una questione di visibilità locale; Torino si prepara a essere un esempio di resistenza e creatività che risuonerà in tutta Europa. Ogni passo, ogni evento, ogni bandiera arcobaleno sventolata sarà un messaggio che raggiunge chi si trova ancora in contesti ostili e che sente di non avere una comunità a cui appartenere. Europride sarà, per molti, quella “famiglia” che riconosce e accoglie, e un richiamo a non arrendersi mai.

Pensiamo anche all’impatto educativo. Molti giovani italiani, magari cresciuti in contesti provinciali o in famiglie poco inclini all’accettazione, avranno modo di conoscere realtà che li aiutano a esplorare se stessi senza giudizi. Sarà una settimana in cui le barriere si abbassano, in cui giovani e meno giovani si troveranno fianco a fianco, ispirati da testimonianze, artisti, attivisti e alleati. Vedremo giovani che si riscoprono in racconti e vite di chi ha combattuto prima di loro, e adulti che comprenderanno meglio un mondo che hanno sempre visto con diffidenza o distanza.

In un periodo storico in cui il dibattito sui diritti civili è spesso manipolato, Europride diventa un momento di chiarezza, una contro-narrativa potente. Qui non si parla solo di “diritti LGBTQ+” in senso generico, ma di un’umanità complessa, che vive e vuole essere riconosciuta per ciò che è, senza condizioni. Sarà un Europride che non chiede permessi, ma che si prende il suo spazio con la fierezza di chi sa di essere nel giusto.

Quindi, l’evento è molto più di una manifestazione: è un manifesto vivente. Un momento che lascerà un’impronta non solo nei cuori di chi vi parteciperà, ma anche nelle istituzioni, che dovranno confrontarsi con un messaggio chiaro e potente. Torino 2027 non sarà solo un Pride: sarà una dichiarazione d'amore per l'uguaglianza, per la libertà, per il diritto a esistere senza paura.

domenica 3 novembre 2024

L'inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini


Questa è la copertina del libro L'inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini di Simona Zecchi, pubblicato da Ponte alle Grazie. Il libro indaga su ciò che Pasolini sapeva riguardo a eventi oscuri dell'Italia del tempo – come le stragi, il ruolo del Vaticano e della Democrazia Cristiana (DC) – e su come queste conoscenze possano essere legate al suo tragico omicidio. Zecchi esplora le ricerche del poeta e regista, evidenziando la sua intuizione verso i misteri del potere e della criminalità che avvolgevano il Paese, cercando di fare luce su uno dei casi irrisolti più controversi della storia italiana.

Un saggio che affronta uno dei misteri più inquietanti e controversi del Novecento italiano: l'assassinio di Pasolini, avvenuto nel 1975. Con un approccio da investigatrice, Zecchi ricostruisce il contesto politico e sociale in cui si muoveva Pasolini, esplorando i legami tra il suo omicidio e le informazioni scomode che avrebbe raccolto sulle trame oscure dello Stato, sulle stragi di quegli anni e sul potere ecclesiastico.

Il libro suggerisce che Pasolini, con il suo acume e la sua sete di verità, avesse toccato fili pericolosi: i misteri del Vaticano, le collusioni della Democrazia Cristiana e le ombre del terrorismo. L'autrice cerca di rispondere a una domanda spinosa: quanto sapeva Pasolini, e soprattutto, questo sapere è stato il motivo per cui è stato brutalmente eliminato? La Zecchi si addentra così in un labirinto di documenti, testimonianze e congetture, offrendo uno sguardo crudo e dettagliato su come il poeta potrebbe essere stato una vittima del suo stesso coraggio e della sua insaziabile curiosità per la verità.

Il saggio è particolarmente interessante per chi vuole andare oltre la superficie della figura di Pasolini e scoprirne il lato investigativo, il suo "fiuto" quasi da giornalista d'inchiesta, spinto da una passione che, secondo l'autrice, potrebbe aver segnato la sua tragica fine.

Il volume scava nelle pieghe più scure e insidiose della storia italiana, proponendo un'analisi serrata e documentata sul possibile coinvolgimento delle alte sfere del potere nell'omicidio del poeta e regista. Pasolini, noto per la sua intelligenza tagliente e il suo spirito critico, stava lavorando su temi di una delicatezza esplosiva: dalle collusioni tra politica e criminalità organizzata, alle manovre occulte della Democrazia Cristiana, fino all’ombra pesante del Vaticano.

L'autrice ipotizza che Pasolini avesse ormai raccolto prove sufficienti per smascherare chi, dietro le quinte, muoveva i fili del potere, e che proprio questo bagaglio di informazioni lo abbia trasformato in una minaccia da eliminare. Il libro si muove come un'indagine investigativa, mostrando come le sue ricerche fossero diventate un'ossessione che lo avrebbe portato a scontrarsi con forze troppo potenti.

Zecchi non offre solo un ritratto della vittima, ma dipinge anche uno spaccato dell’Italia degli anni Settanta, un paese avvolto da tensioni sociali, politiche e ideologiche, in cui Pasolini rappresentava una voce scomoda, fuori dal coro. Il saggio offre una lettura appassionata e controversa di quel mistero mai risolto, invitando a riflettere su quanto l'arte e la ricerca della verità possano, in certi contesti, risultare pericolose.

Zecchi porta avanti una ricerca meticolosa, rivelando come Pasolini, con la sua fama di intellettuale ribelle e anticonformista, avesse accumulato informazioni su verità scomode che altri preferivano seppellire. Attraverso un’analisi attenta dei documenti e delle testimonianze dell’epoca, Zecchi ipotizza che Pasolini fosse venuto a conoscenza di segreti legati alle stragi di stato, alle connivenze tra politica e mafia, e a loschi affari che coinvolgevano persino le alte gerarchie ecclesiastiche.

Pasolini, infatti, non era solo un poeta o un regista; era anche un osservatore acuto della realtà italiana, con un’intelligenza quasi “profetica” che gli permetteva di vedere i giochi di potere e le contraddizioni sociali con uno sguardo disincantato. Il libro sottolinea come Pasolini si sentisse investito di una missione, quella di smascherare i meccanismi occulti della società italiana. La sua famosa affermazione "Io so, ma non ho le prove" riecheggia nelle pagine di Zecchi come un monito, come un'ombra pesante che accompagna la sua figura fino alla morte.

Simona Zecchi, con questo libro, ci fa immergere in un mondo di intrighi, dove il coraggio di Pasolini di andare contro il sistema lo rende un bersaglio pericoloso. La tesi di Zecchi è che l'assassinio del poeta non fu il semplice frutto di una notte violenta, ma il culmine di un’inchiesta interrotta, di una verità a cui Pasolini si era avvicinato troppo. Il libro si presenta quindi come un documento di denuncia, un tentativo di ricostruire l'incompiuta indagine pasoliniana e di rendere omaggio a un uomo che, con il suo sacrificio, ha illuminato i lati più oscuri del potere.

L'inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini di Simona Zecchi esplora l’enigma irrisolto attorno alla morte del grande intellettuale, cercando di riannodare i fili della sua ricerca interrotta. Secondo Zecchi, Pasolini non era solo un artista; era un investigatore solitario, animato da un istinto quasi autodistruttivo per la verità. Nel corso della sua vita, Pasolini aveva accumulato prove, informazioni e intuizioni su ciò che chiamava il “Potere”, un’entità oscura che includeva lo Stato, il Vaticano, i servizi segreti e i grandi interessi economici. Con la sua penna e il suo sguardo implacabile, era riuscito a scorgere sotto la superficie di un’Italia scossa dalle stragi e dagli scandali politici.

Il libro mette in evidenza come Pasolini fosse ossessionato dalle sue scoperte, tanto da arrivare a scrivere romanzi e articoli in cui denunciava apertamente la connivenza tra politica e criminalità. Zecchi ricostruisce questo percorso, tratteggiando una figura di intellettuale che non aveva paura di sfidare i poteri forti, consapevole del rischio che ciò comportava. Il titolo del libro, L'inchiesta spezzata, evoca proprio questo: un'indagine mai conclusa, fermata brutalmente con la sua morte.

La tesi di Zecchi è che l’omicidio di Pasolini sia stato un’esecuzione, una vendetta di quel “Potere” che aveva osato sfidare. Con uno stile rigoroso ma appassionato, l’autrice conduce il lettore in un labirinto di sospetti, rivelazioni e ipotesi, cercando di gettare luce su ciò che Pasolini non riuscì a portare alla luce da vivo. Questo saggio non è solo un’indagine sulla morte di un poeta, ma un viaggio nell’Italia degli anni Settanta, in cui la ricerca della verità poteva trasformarsi in una condanna a morte.

Un ritratto affascinante e inquietante del poeta come “testimone scomodo” di un’Italia segnata dal malaffare, dalle trame occulte e dagli intrecci inconfessabili tra Stato, Chiesa e potere economico. Zecchi analizza minuziosamente le ultime inchieste di Pasolini, soffermandosi in particolare sul suo romanzo incompiuto, Petrolio, che non era solo un’opera letteraria, ma un manifesto di denuncia, un codice in cui, tra le righe, si celavano verità troppo pericolose per essere dette apertamente.

L’autrice suggerisce che Pasolini avesse raccolto documenti esplosivi riguardanti scandali che coinvolgevano nomi illustri e che avesse l’intenzione di smascherare pubblicamente i giochi di potere legati a eventi come il tentato golpe Borghese, le stragi di Piazza Fontana e il controllo dei giacimenti petroliferi italiani. Questo lo avrebbe reso un bersaglio agli occhi di chi vedeva in lui una minaccia concreta. La Zecchi ci invita a vedere Pasolini non solo come un artista, ma come un investigatore mosso da un senso di giustizia quasi profetico, un uomo che aveva capito fin troppo bene la macchina corrotta su cui si reggeva il Paese.

La ricerca della Zecchi si basa su interviste, analisi di documenti d’archivio e un meticoloso studio delle opere pasoliniane, cercando di rispondere a una domanda essenziale: il poeta è stato ucciso per ciò che sapeva e stava per rivelare? La risposta, secondo l’autrice, è inquietante: l’omicidio di Pasolini non fu solo un delitto passionale, come fu spesso descritto, ma un messaggio. Un messaggio rivolto a tutti coloro che avessero tentato di svelare ciò che lui aveva scoperto.

L’inchiesta spezzata è quindi molto più di una biografia o di una semplice ricostruzione storica: è un viaggio nella mente di un uomo che ha sfidato il sistema, consapevole delle conseguenze, e che ha pagato con la vita per il suo desiderio di svelare la verità. Un libro che incita a riflettere sul coraggio e sulle tragiche conseguenze della lotta contro i segreti di Stato.

Zecchi compone una sorta di thriller politico, ricostruendo le indagini e le intuizioni che avevano condotto Pasolini a mettere in discussione i pilastri della società italiana. Pasolini, come un investigatore temerario e solitario, si era addentrato nei territori pericolosi della politica e dell’economia, dove si annidavano corruzione, complotti e manipolazioni. Zecchi suggerisce che il poeta si trovasse vicino a scoperte sconvolgenti: le collusioni tra potere economico e governo, le connivenze tra Stato e criminalità, e persino il coinvolgimento delle gerarchie ecclesiastiche in oscure manovre.

Il libro ci mostra un Pasolini diverso, un intellettuale che non si limitava all’analisi culturale e sociale, ma che sentiva di avere una missione quasi messianica di denuncia. Zecchi mette in luce come Pasolini avesse costruito una rete di indizi, approfondito fonti e collegato eventi che all’epoca sembravano scollegati tra loro, arrivando a intuire verità che andavano oltre la normale comprensione dei fatti. Con il suo Petrolio, stava cercando di raccontare il marcio nascosto sotto la superficie del boom economico, toccando temi scomodi come il monopolio dell’energia e i misteri che circondavano le multinazionali.

Zecchi esplora anche l’aspetto più umano e vulnerabile di Pasolini, dipingendo un uomo consapevole dei pericoli che correva, ma troppo appassionato e ostinato per fermarsi. L’autrice lascia intendere che la sua morte sia stata una tragica “punizione” per aver osato varcare confini proibiti, sfidando i poteri forti senza riserve. Questo libro ci restituisce l’immagine di un Pasolini non solo martire della verità, ma anche lucido analista di una società corrotta, che pagò con la vita la sua lotta contro l’ipocrisia e il silenzio.

L’inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini è un’indagine che, attraverso documenti inediti e rivelazioni scottanti, ci porta a riflettere sul potere delle parole e sulla vulnerabilità di chi osa sfidare il sistema. Un’opera che invita a riconsiderare la figura di Pasolini come profeta laico e voce fuori dal coro, condannato perché aveva visto troppo e, soprattutto, perché era pronto a raccontarlo al mondo.

In L’inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini, Simona Zecchi solleva il velo su uno dei lati più inquietanti e meno esplorati della vita di Pasolini: il suo ruolo di “indagatore del potere”, mosso da un’ossessione per la verità che andava ben oltre la sua produzione artistica. Zecchi dipinge Pasolini come un uomo che non si accontentava delle spiegazioni ufficiali, un intellettuale che voleva comprendere le cause profonde delle ingiustizie e delle trame occulte che caratterizzavano l’Italia degli anni Settanta.

Pasolini era affascinato e al contempo terrorizzato dai giochi di potere che vedeva intorno a sé, e Zecchi sostiene che la sua ricerca di verità lo abbia portato a scoprire dettagli pericolosi su scandali che coinvolgevano la politica, l’economia e persino il Vaticano. Il poeta sapeva di essere in pericolo; aveva intuito che ciò che stava scoprendo non avrebbe fatto piacere a chi deteneva il potere. Con Petrolio, il suo romanzo incompiuto, stava per lanciare un’accusa sottile ma letale contro quei potentati che controllavano il Paese nell’ombra.

L’autrice ci invita a vedere la morte di Pasolini non come un tragico incidente, ma come un atto di violenza calcolato per mettere a tacere una voce troppo pericolosa. Zecchi raccoglie testimonianze, articoli e documenti d’archivio per costruire un mosaico che lascia emergere l’immagine di un Pasolini consapevole dei rischi che correva ma incapace di fermarsi, perché era spinto da una sorta di “dovere morale” che gli imponeva di raccontare la verità, costi quel che costi.

L’inchiesta spezzata è molto più di un libro: è un invito a ripensare l’Italia di quegli anni, a riflettere sul potere destabilizzante della verità e sul coraggio di chi, come Pasolini, decide di non abbassare lo sguardo davanti alla corruzione e alla violenza del potere. Simona Zecchi ci consegna così un ritratto complesso e appassionato di Pasolini, non solo come artista, ma come un autentico “cercatore di verità”, disposto a sfidare il silenzio per dare voce all’indicibile.

l'Archivio Carla Lonzi


L'Archivio Carla Lonzi, conservato presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso di Roma, è una vera e propria miniera per chiunque desideri esplorare a fondo il pensiero e l'attività di una delle figure più rivoluzionarie e anticonformiste del femminismo italiano. Carla Lonzi, critica d'arte e teorica, fu co-fondatrice del collettivo Rivolta Femminile e una voce fondamentale negli anni '70, quando, stanca del mondo dell’arte, decise di abbandonarlo per dedicarsi completamente all’impegno politico e intellettuale femminista.

L'archivio raccoglie una serie di materiali molto preziosi: lettere, appunti, diari e scritti inediti, che offrono uno spaccato intimo e diretto del percorso di Lonzi. Attraverso queste carte, emerge la sua visione di un femminismo radicato nella soggettività e nella libertà individuale, come anche le sue riflessioni su temi come l'autodeterminazione e il rifiuto dei ruoli imposti.

Ciò che rende questo archivio unico è la sua natura schietta e non filtrata, in pieno stile Lonzi. Nei suoi diari, si scopre una voce che non ha paura di mettersi in discussione e che rifiuta le convenzioni, anche all'interno del movimento femminista stesso. È un archivio che non solo racconta la storia di una donna, ma ci interroga su come concepiamo la liberazione personale e collettiva.

Un'occasione imperdibile per chi vuole comprendere fino in fondo la forza radicale e visionaria di Carla Lonzi, lontana dagli stereotipi, e scoprirne la complessità in tutta la sua autenticità.

Oltre a lettere e diari, l’Archivio Carla Lonzi alla Fondazione Basso custodisce anche documenti che testimoniano il ruolo chiave di Lonzi nella critica d’arte italiana degli anni '60, prima della sua "separazione" dal mondo dell’arte ufficiale. Tra questi, i suoi celebri "dialoghi" con artisti come Pietro Consagra, Jannis Kounellis, Luciano Fabro e Pino Pascali, che hanno dato origine a Autoritratto (1969), un libro-anti-monografia che rifiuta ogni nozione tradizionale di critica per lasciare agli artisti stessi il compito di raccontarsi. Questo testo rappresenta un momento di rottura, non solo perché rinuncia a qualsiasi giudizio, ma perché scardina la gerarchia tra critico e artista, ponendoli su un piano di ascolto reciproco.

L’archivio contiene anche manoscritti e riflessioni su quella che Carla Lonzi chiamava la “differenza irriducibile” tra donne e uomini, anticipando temi poi centrali nel femminismo della differenza. È qui che Lonzi elabora l’idea del rifiuto della “complicità col patriarcato” che, secondo lei, si annidava anche nei gesti più comuni, persino nel linguaggio. Attraverso appunti sparsi, lettere e frammenti inediti, è possibile vedere come Lonzi abbia costruito una visione del femminismo che, a differenza di molte altre teorie, non cercava l’uguaglianza o l’assimilazione, ma un’identità femminile autentica, mai derivata dalla misura maschile.

Inoltre, tra i documenti vi sono materiali sul gruppo Rivolta Femminile, da lei fondato insieme a Carla Accardi e Elvira Banotti. Questi testi mostrano la radicalità del pensiero di Lonzi, che vedeva il femminismo come una vera e propria rivoluzione personale e collettiva, uno sforzo per ripensare ogni aspetto dell’esistenza e per sovvertire l’intera struttura sociale, non semplicemente un movimento di emancipazione.

L’Archivio Carla Lonzi, insomma, non è solo un deposito di carte, ma un luogo di incontri inattesi, dove il suo pensiero frammentato e profondo emerge a tratti esplosivo, a tratti intimo, e sempre denso di visioni che continuano a interrogare.

L'Archivio Carla Lonzi alla Fondazione Basso, in realtà, offre molto di più di una semplice raccolta di documenti storici: è un laboratorio di idee radicali, una testimonianza che ci parla della solitudine, dell’audacia e della lucidità di una donna che ha saputo attraversare e rifiutare i canoni imposti. Carla Lonzi, infatti, non ha mai cercato di essere "comoda" o "accettabile", nemmeno all'interno del femminismo stesso. Negli scritti conservati nell’archivio, emerge chiaramente il suo rifiuto della cooptazione in qualunque sistema, anche quello delle istituzioni culturali e politiche che, secondo lei, rischiavano sempre di fagocitare il dissenso.

Tra le gemme custodite vi sono le sue riflessioni su quello che lei definiva il “non-lavoro”: Lonzi sosteneva che l’emancipazione femminile non dovesse consistere nell’adattarsi alle strutture lavorative e produttive patriarcali, ma piuttosto nel trovare una forma autonoma di esistenza al di fuori di esse. Una visione tutt'oggi provocatoria, che anticipa temi di critica al lavoro e alla produttività come misure assolute della vita. In questo senso, Lonzi rifiutava l’idea della donna "realizzata" come conquista professionale, proponendo invece una visione esistenziale della realizzazione, incentrata sull’autenticità e sull'autodeterminazione.

Altri documenti sorprendenti riguardano la relazione epistolare con varie intellettuali europee e americane, come Simone de Beauvoir, con cui Lonzi discusse a lungo, pur mantenendo sempre una posizione originale e spesso critica rispetto a quel femminismo più universalista. Non mancano appunti su incontri e discussioni con figure internazionali dell’avanguardia e del pensiero radicale: testimonianze che raccontano di una rete intellettuale molto più ampia di quanto possa sembrare, dove Lonzi spiccava per la sua capacità di mettere in discussione i dogmi di ogni teoria.

In ultima analisi, l’archivio non è solo una testimonianza del passato ma un pungolo continuo per il presente, per chiunque voglia riscoprire un femminismo che non cerca il compromesso e che spinge a interrogarsi su cosa significhi davvero vivere senza compromessi, rifiutando qualsiasi facile integrazione. È un archivio vivo, capace di parlare ancora oggi a chiunque abbia il coraggio di accostarsi alle sue pagine e lasciarsi ispirare.

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Carla Lonzi è stata una figura rivoluzionaria e impavida, capace di ribaltare i tavoli (e le certezze) non solo nel mondo dell’arte, ma soprattutto nella cultura femminista italiana. Nata a Firenze nel 1931, Lonzi inizia come critica d’arte, con un percorso accademico che sembrava destinato alla carriera tradizionale, ma in cui non si riconosceva mai completamente. Ben presto, infatti, iniziò a sviluppare un metodo critico tutto suo, lontano da qualsiasi canone ufficiale.

Negli anni Sessanta, Lonzi si fece notare per il suo approccio ai dialoghi con gli artisti. Il libro Autoritratto (1969) è un esempio brillante di questo stile: piuttosto che costruire una monografia "dall’alto", Carla Lonzi lasciava che fossero gli stessi artisti – come Pietro Consagra, Pino Pascali, e Jannis Kounellis – a raccontarsi attraverso una serie di conversazioni spontanee, mettendo in discussione ogni gerarchia tra critico e artista. Ma questo approccio, così innovativo, non bastava a soddisfarla.

Verso la fine degli anni '60, Lonzi compie una svolta radicale: lascia la critica d'arte, abbandona quel mondo e sceglie un altro campo di battaglia, il femminismo. Insieme a Carla Accardi e Elvira Banotti, fonda nel 1970 il collettivo Rivolta Femminile, dando vita a un movimento che non cercava di integrarsi nel sistema patriarcale, ma di decostruirlo dall’interno, e spesso senza mezzi termini. Lonzi era convinta che le donne dovessero liberarsi da ogni forma di complicità col patriarcato, e il suo pamphlet Sputiamo su Hegel è ancora oggi un manifesto di critica alla filosofia maschile dominante, che secondo Lonzi aveva ignorato l'esperienza femminile, imponendo una visione distorta della realtà.

Il suo femminismo non cercava l’uguaglianza né l’assimilazione. Per Lonzi, la vera liberazione era nello scavare un percorso autonomo, lontano dai ruoli imposti e dall’idea stessa di produttività come valore assoluto. Il suo rifiuto del “lavoro produttivo” era una posizione radicale, che anticipava alcune delle riflessioni contemporanee sul valore dell’autodeterminazione. Lonzi, in pratica, proponeva alle donne un cammino di autentica consapevolezza, libero dai vincoli di una società patriarcale e capitalista, che lei considerava soffocante per la creatività e la realizzazione personale.

Carla Lonzi muore nel 1982, lasciando dietro di sé non solo i suoi scritti, ma un’eredità di pensiero capace di scuotere ancora oggi chiunque si avvicini alla sua opera. La sua critica alla filosofia occidentale, il suo modo di vedere il femminismo come rivoluzione della quotidianità e il suo invito alle donne a non cercare accettazione ma autodefinizione, rimangono idee potenti, provocatorie e necessarie.

Carla Lonzi era molto più di una critica d’arte o una teorica femminista: era un’intellettuale che ha incarnato l'idea di dissenso come atto creativo. Ciò che la distingue è il modo in cui ha saputo usare il proprio percorso personale come laboratorio per interrogarsi e ribellarsi. La sua autobiografia, per esempio, è disseminata di diari e appunti frammentati, dove emerge il suo incessante lavoro su di sé, quasi fosse lei stessa il soggetto di una continua sperimentazione.

Un tratto unico della sua personalità era l'insofferenza verso le etichette, persino quelle che avrebbero potuto darle riconoscimento. Anche all’interno del femminismo, Lonzi non era disposta a scendere a compromessi o a smussare le sue posizioni. Il suo rapporto con le altre femministe era spesso conflittuale, poiché lei metteva in discussione non solo le strutture patriarcali, ma anche la tendenza di alcuni gruppi a trasformarsi in nuove istituzioni. Per Lonzi, qualsiasi istituzione rischiava di tradire la libertà individuale, e così cercava costantemente di mantenere vivo il dialogo con sé stessa e con le altre, senza mai farlo diventare dogma.

Interessante è il suo concetto di “relazione”: Carla Lonzi vedeva nelle relazioni tra donne una possibilità di crescita e comprensione reciproca, diversa dalle relazioni gerarchiche che caratterizzavano i rapporti nella società patriarcale. Questi legami, per lei, dovevano essere liberi, non funzionali a obiettivi sociali o produttivi. Questo tipo di visione la porta a elaborare un’idea di soggettività profondamente innovativa: Lonzi considerava l’individualità femminile come un mondo complesso e irriducibile, non misurabile secondo parametri esterni. Per lei, essere donna significava esplorare questa “differenza irriducibile” e riconoscerla come fonte di forza e autenticità.

Il suo pensiero, insomma, va oltre le singole battaglie sociali o politiche: Carla Lonzi ha tracciato un cammino esistenziale che chiama le donne (e chiunque si confronti con il proprio “essere altro”) a cercare se stesse non nell’approvazione, ma nella scoperta, anche dolorosa, della propria alterità. La sua eredità non si esaurisce, perché ci invita a ripensare il nostro modo di stare al mondo, senza farsi limitare da definizioni precostituite.

Ancora oggi, Carla Lonzi è una presenza che continua a stimolare e, spesso, a destabilizzare. Non è una “madre” del femminismo rassicurante: è una figura che sfida, che invita a rompere ogni gabbia e che, in definitiva, ci parla della potenza di una libertà scomoda e per questo autentica.

Carla Lonzi rappresenta una delle voci più singolari e irriducibili non solo del femminismo italiano, ma della cultura europea del Novecento. La sua capacità di distaccarsi da ogni compromesso e la sua critica radicale ai sistemi di potere la collocano tra quelle pensatrici capaci di anticipare il futuro. Non solo ha contestato la struttura patriarcale della società e della cultura, ma ha anche scardinato il ruolo che la donna aveva interiorizzato in essa, arrivando a esplorare una dimensione interiore e collettiva che fosse al di là delle regole imposte.

Un aspetto chiave del suo pensiero è stato il rifiuto del mito della parità che, secondo Lonzi, rischiava di mascherare la profondità delle differenze tra i sessi e di forzare le donne a una semplice imitazione dei modelli maschili. Nella sua visione, la parità non era una vera liberazione, poiché metteva la donna in una posizione subordinata anche nel desiderio di uguagliarsi. Con il suo celebre manifesto Sputiamo su Hegel, Lonzi propose una rottura netta con questa visione: per lei, l’obiettivo doveva essere l’autonomia delle donne, non una forma di equiparazione su parametri definiti da uomini. La donna, nel suo pensiero, doveva creare un linguaggio, un’identità, e una soggettività proprie, non derivate da un confronto con il modello maschile.

Questo pensiero emerge anche nel suo lavoro di critica al concetto stesso di lavoro produttivo. Lonzi era profondamente critica nei confronti di una società in cui il valore dell’individuo era determinato dal lavoro e dalla produttività. Sosteneva che le donne non dovessero cercare di realizzarsi esclusivamente attraverso il lavoro retribuito, poiché questo significava accettare logiche patriarcali e capitaliste. Lonzi proponeva una visione alternativa della “realizzazione”, centrata su una vita autentica, non vincolata alla produttività. Questo suo rifiuto di adattarsi alla società del lavoro, che ancora oggi risuona come una provocazione radicale, la colloca tra i pochi pensatori che hanno osato mettere in discussione il sistema economico alla radice.

È anche fondamentale ricordare il suo ruolo di costruttrice di comunità. Il gruppo Rivolta Femminile, nato dal suo pensiero, fu uno dei primi in Italia a proporre la pratica dell’autocoscienza, una tecnica di riflessione collettiva in cui le donne, condividendo le proprie esperienze, scoprivano che il personale era politico. L’autocoscienza, per Lonzi, era una via di fuga dalla solitudine che spesso accompagnava la donna nella società patriarcale: era un modo per creare una rete di solidarietà femminile, in cui si potevano sviluppare identità nuove e libere.

Carla Lonzi è, in ultima analisi, una figura che sfida a rileggere il femminismo come una forma di rivolta continua, un percorso che va ben oltre le rivendicazioni sociali e diventa una pratica di libertà quotidiana, un viaggio verso una vita vissuta fuori dagli schemi, con un impegno radicale per l'autenticità e la libertà individuale.



sabato 2 novembre 2024

incombeva su di noi un'amarezza


Incombeva su di noi un’amarezza fatta di ferro e ruggine, come il silenzio di giostre abbandonate che una volta pulsavano di vita. Quanta ingenuità c’era nel nostro amore giovanile, quel genio sfrontato e inconsapevole, immune dalla visione della falce in agguato. Era come se la morte stessa non fosse ancora stata inventata.

E così, ci gettavamo dal culmine dell’ardore, precipitando nell’istante colmo di follia, quasi che il volo potesse redimerci e la caduta bastasse a completare il senso. La vita stessa si rivelava carnefice, già avvolta nell’ombra di una morte che si annida in ogni nascita, una lama pronta a sferzare.

Nel tuo sguardo, una scossa tellurica: uno strappo che scuoteva i pilastri dell’anima. E lì eravamo, come fontane barocche che vomitavano emozioni, simboli, e quelle parole sgorgavano irrefrenabili, gocce di marmi e ori in tumulto. Al futuro nemmeno osavamo volgere lo sguardo, tanto era denso di fosche presenze, come un presagio che s’agita nel crepuscolo. Eppure, forse proprio in quella penombra, ogni istante si accendeva, come fiamma fatua, intensa e vorace, consumandoci nella luce di un tempo già perduto.

venerdì 1 novembre 2024

io so


Io so. Io so che su quella spiaggia, nell’oscurità di un’Idroscalo che sembrava digerirmi nei suoi strati di sabbia e buio, avrei trovato la mia sorte. C’era qualcosa di insopportabilmente inevitabile in quella sera di novembre, un odore d’asfalto bruciato e salsedine che impastava la paura con la voglia, che mescolava la disperazione con il sangue.

Io so che chiudo gli occhi, eppure vedo tutto. È come un brutto film che ho già scritto, montato, proiettato in anticipo nella mia mente. Le ombre delle palazzine, il rumore del motore che mi rimbomba nel petto, e poi lui, il ragazzo che mi guarda e non mi guarda davvero, il ragazzo che si è perso, o che forse non si è mai trovato.

Non è uno scatto d’ira il suo. È il ritmo strisciante della violenza. È la rabbia sedimentata, quella dei corpi umiliati, degli sguardi respinti, dei gesti ridotti a nulla. Io so che non è più una sola persona, ma una folla silenziosa, un coro che vuole il suo sacrificio. Perché io li rappresento tutti, i diseredati, gli espulsi, i disprezzati. Sono diventato troppo grande, troppo difficile, troppo libero.

Mi si scaglia addosso e il dolore non è solo fisico, ma si distende come un manto, una coperta di calci e pugni e parole crude. Quasi lo accolgo, questo dolore. È familiare, mi accarezza con la stessa brutalità con cui ho cercato di raccontare la verità. La sabbia si infila nella bocca, e la bocca tace, tace finalmente.

Io so. So che questo non è un crimine di un ragazzo solo. È una storia più grande di lui, più grande di me. È una di quelle storie che si scrivono col sangue, con la polvere, con le vite che si perdono e che gridano per anni.

Io so che il mio corpo sarà trovato lì, abbandonato come un sacco svuotato, spezzato e schernito. Chiuderanno la mia bocca con l’indifferenza, con il fango, con quella retorica del vizio e del peccato che hanno sempre usato per punire chi osa guardare oltre la superficie. Non ci sarà compassione per me, ma solo il giudizio della cronaca e il ghigno soddisfatto di chi aspetta da tempo questo momento.

Eppure, anche qui, nell’umiliazione e nel furore cieco che mi travolge, io so. So che la morte non spegnerà la mia voce, che i miei versi continueranno a insinuarsi come lame, che le mie parole sopravviveranno a questa carne frantumata e si infileranno come chiodi nei cervelli di chi voleva zittirmi. So che ogni parola che ho scritto, ogni film, ogni articolo, continueranno a rimestare quel fango che loro, i miei carnefici – quelli veri, quelli che tirano i fili nell’ombra – avrebbero voluto restasse immobile e compatto.

Io so che mi è toccato morire per essere ascoltato, per dare peso a quelle denunce che l’Italia si è affrettata a ignorare. Io so che è il destino di chi osa denunciare la verità senza vergogna, senza maschere, senza ipocrisie. Essere presi di mira, essere relegati al ruolo di capro espiatorio, diventare simbolo di un male che non ci appartiene, ma che ci viene cucito addosso per rassicurare le coscienze altrui.

So anche che, dopotutto, era scritto. Ogni parola che ho detto, ogni passo compiuto sul filo sottile che separa il mondo dei vivi da quello dei morti, mi ha portato qui. Non potevo sottrarmi a questo epilogo, non io. C’è una sorta di strana, crudele poesia anche in questo massacro, come se la mia vita stessa fosse un copione, una tragedia greca destinata a finire su questa sabbia sporca di Ostia.

E in fondo, anche adesso, io li sfido. Li sfido ad ammazzarmi veramente, a distruggere ogni mia parola, a cancellare ogni traccia del mio passaggio. Perché io so che non ci riusciranno. So che da questa morte nascerà qualcos’altro, un fuoco che non potranno soffocare, una memoria che brucerà oltre i titoli di giornale e i processi farsa. So che, anche se in questo istante il dolore sembra l’unica cosa che esista, non è la fine.

E quando finalmente il buio si chiuderà attorno a me, quando la sabbia mi ricoprirà, io saprò che questa non è una resa, ma un grido che si espande, si allarga, fino a diventare eco, memoria, mito.

Io so, e so anche che ci sono troppi sguardi puntati altrove, troppi silenzi che suonano come assensi. Io so che questo non è solo un ragazzo che ha perso la testa, non è solo il gesto sconsiderato di chi cerca di uccidere un desiderio che non comprende. C’è un veleno più profondo, uno schema che si disegna oltre la mia carne, che va oltre il braccio che colpisce e lascia lividi, oltre il sangue che scorre e si mescola alla polvere.

Il dubbio si insinua. E se quel ragazzo fosse solo uno strumento, il burattino di un disegno più grande? Se qualcuno avesse deciso che la mia voce doveva spegnersi, che il mio sguardo troppo penetrante, le mie parole troppo taglienti, andavano soffocati per sempre? Ho osato scoprire il volto di un’Italia che ama fingersi innocente, l’ho raccontata per quella che è, un’Italia che si sporca le mani ma sa lavarsele in pubblico.

Io so che ho alzato un dito, puntandolo verso i mandanti invisibili, quelli che nessuno osa nominare, quelli che si muovono silenziosi nei corridoi del potere. So che la mia poesia è diventata troppo scomoda, che le mie denunce sono coltelli piantati nel petto di un’ipocrisia collettiva che vuole dormire tranquilla. So che le accuse che ho fatto, i nomi che ho pronunciato, sono diventati una minaccia. Una minaccia reale, insopportabile, a cui hanno deciso di mettere fine.

E se fossero stati proprio loro a decidere che non dovevo tornare vivo da quell’incontro? Se quell’Idroscalo non fosse un caso, ma un appuntamento programmato? So che il potere ama travestirsi da fatalità, da incidente, da errore giovanile. È maestro nel trasformare ogni morte in un gioco di specchi, nel creare storie di vittime e carnefici dove la verità è sempre nascosta, sempre manipolata.

Io so che, una volta steso lì, sulla sabbia, diventerò una storia da manipolare, un caso da archiviare, un’ombra che si dissolve nel buio. So che, se anche venissero a cercare la verità, troverebbero solo labirinti, inganni, testimoni che cambiano versione, indizi che svaniscono. È il gioco del potere, e io lo conosco, l’ho visto troppe volte, l’ho raccontato troppo bene.

Il mio corpo sulla sabbia è un monito, una parola non detta. Ma io so che resterà il dubbio, resterà la mia voce, e questa voce continuerà a insistere, come una domanda che si rifiuta di morire: chi ha deciso che Pasolini doveva morire?

Io so che la verità non ama essere svelata, che ci sono verità che il mondo non è pronto a guardare in faccia. Lo so perché l’ho visto, l’ho scritto, l’ho gridato, e ho pagato il prezzo di ogni mia parola. Ma so anche che questa verità è testarda, si nasconde, si rintana, ma non si lascia cancellare. Rimane nei gesti di chi è stato messo a tacere, negli occhi di chi ha visto e non ha mai parlato, nella memoria di chi, anche se per paura non può testimoniare, sa.

So che da domani qualcuno, forse, alzerà gli occhi, sfoglierà le mie pagine e si chiederà cosa c’è dietro. Chi aveva interesse a vedermi scomparire? A chi giova la mia morte, con quel grottesco sipario che hanno alzato attorno al mio corpo sulla sabbia, quel tentativo goffo e feroce di farmi apparire come l’ennesimo poeta maledetto, schiacciato dai suoi stessi vizi?

So che i poteri, quelli veri, quelli che si muovono nell’ombra, amano far sembrare tutto un caso, un errore, un eccesso di vita che si risolve nel buio. È facile, è comodo: è il metodo infallibile per cancellare chi dà fastidio, chi si è permesso di sollevare il velo su quella rete invisibile di connivenze, su quei legami segreti che uniscono istituzioni e crimine, giustizia e violenza.

Ma io sono qui, in questa notte che odora di sangue e umido, e so. So che non possono davvero cancellarmi. Possono farmi sparire, certo, ridurmi a una colonna di giornale o a un pezzo di cronaca nera. Possono anche trasformarmi in un mito scomodo, una figura da manipolare, da strappare, da ricostruire a loro piacimento. Ma non possono soffocare quel sospetto che crescerà, come una scheggia infilata sotto la pelle della coscienza collettiva.

Perché la mia morte, come la mia vita, resta qui a tormentare, a interrogare, a chiedere spiegazioni. Chi ha ordinato questo massacro? Chi ha permesso che tutto si svolgesse sotto una coperta di silenzio e di menzogna? Chi si è assicurato che questa fosse la mia ultima scena?

Io so che la risposta non verrà da tribunali o investigazioni, perché sono troppo abituati a nascondere la verità con le carte bollate, le archiviazioni, le parole vuote. Ma quella verità esiste, e anche se io non potrò raccontarla, so che qualcuno continuerà a cercarla. Perché la mia fine non è solo la fine di un uomo: è un punto di domanda lasciato lì, tra la sabbia e il mare, in attesa che qualcuno lo raccolga.

Io so che il tempo non farà altro che gonfiare questo dubbio, che il mio corpo, martoriato e infangato, diventerà un simbolo, una ferita aperta che nessuno potrà più ignorare. So che hanno tentato di farmi sparire, di ridurmi a un nome da ricordare distrattamente, un caso chiuso e archiviato, come si fa con le pagine che non servono più, con i file scomodi da cancellare.

Ma io sono ancora qui, e non soltanto nel ricordo di chi mi ha amato, ma anche nella rabbia di chi ha capito che dietro questa morte non c’è solo un corpo straziato, ma un’intera struttura, un gioco oscuro di poteri e di interessi, un sistema che non tollera chi si ribella, chi osa scrutare nell’abisso. So che la mia fine rivelerà ciò che molti, nel profondo, hanno sempre saputo: che l’Italia non è solo quel ritratto sereno, quell’immagine da cartolina che vendiamo al mondo.

Io so che c’è un volto nascosto, un volto che io ho provato a portare alla luce con le mie parole, nei miei film, nei miei versi. Un’Italia corrotta, marcia dentro, in cui giustizia e inganno si intrecciano, e in cui l’innocente viene schiacciato e il colpevole premiato. Io so che questa Italia non tollera i suoi figli ribelli, quelli che la svergognano, che rivelano il marciume dietro i sorrisi. Non tollera chi osa dire che la sua purezza è una farsa, che il suo decoro è solo una maschera per nascondere il potere sporco che si muove dietro le quinte.

E io so che, alla fine, questo è stato il mio crimine più grande: non aver taciuto. Ho detto troppo, ho visto troppo, e qualcuno, da qualche parte, ha deciso che questo non era accettabile, che bisognava fermarmi prima che le mie parole arrivassero ancora più lontano, scavando ancora più a fondo.

Ma so che la mia voce, anche adesso, si espande, risuona in chi saprà raccogliere questa eredità, in chi non si accontenterà della versione ufficiale, in chi continuerà a chiedersi perché, a chi serviva la mia morte, a chi dava fastidio che io fossi ancora qui, vivo e capace di raccontare l’Italia per quella che è, e non per quella che finge di essere.

Perché io so. So che qualcuno ha deciso di trasformare la mia vita in leggenda, ma anche di soffocare le mie parole con il silenzio della morte. Eppure so che, anche da questo silenzio, anche da questa sabbia impregnata di sangue, il mio grido non smetterà di farsi sentire, e che continuerà, come un eco che cresce e cresce, a insinuarsi nelle coscienze, a risvegliare la memoria, a pretendere la verità.

Io so che questa verità, benché nascosta, tornerà a farsi strada come l’erba sotto l’asfalto, con la forza che hanno solo le cose sepolte ma non dimenticate. Perché non si può zittire ciò che è stato scritto con il sangue, e ogni frammento di questa notte infame, ogni colpo inferto, ogni pugno, ogni insulto, sono ormai un racconto inciso a fuoco, una testimonianza che nessun potere potrà davvero cancellare.

Io so che c’è chi tenterà di ridurmi a un simbolo scomodo, a un caso di cronaca da archiviare, a una macchia che infanga la storia solo quanto basta per lasciarla lì, in un angolo, a prendere polvere. So che ci proveranno, che tenteranno di riscrivere la mia esistenza e la mia fine, di reinterpretare ogni gesto, ogni parola, per adattarla a un disegno innocuo, per piegarla alla loro narrativa. Ma io ho vissuto senza compromessi, senza scendere a patti, e anche la mia morte resta così: inaccettabile, intollerabile, un urlo che rifiuta di spegnersi.

E io so che questa resistenza, questa mia ultima ribellione, sarà il seme di qualcosa di più grande. Perché ogni volta che si proverà a parlare di me come di un poeta maledetto, di un artista finito per mano del suo stesso desiderio, ci sarà sempre qualcuno che alzerà la voce, che chiederà a gran voce di guardare oltre, di non accettare le versioni facili, di chiedersi chi ha veramente tratto vantaggio da questa morte.

Io so che la mia fine lascerà un vuoto, ma so anche che quel vuoto sarà riempito dal sospetto, dalla domanda che nessuno potrà ignorare: perché è morto Pasolini? Perché un uomo che ha osato dire la verità, che ha mostrato il volto più brutale e oscuro di questa nazione, è stato brutalmente eliminato? Quale Italia ha paura della sua stessa verità? E chi si è sporcato le mani per proteggere questo segreto?

Io so che queste domande cresceranno, che il mio volto sarà ricordato non solo per la bellezza della mia poesia, ma per il coraggio di chi ha osato sfidare il potere. E anche se loro, quei mandanti senza volto, resteranno forse per sempre nell’ombra, anche se i nomi non verranno pronunciati, anche se il mio caso resterà avvolto nella nebbia del mistero, io so che la mia morte non sarà mai solo un fatto chiuso. Sarà il peso che continuerà a gravare sulla coscienza di questo Paese, l’accusa silenziosa che nessuno potrà ignorare.

Perché io so che i miei versi, i miei film, le mie denunce, non moriranno con me. Rimarranno qui, come spine, come fiamme, come verità ineludibili che tormentano chiunque tenti di dimenticare. So che anche da questa sabbia insanguinata, da questo corpo ferito e umiliato, qualcosa continuerà a risplendere, a bruciare, ad ardere. E finché quel fuoco resterà acceso, nessuno potrà davvero zittire ciò che io ho svelato.

Io so che non sono morto davvero, non come avrebbero voluto loro. So che, alla fine, il potere ha ottenuto solo un corpo. Un corpo spezzato e gettato lì, sul cemento e sulla sabbia, e niente più. Ma non mi hanno preso l’anima, non hanno afferrato la mia voce, non sono riusciti a fermare quel grido che continua a echeggiare, che si allarga come un’onda sulla superficie del mare.

Perché da quel momento, da quel terribile 2 novembre 1975, la mia voce ha preso un’altra forma, una forma che nessuna mano violenta, nessuna menzogna di stato, nessuna indagine chiusa in fretta potrà mai cancellare. È la voce di un’Italia che si riconosce nella lotta, di chi si ribella al silenzio imposto, di chi sente ancora addosso il peso di una verità nascosta, una verità che non ha mai smesso di chiedere giustizia.

Io so che ora il mio spirito vive nei passi di chi si ostina a cercare, di chi, sfidando la paura e la convenienza, non smette di domandare, di chiedersi cosa è successo davvero quella notte all’Idroscalo. So che ogni volta che si parla di quel luogo, di quella morte violenta, si solleva un polverone di accuse e di versioni contrastanti, un intreccio di sussurri e di rimozioni. Ma io so che non potranno nascondere per sempre la mia verità. Ogni volta che qualcuno si ferma, ogni volta che un giovane legge i miei versi o guarda i miei film, ogni volta che il mio nome viene pronunciato, è come se fossi ancora qui, ancora vivo, ancora presente.

Perché io so che, alla fine, il tempo lavora per me. Che il tempo logora le bugie, scava nei muri di menzogne che mi hanno eretto attorno. Io so che la mia morte, per quanto crudele, non è riuscita a ottenere il silenzio, ma al contrario ha creato una ferita nella coscienza di questa nazione. Una ferita che sanguina ancora, che brucia, che non vuole chiudersi.

E così resterà, come una verità che nessuno potrà uccidere, come una domanda che nemmeno gli anni potranno soffocare: chi ha voluto la morte di Pier Paolo Pasolini?

Io so. Io sono morto il 2 novembre 1975.


Ricordo di Jole de Sanna (Martina Franca, 29 Novembre 1947 – Massafra, 25 Giugno 2004) figura luminosa della critica d'arte militante contemporanea


Nel mondo dell’arte, Jole De Sanna era un’entità luminosa e impalpabile, quasi un soffio di vento misterioso che, con un sorriso dolce e sognante, sussurrava i segreti nascosti nei materiali e nelle forme. Non era una storica dell’arte comune, lei. Quando appariva, con quella chioma color ruggine che sembrava risplendere al sole, non c'era bisogno di chiedersi chi fosse: De Sanna brillava, ma senza clamore. Preferiva scivolare tra le righe, lasciare tracce silenziose e dense, quasi come un enigma che pochi potevano risolvere.

Il suo debutto, nel 1976, avvenne come un piccolo miracolo al Museo di Verbania, con la mostra Apatico. Lì, mescolava con abile sfrontatezza i pensieri dei grandi maestri e le voci degli artisti contemporanei, creando un’opera che si dispiegava tra passato e presente, tra Bernini e Brancusi, tra Canova e Fontana, come un ponte tra epoche lontane ma stranamente vicine. Una summa, sì, ma viva, vibrante, e così fuori dagli schemi da sembrare una danza di parole e sculture che solo lei poteva orchestrare.

Era innamorata delle parole degli artisti. Per lei, ogni scritto era una finestra sul cuore dell’arte, e non sorprende che abbia curato con dedizione maniacale i testi su Medardo Rosso e Lucio Fontana, pubblicati da Mursia negli anni ‘80 e ‘90. Ciascuno di quei libri era per lei una piccola consacrazione, un atto d'amore verso i creatori che venerava in silenzio.

Ma Jole De Sanna non amava gli applausi. Era lì, nella penombra, pronta a dare senza chiedere, a sostenere gli altri senza mai comparire in prima linea. La Casa degli Artisti a Milano, fondata con gli amici artisti, non era solo uno spazio: era il suo tempio segreto, un luogo dove l’arte poteva respirare libera, lontana dagli sguardi impazienti del mercato.

E in questa sua dedizione totale, talvolta quasi mistica, capitava di incrociarla con lo sguardo acceso, gli occhi luccicanti di eccitazione per una scoperta appena fatta. Aveva un’innocenza quasi divina, un entusiasmo da bambina che la rendeva ancora più amata da chi la incontrava. Perché Jole era lì, ma sempre anche “altrove,” in un mondo tutto suo, tra i suoi fantasmi e le sue ispirazioni, tra Clorinda e Ariel.

Negli ultimi anni si era immersa di nuovo negli scritti di De Chirico, trovando nuovi echi e suggestioni da donare al mondo, anche se quasi nessuno sembrava accorgersene. Ora, però, un vuoto si sente, e stride: nessuno, all’Accademia di Belle Arti di Milano, si è mai fermato per ricordarla. Forse era davvero troppo invisibile, troppo pura, per un mondo che applaude solo i più rumorosi.

Jole de Sanna era una di quelle rare figure capaci di plasmare il mondo dell'arte non solo attraverso le sue parole, ma anche con l'acutezza del suo sguardo e l'eleganza della sua mente. Critica d'arte raffinata, profonda conoscitrice di storie artistiche spesso nascoste o poco battute, Jole aveva la rara abilità di leggere le opere d’arte come chiari testi di un tempo passato e, al contempo, come vivide visioni del futuro. Non era una semplice interprete, ma un'architetta dell'immaginazione che sapeva costruire ponti tra il visibile e l’invisibile.

La sua voce non era mai quella altisonante del dogma, ma piuttosto un sussurro intimo e illuminante, quasi fosse una compagna di viaggio dell’artista, seduta lì accanto a raccontarne l’opera, non come spettatrice, ma come una confidente. Jole era capace di farci amare le opere per ciò che erano e per ciò che significavano, senza mai imporre una lettura definitiva, ma aprendo invece porte a riflessioni e interpretazioni infinite.

Nel panorama dell'arte, era una figura autorevole, sì, ma anche incredibilmente accessibile, amata da studenti, artisti, e curatori per la sua umanità e la passione contagiosa. Il suo ricordo è quello di una donna che credeva profondamente nella cultura come esperienza da condividere, capace di lasciare un segno indelebile non solo sulle pagine che scriveva, ma nei cuori di chi ha avuto il privilegio di conoscerla.

Era un’intellettuale dall’intuito raffinato, capace di muoversi tra le pieghe dell'arte con la sensibilità di chi sente una profonda empatia per ogni gesto creativo. Il suo approccio non si limitava alla critica tradizionale; ogni sua parola sembrava portare un senso di scoperta e riscoperta, capace di offrire nuovi significati e prospettive inaspettate sulle opere e sugli artisti.

Dagli anni Ottanta, Jole è stata una voce unica nel panorama italiano, lavorando con l'Arte Povera e, più tardi, collaborando a stretto contatto con l'Archivio Lucio Fontana, contribuendo alla catalogazione delle opere dell'artista. Per lei, Fontana non era solo l’autore degli iconici "tagli", ma un poeta dello spazio, un visionario capace di aprire "ferite" di luce nel tessuto della realtà. Questo tipo di visione, intensa e personale, rendeva le sue letture non solo affascinanti, ma anche necessarie per chi volesse addentrarsi davvero nella poetica degli artisti che studiava.

Insegnare per lei non era solo trasferire conoscenze, ma creare uno spazio di dialogo, in cui si rifletteva insieme sugli enigmi dell’arte. Riusciva a trasmettere una passione viscerale, quella che trasformava le sue lezioni in viaggi emotivi attraverso secoli di creatività, come se ogni artista, da Caravaggio a Fontana, le confidasse segreti da condividere solo con chi sapesse ascoltare davvero.

Il suo ricordo è una presenza, un'eco che risuona ancora oggi tra le pagine dei suoi scritti, nelle conversazioni degli allievi e dei colleghi, e in quelle rare intuizioni che ci fanno riscoprire un’opera con occhi nuovi. È questa l'eredità di Jole: una mente innamorata dell'arte, e un cuore che batteva al ritmo della scoperta.

Con la sua vasta produzione critica, ha lasciato contributi essenziali all'interpretazione dell'arte contemporanea e moderna, specialmente in ambito italiano. Ecco alcuni dei suoi volumi principali e il loro impatto nel panorama artistico:

1. "Lucio Fontana: Catalogo Generale delle Sculture, Dipinti, Ambientazioni" – Questo catalogo è uno dei lavori più importanti di de Sanna. Curato in collaborazione con l'Archivio Lucio Fontana, il volume raccoglie un’esaustiva documentazione delle opere dell’artista, fornendo non solo una guida visiva e tecnica, ma anche un’analisi profonda del linguaggio artistico di Fontana. Jole interpretava i "tagli" come esplorazioni dello spazio e della luce, offrendo una lettura poetica delle sue opere, che per lei rappresentavano ferite aperte nel tessuto della realtà.


2. "Lucio Fontana e il Terzo Concetto dello Spazio" – Qui, Jole approfondisce il significato concettuale dello "spazio" in Fontana, ponendo l'accento su come l’artista abbia scardinato le convenzioni della pittura e della scultura tradizionale. Il libro è denso di interpretazioni filosofiche e riflessioni sul rapporto tra vuoto e materia, e viene considerato un testo di riferimento per chiunque studi l’evoluzione dell’arte spazialista.


3. "Piero Manzoni. Vita d’artista" – In questo volume, de Sanna si concentra su Manzoni, tracciandone un ritratto non solo come artista, ma come figura rivoluzionaria. Jole esplora il legame tra vita e arte, analizzando opere come la celebre "Merda d’artista" e i "Corpi d’aria" con un'ottica che va oltre il gesto provocatorio. Ne emerge un Manzoni intimo e complesso, impegnato in un dialogo incessante con la società e con il proprio tempo.


4. Saggi e contributi in cataloghi e riviste – Jole de Sanna era anche una prolifica autrice di saggi pubblicati in cataloghi d’arte e riviste specializzate. Scrisse su artisti come Alighiero Boetti, Michelangelo Pistoletto e Alberto Burri, trattando temi dall'Arte Povera alla riflessione concettuale sull’arte come processo. Ogni saggio era un’immersione nella poetica dell’artista, caratterizzato dalla sua prosa vibrante e accurata.

Il suo lavoro è fondamentale perché unisce rigore accademico e sensibilità poetica, rendendo accessibili tematiche complesse anche a chi si approccia per la prima volta all’arte contemporanea. La sua bibliografia continua a essere una risorsa preziosa, non solo per studiosi, ma per chiunque desideri avvicinarsi con profondità all’arte italiana del Novecento.

Ha curato diversi volumi che rispecchiano il suo profondo interesse per l’arte contemporanea e per la ricerca di nuovi linguaggi espressivi. Ecco alcuni dei volumi da lei curati, che mettono in luce il suo contributo come curatrice e studiosa:

1. "Aldo Mondino. Catalogo generale" – Questo catalogo rappresenta uno studio completo sull’opera di Aldo Mondino, noto per la sua ironia e per l’uso innovativo di materiali. Jole esplora il percorso eclettico dell’artista, il suo approccio trasgressivo ai canoni dell’arte e la sua capacità di mescolare culture diverse, dalla tradizione italiana a influenze orientali e africane. La cura di de Sanna permette di cogliere il senso giocoso e sperimentale delle sue opere, rendendolo un volume essenziale per chi studia l’artista.


2. "Luce e ombra. Arte in Italia 1960-1985" – In questo volume collettivo, Jole de Sanna ha curato la sezione dedicata all’Arte Povera, un movimento che ha esplorato con grande dedizione. Il libro analizza l’evoluzione dell’arte italiana nel periodo post-bellico, concentrandosi sulla relazione tra materiali semplici e la capacità di trasmettere significati profondi. De Sanna inserisce l’Arte Povera in un contesto più ampio, ponendola in dialogo con altri movimenti artistici e fornendo un’interpretazione delle opere che sottolinea la loro poetica essenziale.


3. "Giulio Paolini. Catalogo ragionato delle opere" – La cura di questo catalogo ragionato conferma la capacità di de Sanna di valorizzare artisti concettuali. Paolini, noto per la riflessione sulla natura dell’arte e del processo creativo, viene interpretato da Jole come un artista-filosofico, che mette in scena l’arte come autocoscienza e riflesso del pensiero. Il catalogo raccoglie una ricca documentazione delle opere, accompagnata dalle analisi lucide e profonde di de Sanna, che aiutano a cogliere la delicatezza delle riflessioni di Paolini.


4. "Arte Italiana. Presenze 1900-1945" – Questo volume esplora le radici dell'arte moderna in Italia, con contributi su artisti che hanno segnato il primo Novecento, come Giorgio de Chirico, Carlo Carrà e Mario Sironi. De Sanna si occupa di vari capitoli dedicati ai movimenti d’avanguardia e al loro impatto sulla società italiana, offrendo uno sguardo che va oltre la semplice catalogazione per entrare nei contesti storici e culturali che li hanno generati. Le sue analisi si soffermano sul modo in cui questi artisti hanno elaborato nuovi linguaggi per rappresentare le tensioni della modernità.

Ogni volume curato da Jole de Sanna riflette il suo impegno a documentare e interpretare l’arte in modo rigoroso ma coinvolgente, rendendo accessibili percorsi creativi complessi. La sua opera di curatrice non è solo un supporto alla conoscenza dell’arte, ma una guida che apre nuovi orizzonti, rendendo questi libri strumenti preziosi per studiosi, studenti e amanti dell’arte.

Ecco alcune informazioni sui volumi curati da Jole de Sanna su Medardo Rosso, Luciano Fabro e Hidetoshi Nagasawa, oltre a qualche nota sulla Casa degli Artisti di Milano.

Volumi su Medardo Rosso, Luciano Fabro e Hidetoshi Nagasawa

1. Medardo Rosso – Jole de Sanna ha dedicato numerosi studi a Medardo Rosso, scultore che ha rivoluzionato la rappresentazione della figura umana e della luce. Nei volumi da lei curati, de Sanna ha esplorato la ricerca di Rosso sull’impressione fugace e sulla dissoluzione della forma. Medardo Rosso è stato tra i primi artisti a capire che la scultura poteva "catturare" non solo il soggetto, ma anche l’atmosfera intorno. Jole ha interpretato il lavoro di Rosso come un ponte tra l’impressionismo e l’arte moderna, soffermandosi sui suoi bronzi e cere, con un'attenzione particolare per l’effetto “materico” della luce.


2. Luciano Fabro – De Sanna ha curato cataloghi e saggi critici su Luciano Fabro, esponente di spicco dell’Arte Povera, esplorando la sua riflessione su temi come l’identità culturale e la trasformazione dei materiali. Le opere di Fabro si confrontano spesso con la storia e l’architettura, e de Sanna ha sottolineato come i suoi lavori abbiano una dimensione "costruttiva" che rimanda alle tradizioni italiane, ma con un approccio contemporaneo. Nei cataloghi curati da de Sanna, il lavoro di Fabro viene esaminato per la sua capacità di trasmettere complessi significati concettuali attraverso materiali essenziali e forme innovative.


3. Hidetoshi Nagasawa – L’artista giapponese, noto per le sue sculture e installazioni che fondono spiritualità orientale e cultura occidentale, è stato oggetto di attenzione di Jole de Sanna per il suo approccio meditativo alla scultura. Nei volumi curati su Nagasawa, de Sanna ha approfondito il tema della leggerezza e della tensione, concetti che l’artista esprime attraverso opere in equilibrio precario, come fossero sospese tra cielo e terra. Jole ha interpretato Nagasawa come un ponte tra due mondi culturali, capace di rappresentare il vuoto e il pieno, la stabilità e il movimento, in un dialogo silenzioso con la natura e lo spazio.



La Casa degli Artisti a Milano

La Casa degli Artisti di Milano, fondata nel 1909, è uno spazio storico per la creazione e la promozione artistica. Situata nel quartiere di Brera, era nata con l’intento di fornire un luogo di lavoro e scambio per artisti emergenti e affermati. Dopo anni di inattività, è stata recentemente restaurata e riaperta, tornando a essere un centro per residenze d’artista, mostre e laboratori. La Casa è diventata un simbolo dell'interazione tra arte e comunità, promuovendo progetti multidisciplinari che coinvolgono artisti italiani e internazionali, in linea con lo spirito inclusivo e dinamico della Milano contemporanea.

Quando ripenso a Jole de Sanna, a quella sua figura che il tempo ha reso quasi eterea, emerge un’immagine fatta di pacata intensità, un'autorevolezza sottile e luminosa, impressa nel suo modo di essere donna ancor prima che studiosa d’arte. Era l’autrice di un’eleganza silenziosa, che non aveva bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare; una protagonista della scena artistica italiana che si muoveva con discrezione, rivelando una potenza ben lontana dall’autocelebrazione. Sin dagli anni Settanta, giovane ma lucida, già avvolta da una determinazione naturale, Jole preferiva lavorare nell’ombra, lontano dai riflettori, con una dedizione quasi mistica.

Non era fredda né distante; anzi, dietro quella riservatezza si celava un entusiasmo febbrile per la scoperta e per lo studio. Lea Vergine, in uno dei ricordi più vibranti lasciati dopo la sua scomparsa, la dipinse come una sorta di creatura incantata: “La si ricorda trasognata o, più spesso, accesa da un ardore filologico, con quel sorriso un po’ infantile e gli occhi luminosi, che raccontavano di mondi e scoperte come in un sogno”. Jole sembrava vivere tra noi come sospesa, a metà tra realtà e mito, come un’Ariel o una Clorinda che, con passione quasi incondizionata, si lasciava travolgere da impeti di dedizione. E per chi l’ha conosciuta, per quegli artisti a cui ha dedicato il cuore e per chi ha cercato in lei un conforto, è rimasta indelebile quell’aura di dolcezza e abnegazione.

Nel suo ruolo di intellettuale, riusciva a trasformare questo fervore in un pensiero solido, che non si perdeva in emotività, ma che conservava uno spessore autentico, privo di artifici e superficialità. Il suo studio era come un riflesso della sua anima: profondo, mai scontato, sempre teso verso l’autenticità.


In questo intricato labirinto di idee e sensazioni, mi azzarderei a proporre una definizione che, seppur insolita e parziale, possiede una potenza espressiva notevole. Nel catalogo della mostra collettiva Aptico. Il senso della scultura, curata da Jole de Sanna al Museo del Paesaggio di Verbania nell'estate del 1976, emerge una definizione corale, concepita dalla stessa de Sanna insieme a Luciano Fabro, Hidetoshi Nagasawa e Antonio Trotta. Le loro parole sono una sinfonia di concetti, che recitano:

> «Una scultura è l’immagine che un artefice suscita nella materia secondo fini e modi ispirati dalla sua idea e senso. La scultura tiene chi la vede per la carne: questa unione forma un senso ulteriore, il senso aptico (apto = toccare, aderire, unire, legare, insieme), il senso della scultura.»



Il catalogo si presenta come un sagace viaggio nella storia della scultura, dalla Grecia di Fidia fino agli anni Settanta, e la copertina non poteva che essere il tributo perfetto: un dettaglio del Ratto di Proserpina di Bernini (1621-1622). In primo piano, la mano di Plutone affonda le dita nella coscia di Proserpina; sotto quella pressione divina, la pelle marmorea della dea sembra cedere e si costella di delicate concavità, come se il marmo si trasformasse in carne viva, pulsante. Qui si compie l’effetto Pigmalione, il miracolo di rendere sensuale ciò che per sua natura è rigido e freddo. La superficie del marmo riluce di un morbido chiarore, evocando la consistenza vellutata del burro.

Questo dettaglio è solo un assaggio della dimensione carnale dell’aptico, che non si ferma a sollecitare i sensi: come suggerisce Micla Petrelli, è altrettanto fondamentale esplorare il tatto nella sua assenza fisica, quella sensazione che si fa conoscenza analitica, rivelando il potenziale di una scultura di comunicare senza contatto, attraverso un misterioso sapere sensoriale che sfida e accarezza la mente.

Un sipario che si apre lentamente su una scena fatta di chiaroscuri e bagliori alchemici. Ecco Jole de Sanna, musa e studiosa, che si muove con passo deciso tra le ombre e le luci di un teatro della mente, ispirata dalla filosofia poetica di Maria Zambrano. In questo gioco di riflessi, de Sanna affonda le sue mani nella materia metafisica, inseguendo il filo di pensiero che unisce Nietzsche a Picasso, passando per il labirinto di ombre e specchi che è l'universo di de Chirico.

Nei suoi studi, come nella Postfazione a “Ebdòmero” di de Chirico, de Sanna esplora un “sapere dell’anima”, un approccio che è insieme metodologico e profondamente antropologico. Qui la critica d’arte si trasforma in una vera estetica della purezza, in un’indagine sui segreti dei processi creativi. È come se de Sanna tenesse uno specchio davanti al genio di de Chirico, non solo riflettendone le forme, ma anche svelandone i significati nascosti, scandagliando con metafore profonde il simbolo dell’ombra, della foresta e del labirinto.

Attraverso il prisma di figure come Duchamp, Magritte e Nietzsche, ma anche di poetesse e visionarie come Zambrano, de Sanna costruisce un dialogo tra parola e immagine. In questo dialogo si avverte un’eco della “Vita Nova” dantesca, dove ogni immagine è una parola e ogni parola diventa immagine. La tela e il verso si sdoppiano, diventano entità metafisiche che conducono chi le osserva in una “vita–foresta”, dove il bosco è il simbolo di una rinascita.

Ma la forza del pensiero di de Sanna non si limita alla pittura o alla poesia; si espande in un abbraccio filosofico che trova eco in de Maistre e nel suo viaggio immaginario “attorno alla stanza”, simbolo della scoperta intima e notturna dell’anima. Con questo bagaglio di riferimenti, de Sanna intesse una “ragione poetica” che esplora la condizione umana come un percorso utopico, un cammino verso l’arte come massima espressione di purezza.

In una visione che mescola Ortega y Gasset e Unamuno, de Sanna sembra ricercare quel “sogno creatore” di cui parla Zambrano, una dimensione onirica che si riflette nei toni fantastici di Borges e Buñuel. La sua lettura dell’arte non si limita alla superficie delle opere, ma cerca di penetrare l’essenza stessa del fare artistico, guardando alla pittura come parola e alla parola come pittura. Ecco allora il doppio, la maschera, che diventa strumento per toccare il sacro, un “mistero laico” caro anche a Cocteau.

Jole de Sanna ci conduce, così, in una cesellatura di riflessioni dove la filosofia e l’arte si intrecciano in una geografia di simboli che attinge da Platone e approda al contemporaneo. Per lei, l’arte è una metafisica che resiste, una finestra aperta su un eterno presente che, come direbbe Nietzsche, ritorna, unendo il passato e il presente in un dialogo senza tempo.