lunedì 14 settembre 2026

Apri gli occhi

Apri gli occhi, dunque, su una stanza che il sonno ha reso, nella sua provvisoria ma cocciuta anagrafe, irriconoscibile: non già la stanza consueta e domestica, quella dei sussidiari e delle controfinestre a doppio vetro, delle bollette dell'Enel accumulate come strati geologici sopra il tavolo di frassino, ma un vero e proprio campo di battaglia — di piccoli oggetti dispersi con quella pignoleria caotica che è propria d'ogni casa abitata da un solo essere pensante e insonne — di biglietti piegati male (piegati, si direbbe, da una mano che aveva altro per la testa, forse un pensiero teologico, forse una fattura scaduta), di libri sfogliati a caso e poi richiusi con un gesto d'insofferenza filologica, e in mezzo a tutto questo pandemonio di cianfrusaglie un fenomeno semplice, elementare quasi, e tuttavia testardo come una zecca: la coincidenza, che si annida — parola questa da entomologo dilettante, da collezionista di coleotteri in provincia — come un insetto ostinato sotto la lampada, un tafano metafisico che ronza attorno al paralume con la caparbietà di chi sa d'avere, in fondo, tutto il tempo dell'universo a disposizione.

Non comincerò, per carità, parlando di teoria, ché la teoria è merce che s'affloscia appena la si tira fuori dal cellophane, né di diagnosi, ché la diagnosi presuppone un medico e i medici, si sa, hanno fretta di prescrivere; comincerò piuttosto da quel che accade — banalissimo eppure vertiginoso, degno d'una nota a piè di pagina in un trattato di semiotica urbana mai scritto — quando attraversi una città (una qualunque, ma diciamo pure la nostra, con le sue arcate ombrose e i suoi portici gonfi d'umidità lombarda) e la città, come uno specchio deformante da luna park di provincia, ti restituisce, in un riflesso distorto e tuttavia puntualissimo, esatte sequenze di parole che tu, nella tua presunzione di autore, credevi soltanto tue, farina del tuo sacco, proprietà intellettuale depositata nel privatissimo laboratorio del cranio. È lì, in quell'attimo di doppia apparizione — sdoppiamento che avrebbe fatto la gioia di uno psichiatra ottocentesco in cerca di casi clinici da pubblicare sugli Annali di Freniatria — che si comincia a capire come il caso sia, in realtà, meno ingenuo, meno dilettante di quanto la vulgata voglia farci credere: il caso non è assenza di logica, bensì logica d'altro ordine, sintassi clandestina, grammatica alternativa del reale che procede per sue proprie regole occulte, come un regolamento condominiale mai affisso ma rispettato da tutti con superstiziosa fedeltà. Ti avverte piano, il caso, con la discrezione untuosa d'un usciere che bussa prima d'entrare, come un promemoria che nessuno ha richiesto e che pure arriva puntuale come la bolletta del gas, e ti ricorda — con quella pedanteria da bidello che è propria d'ogni verità ultima — che la distanza (tra te e il resto del mondo brulicante di monadi indifferenti, tra il pensiero che cova e la voce che infine, balbettando, esce) è la prima cosa, la primissima, che un uomo di qualche pretesa dovrebbe imparare a misurare con lo stesso rigore con cui l'agrimensore misura il campo prima di litigare col vicino sui confini.

Poi, come sempre accade in queste faccende dell'anima bipartita, viene la voce che giudica, la voce grigia e ministeriale, la voce da azdora della morale pubblica: "Non leggete sempre e soltanto libri sani," urla — e urla proprio con quell'aria di prudente scandalo, di virtuosa costernazione, che è tipica della parte di noi cresciuta a pane e case editrici allineate, la parte che ha ricevuto, in tenera età, patenti di buon gusto rilasciate da qualche zia bibliotecaria o da qualche professore di provincia con la puzza sotto il naso e il gilet di velluto a coste. Ma l'altro versante — quello meno rispettabile, quello che frequenta le retrobotteghe del pensiero, i sottoscala della biblioteca dove si accatastano i volumi proibiti o semplicemente disprezzati — quello che rifiuta l'insegna come un vitello rifiuta il marchio a fuoco, sorride, sorride con una certa ironia sardonica, e risponde: avvicinati pure, avvicinati senza vergogna, anche alla letteratura patologica, a quella prosa febbricitante che sembra scritta con la mano tremante d'un tisico in convalescenza — non per morbosa curiosità, bada bene, non per il gusto voyeuristico del guardone che si aggira tra i reparti di psichiatria con il taccuino in mano, ma per edificazione pura e semplice, disinteressata come solo può esserlo una pedagogia che non ha nulla da vendere; perché da lì (sì, proprio da lì, da quel sottosuolo maleodorante e fecondo) viene spesso l'ossatura più vera, il tessuto connettivo più autentico, d'una scrittura che non teme il rumore del proprio sangue che le scorre nelle vene come un fiume carsico mai del tutto sommerso. "Un paese [il nostro, questo stivale gonfio di retorica e povero di pietà] dove la follia, se non è remunerativa, se non produce dividendi o almeno un minimo di indotto turistico, è considerata con disprezzo" — ecco una sentenza che meriterebbe d'essere scolpita, con lo scalpello del notaio più che con la penna del poeta, sull'architrave d'ogni municipio: è una descrizione militante, quasi un atto d'accusa depositato in cancelleria, di come la società misuri il valore umano non con la compassione, che sarebbe merce fuori mercato, ma con l'utilità, che è invece l'unica moneta corrente accettata ovunque, dal bar sotto casa fino ai piani alti dei ministeri. Ecco perché le persone "sane" — sane si fa per dire, ché la sanità è spesso soltanto un'assenza di sintomi documentabili — dovrebbero, in quel curioso scambio di ruoli che la vita organizza con la pazienza d'un impresario di teatro dei burattini, rischiare qualcosa di proprio, mettere in gioco un poco della loro rispettabilità; le "insane", del resto, lo fanno già, e senza bisogno d'alcun consiglio, avendo perso per strada — chissà dove, forse in un corridoio d'ospedale, forse in una notte di febbre — il lusso della prudenza. Chi è sano, dunque, ha il dovere — dovere quasi fiscale, quasi da dichiarazione dei redditi dell'anima — di sporcarsi un poco le mani nel fango comune, di offrirsi come esperimento sociale, come cavia volontaria d'un laboratorio senza targhetta sulla porta; non per pietismo, che è sentimento da collezionista di indulgenze, ma per rispetto — rispetto vero, quasi liturgico — del dolore come materiale letterario, come creta ancora umida da cui si può cavare, con pazienza d'artigiano, qualcosa che assomigli a una forma.

La necessità, poi — vecchia governante di tutte le nostre commedie, che tiene i conti della casa meglio di qualunque economo diplomato — svela i suoi volti multipli, la sua fisionomia caleidoscopica: ci indica, con l'indice adunco e infallibile, chi è capace di sfruttare l'occasione al volo, come si acchiappa una mosca con la mano nuda, e chi invece resta lì, impalato, a guardarla volare via verso altre finestre più fortunate. Un aforisma antico — antico quanto il Qoèlet, quanto la sapienza scettica dei predicatori mesopotamici che avevano già capito tutto prima ancora che il tutto fosse catalogato — ti sorpassa mentre cammini per queste vie lombarde gonfie di nebbia autunnale, e lo vedi scritto, quasi graffito, sui muri scrostati come fosse stato messo lì apposta da un imbianchino filosofo: "Ho visto anche sotto il sole che non è degli agili la corsa, né dei forti la guerra…" — sapiente contrappunto, questo, degno d'una fuga a più voci: il caso, lo dice il testo con la freddezza d'un notaio che legge un testamento, raggiunge tutti, senza guardare in faccia nessuno, senza tener conto di meriti o di cursus honorum. È consolatorio e terribile insieme, questo verdetto, come lo sono tutte le sentenze pronunciate da un tribunale che non ammette appello: nessuna strategia, per quanto raffinata, per quanto elaborata con la pazienza dello scacchista, garantisce il pane quotidiano; nessuna virtù, per quanto coltivata con disciplina monastica, assicura il favore dei potenti o degli dèi minori che governano le nostre piccole sorti. E allora cosa rimane, dopo che tutto il resto è stato passato al vaglio, come si passa la farina prima d'impastare il pane? Rimane la scelta — o meglio, l'enigma insolubile delle scelte, quel rebus che nessun solutore enigmistico, per quanto scafato, riuscirà mai a sciogliere del tutto: ho scelto io, con la mia povera libera volontà da manuale di catechismo, o sono stato scelto da scelte che si manifestano come tempeste improvvise, come quei temporali estivi che si abbattono sulla pianura padana senza preavviso, spazzando via in un quarto d'ora quel che il contadino aveva costruito in una stagione? Ti ritrovi, in queste notti d'insonnia feconda, a interrogare il passato come se fosse un testimone inaffidabile, un teste reticente convocato controvoglia davanti a un giudice istruttore, e ogni ricordo diventa, a seconda dell'umore e della luna, un accuso o una grazia, un capo d'imputazione o un'attenuante.

C'è, in tutto questo intrico da azzeccagarbugli metafisico, un altro paradosso, forse il più scandaloso di tutti: in Occidente — in questo Occidente così fiero delle proprie medaglie, così ossessionato dal podio come un liceale alla gara sportiva — non esiste, non è mai esistita, la cultura del perdente. Si esalta il vincitore fino alla nausea, si erige il suo trionfo a totem da adorare nelle piazze, gli si dedicano vie e monumenti equestri, e si ignora, con la stessa cura con cui si ignora un parente povero alle nozze, la gloria che pure si nasconde, discreta e sfuggente, nella sconfitta; e tuttavia — tuttavia, dico, con tutta l'enfasi che questa congiunzione avversativa merita — è proprio nella sconfitta, in quel terreno bruciato dove non cresce più nulla di rappresentabile, che la grandezza umana più spesso si mostra, si rivela nella sua nudità impresentabile. La sconfitta non è soltanto vuoto, cavità, assenza contabile; è campo di prova, laboratorio scientifico di ciò che resta quando tutto il resto — le medaglie, i titoli, le patenti di rispettabilità — è stato tolto con la violenza asettica d'un pignoramento. È lì, in quel deserto post-fallimentare, che si vede la stoffa vera dell'anima, l'armatura che non luccica sotto i riflettori ma che regge, sorda e dimessa, sotto la pioggia; è lì che si mostra la bellezza sporca, la bellezza da cantiere abbandonato, del sopravvivere senza applausi. E se la cultura dominante tiene in alto il trofeo come un ostensorio in processione, la letteratura sana-irrimediabilmente-malata — questa bestia bifronte che divora se stessa e insieme si rigenera — ci costringe ad abbassare lo sguardo, a chinarci come chi raccoglie qualcosa di caduto, e a leggere i brandelli, i frammenti, gli scarti che il vincitore ha lasciato per terra senza degnarli d'uno sguardo.

Non posso fare a meno, in questa contabilità notturna, di interrogare me stesso, di sottopormi al mio proprio controinterrogatorio: certe scelte mi hanno fatto, plasmato come l'argilla sotto il pollice del vasaio, oppure le ho fatte io, con piena consapevolezza di causa, come si firma un contratto dopo averlo letto tre volte? È una domanda che prende la forma — fisica, quasi tattile — di una mano fredda sulla nuca, mentre cerchi di ricostruire, con la pazienza dell'archivista, come sei arrivato fin qui, in questa stanza disordinata, in questa vita che sembra un dossier compilato da altri. E il dubbio, badate, non è sterile, non è quella palude improduttiva in cui certi filosofi da salotto amano rotolarsi per darsi un tono: è motore, è pistone, è biella che spinge il carro avanti anche quando le ruote sembrano incagliate nel fango. Ti costringe a scrutare le relazioni una per una, come si scrutano le clausole d'un atto notarile prima di firmare, a smontare l'ego pezzo per pezzo come fosse un motore che non è mai partito, che ha sempre avuto qualche difetto di fabbrica occultato sotto il cofano lucidato. Le scelte che ti attraversano — che ti trapassano da parte a parte come una corrente elettrica mal isolata — non sono soltanto tue: sono l'intreccio, la matassa aggrovigliata, di contingenze, d'incontri fortuiti sui marciapiedi, di coincidenze che si travestono da destino con la disinvoltura d'un attore di provincia, e a volte semplici errori — refusi della biografia, sviste dell'anagrafe — che si trasformano, con il tempo e con la retorica, in sinonimi solenni di destino.

Non leggete solo libri "buoni," ripeto — lo ripeto come una sciagura dolce, come una litania recitata sottovoce nella sagrestia della propria coscienza. La letteratura contraria, quella che vacilla sulle gambe come un ubriaco rispettabile, quella che urla nella notte senza chiedere permesso al vicinato, insegna una grammatica diversa, un sillabario proibito: impari come si taglia il respiro a metà d'una frase, come si conteggia il silenzio con la precisione d'un ragioniere del vuoto, come le parole possano ferire e curare nello stesso istante, con la stessa lama, come un bisturi che incide e insieme suturi. È un invito — pressante, quasi impertinente — a correre qualche rischio, a farsi contaminare dalla lingua sbagliata, dal dialetto bastardo che nessun'accademia riconoscerebbe, a portare in tavola piatti che il buongustaio, con la sua forchetta d'argento e il suo palato addestrato, rifiuterebbe per pudore o per digestione delicata. È lì, in quella cucina proibita, che trovi, spesso senza cercarla, la verità non addomesticata, quella che morde ancora.

Eppure, in mezzo a questa esplorazione da speleologo dell'anima, il corpo rimane silenzioso testimone, presente in sala ma senza diritto di parola: il silenzio del corpo è un universo intero, una galassia compressa in pochi centimetri cubi di carne e nervi. È lì, in quel mutismo ostinato, che le coincidenze prendono la loro forma più pura, non annunciata da fanfare, non richiesta da alcuna preghiera formale. È come se l'organismo — questa macchina umida e imperfetta che ci portiamo dietro come una valigia troppo pesante — avesse un proprio codice Morse privato, che invia segnali cifrati attraverso canali che la coscienza fatica a intercettare: un brivido improvviso senza causa apparente, un ricordo che riaffiora come un annegato che torna a galla, una parola intrusiva che s'insinua nel discorso come un ladro in casa d'altri. Il corpo sa cose che la testa non osa nemmeno ammettere di sospettare, per pudore o per quieto vivere. Brancicare in quel silenzio, avanzare a tentoni con le mani protese come un cieco in una stanza sconosciuta, è una pratica di conoscenza, un esercizio d'umiltà: procedere piano, raccogliere i pezzi caduti, ascoltare ancora, e poi ancora, con la pazienza dell'artigiano che sa che il mobile non si costruisce in un giorno. Le parole scritte, sparse come brandelli su un tavolo da lavoro, sono il tentativo — sempre imperfetto, sempre provvisorio — di mettere ordine a quel codice cifrato, di dare trama, ordito e tessitura, a quel vuoto che altrimenti resterebbe muto per sempre.

E allora, alla fine di questa lunga ronda notturna tra stanze disordinate e biblioteche proibite, cosa resta come sogno possibile, come ultima carta da giocare prima che l'alba metta fine alla partita? Non il trionfo, che è merce deperibile; non la gloria retorica, che si sgonfia come un pallone bucato appena si smette d'applaudire; ma una forma di quiete radicale, quasi eretica: vivere senza ricordi. Non per dimenticare — ché dimenticare è un verbo vile, da disertore — non per fuggire dalla propria storia personale, che resta comunque scritta nei registri anagrafici anche quando la si vorrebbe strappare, ma per abitare un presente che non sia intralciato dall'eco, dal rimbombo perpetuo di ciò che è già stato. È una fantasia estrema, forse sacrilega, per chi ama catalogare il dolore in cartelle ordinate per data e per gravità. Ma è anche una promessa, sussurrata quasi con vergogna: la promessa di una leggerezza che non tradisce la memoria ma la libera dal suo peso più greve, come si libera un mulo dal basto dopo una lunga marcia in salita. E mentre pronuncio questo sogno — mio, privatissimo, quasi confessato sottovoce nel buio d'una stanza che ancora non riconosco del tutto — sento il mondo che continua, indifferente e instancabile, a rimescolare le carte: coincidenze che si travestono da segni, scelte che si travestono da destino, sconfitti che si travestono da vincitori e viceversa nel carnevale perpetuo delle apparenze, libri mendaci e libri feriti che si contendono lo stesso scaffale polveroso. Tutto si tiene in un equilibrio precario, sospeso come un funambolo senza rete sopra il vuoto della pagina bianca, e in quel tremore, in quella vibrazione appena percettibile che nessun sismografo saprebbe registrare, c'è la vera scrittura, quella che non ha paura di sporcarsi le dita nell'inchiostro e nel fango, indistintamente.

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